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La minigonna di internet

Rubiamo, ci consentirete, a scopo documentazione, questo articolo pubblicato su Internazionale.it. Parla di molestie in rete a tutte quelle che arrivano qui e osano mostrare intelligenza e comunque altro a parte le tette nude. Ché a noi le tette nude non fa schifo mostrarle purchè non siano ritoccate con photoshop ma in ogni caso pare che tutte finalmente si stiano rendendo conto che c’è qualcosa che non va.

Noi sul cyberstalking abbiamo scritto capitoli e capitoli e in uno di questi dicevamo proprio quello che dice la giornalista. Gli altri capitoli li trovate elencati in fondo a questo post. Più in generale diciamo che esiste la categoria sboccata, offensiva e quella che si accanisce con una in particolare e le rifà il sito pur di diffamarla, poi ci sono quelli che si mettono a tartassare un blog fintanto che quello non si decide di parlare di un argomento tal dei tali che per quello che sappiamo noi è una cosa che sta a mezzo tra i padri separati e le finte sindromi che s’inventano per sfuggire alle accuse di violenza domestica inflitta alle ex mogli.

Quelli che si interessano di questi argomenti sono squadristi organizzati e decidono a tavolino, come noi abbiamo documentato e riferito, nei loro forum, contro chi scagliarsi e a quale scopo. Istigano odio contro di loro, incluse noi, minacciano, intimidiscono, perseguitano, insultano, fanno di tutto pur di farti tacere. Noi abbiamo subito questo trattamento per anni e continuiamo a subirlo. Abbiamo deciso di pubblicare alcune cose che stanno tra la categoria “misoginie” e quella del “muro del riso” molte altre le abbiamo passate all’avvocato che ne ha fatto l’uso che ne andava fatto. Tuttora monitoriamo il web misogino e sessista e riceviamo segnali di persecuzione.

Uno tra tutti, il nostro stalker di fiducia, quello più assiduo, ossessionato da noi da anni, quando noi pubblichiamo qualcosa che ha a che fare con padri separati e Pas immediatamente pubblica qualcosa di lesivo e offensivo sul blog clone che ha creato apposta per intimidirci e insultarci oltre che per rubarci visibilità, e poi diffonde su alcune pagine facebook. L’altra cosa che fa è la schedatura delle persone che si occupano di Pas, con intenzioni diffamatorie e tutto ciò è sempre monitorato e denunciato.

Il web italiano è colonizzato da poche figure, che noi conosciamo tutte, di cui abbiamo ip e storie, che operano per produrre negazionismo sulla violenza sulle donne, denigrazione del lavoro dei centri antiviolenza, offesa in generale per le donne, istigazione all’odio nei confronti delle femministe, ed è talmente violento quello che seminano e fanno che noi ci aspettiamo prima o poi che accada quello che è avvenuto a firenze a proposito della strage dei senegalesi, perchè l’odio genera odio e perchè stragi di donne spinte da misoginia ce ne sono già state altrove e tante, troppe donne vengono uccise ogni giorno senza che nessuno faccia niente. Di questo si tratta e noi l’abbiamo detto mille volte.

Dopodichè vorremmo capire, ma ne ragioneremo meglio, perché ci sono donne, presunte femministe, che hanno così tanta voglia di avere a che fare con tal Massimo Fini, seminatore d’odio misogino elevato al rango di intellettuale nei salotti buoni di questa italietta che promuove gli istigatori di violenza e eclissa quelli che dicono la verità a tal proposito. Comunque questa è un’altra storia e ne parleremo presto. Buona lettura!

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Laurie Penny, Independent, Gran Bretagna
Illustrazione di Chiara Dattola

Finisci per aspettartelo, se sei una giornalista donna e per giunta scrivi di politica. Finisci per aspettarti il vetriolo, gli insulti, le minacce di morte. E dopo un po’ le email, i tweet e i commenti con fantasie molto esplicite su come, dove e con quale utensile da cucina certi pseudonimi vorrebbero stuprarti smettono di farti impressione. Diventano solo una seccatura quotidiana o settimanale, qualcosa di cui parlare al telefono con le amiche, cercando sollievo in una risata forzata.

A quanto pare, un’opinione è la minigonna di internet. Averne una e mostrarla è un po’ come chiedere a una massa amorfa e quasi interamente maschile in che modo vorrebbe stuprarti, ucciderti e pisciarti addosso. Questa settimana, dopo una lunga serie di minacce particolarmente pesanti, ho deciso di rendere pubblici alcuni di quei messaggi su Twitter, e sono stata subissata di risposte. Molti non riuscivano a credere che ricevessi messaggi così pieni di odio, e molti altri hanno cominciato a raccontarmi le loro storie di molestie, intimidazioni e abusi.

Forse dovremmo ritenere consolante il fatto che, per replicare agli argomenti di una donna, non si trovi di meglio che chiamarla “brutta e grassa”. Ma è una triste consolazione, soprattutto quando ti rendi conto, come è successo a me nel corso di quest’anno, che ci sono persone pronte a spendere un sacco di tempo e fatica per punire e zittire una donna che osa essere intraprendente, schietta o semplicemente presente in uno spazio pubblico.

Nessun giornalista che meriti di essere letto si ritiene al di sopra delle critiche, e internet ha reso più facile ai lettori intervenire e dissentire. È una cosa positiva, e da tempo ho l’impressione che le lamentele di tanti famosi giornalisti per i commenti che ricevono nascano in parte dal fatto che l’improvviso diritto di replica dei loro lettori li disturba. Nel mio caso, però, le accuse di stupidità, ipocrisia, stalinismo e scarsa igiene personale – chiaro segno per ogni opinionista di sinistra che per lo meno sta dando fastidio alla gente giusta – arrivano condite da un’abbondante porzione di violenza misogina, non solo da parte dei lettori di estrema destra.

Quei commentatori che si domandano a gran voce dove siano le voci femminili forti, chiudono gli occhi di fronte al fatto che queste intimidazioni sono diventate la norma. Quasi tutte le mattine, quando apro i miei account di posta elettronica, Twitter e Facebook, sono costretta a passare in rassegna minacce di violenza, congetture pubbliche sul mio orientamento sessuale e sull’odore e le prestazioni dei miei genitali, e tentativi di smontare idee complesse e provocatorie con un unico argomento: io e i miei amici siamo così poco seducenti che tutto quello che abbiamo da dire dev’essere per forza irrilevante.

L’idea che una donna debba essere sessualmente attraente per essere presa sul serio come intellettuale non è nata con internet: è un’accusa che è stata usata per mortificare e liquidare le idee delle donne da molto prima che Mary Wollstonecraft fosse chiamata “iena in gonnella”. Con la rete, però, per alcuni maschi è più facile trasformarsi in bulli nel chiuso delle loro stanzette. Non sono solo giornaliste, blogger e attiviste a essere prese di mira. Imprenditrici, donne che frequentano siti di giochi online e studentesse che postano videodiari su YouTube sono state oggetto di campagne intimidatorie costruite apposta per cacciarle dalla rete, e organizzate da gente che, a quanto pare, pensa che le donne debbano usare le moderne tecnologie solo per mostrare il seno a pagamento.

Ho ricevuto anche minacce più dirette: alcuni uomini si sono messi alla ricerca di mie vecchie foto e hanno minacciato di pubblicarle, anche se non capisco quale rilevanza possano avere per il mio profilo professionale. A meno che qualcuno non sia convinto che un’aspirante giornalista femminista debba per forza rimanere completamente sobria, interamente vestita e assolutamente verticale per tutto il primo anno di università. Qualcuno ha anche cercato di rintracciare e molestare la mia famiglia, comprese le mie due sorelle minorenni. Dopo una serie di minacce di stupro, in cui tra l’altro si diceva che per avere criticato le politiche economiche liberiste avrei dovuto essere costretta a praticare una fellatio a un’intera fila di banchieri, sono stata informata che qualcuno stava cercando il mio indirizzo di casa. E potrei continuare.

Vorrei poter dire che nessuna di queste cose mi ha turbato. Vorrei essere una donna così forte da non farmi intimidire dalla violenza: un consiglio che di solito ti dà chi non crede che sia possibile combattere i prepotenti. A volte, parlare della forza che ci vuole solo per accendere il computer o della paura di uscire di casa mi sembra quasi un’ammissione di debolezza. E naturalmente la paura che sia in qualche modo colpa mia se non sono abbastanza forte consente agli aggressori di continuare l’aggressione. Non è più tempo di tacere.

Se vogliamo costruire uno spazio veramente equo e vitale per il dibattito politico e gli scambi sociali, online e off line, non basta lasciar cadere nel vuoto le molestie subite da donne, omosessuali, trans gender e persone di colore che osano avere delle opinioni. Libertà di espressione significa essere liberi di usare la tecnologia e partecipare alla vita pubblica senza paura di ritorsioni. E se le uniche persone che possono farlo sono maschi bianchi eterosessuali, internet non è così libera come ci piacerebbe credere.

Traduzione di Diana Corsini.

Internazionale, numero 927, 8 dicembre 2011

Laurie Penny è una giornalista britannica. Questo articolo è uscito sull’Independent con il titolo “A woman’s opinion is the mini-skirt of the internet”. Il suo ultimo libro èPenny Red: notes from the new age of dissent

Leggi anche:

Cyberstalking —

Posted in Anti-Fem/Machism, FaceAss, Misoginie, Omicidi sociali.


2 Responses

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Continuing the Discussion

  1. Trollando qua e là | Hellò Magazine linked to this post on Dicembre 20, 2011

    […] Tutte le opzioni variamente utilizzate non risultano efficaci. Anche noi due  (chi scrive, e Januaria Piromallo) siamo spessissimo vittime di commentatori (rigorosamente anonimi) i quali, senza quasi mai entrare nel merito delle opinioni espresse (ricordo ancora una volta che scriviamo per un blog), ci attaccano nelle forme che Scanzi ha elencato. Ho voluto tornare sull’argomento, anche perchè nell’ambito della fiera di Roma Più Libri Più Liberi, durante la presentazione del nostro libro (in cui si parla ampiamente anche del fenomeno dei troll) assieme ad altri due giornalisti specializzati in social media (Mello e Buquicchio), abbiamo tentato di rispondere ad alcune domande del pubblico – in particolare di Valentina V. che ringraziamo per aver stimolato la discussione – che ci chiedeva un parere sulle molestie via web. É innegabile che il trolling  (o la cazzimma tramite il web*) sia più insistente contro le donne, tanto da spingere alcune blogger a rivolgersi alla Polizia Postale, perchè dal trollaggio si passa rapidamente al cyberstalking. Tra i vari sessismi esistenti, il più diffuso e pervicace, purtroppo, è quello contro le donne. […]

  2. Trollando qua e là | Januaria Piromallo & Marika Borrelli | Il Fatto Quotidiano linked to this post on Dicembre 20, 2011

    […] al cyberstalking. Tra i vari sessismi esistenti, il più diffuso e pervicace, purtroppo, è quello contro le donne. Un blog, sociologicamente parlando (anche se non c’è ancora una rilevante letteratura […]