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I milit0nti che nelle lotte di “femmina” non ci sono mai!

“Tu le difendi perché sono donne…” E già questo la dice lunga sulla maniera di affrontare l’argomento. Ancora Pussy Riot, ma non perché parliamo di loro, giacché sono solo diventate un pretesto per spararsi un po’ di merda aggratis tra compagni e compagne.

Come dire che quando faccio i picchetti per un cucciolo rinchiuso nei lager destinati agli animali io li difendo in quanto cani. O quando lotto per la salvaguardia della vegetazione io difendo qualcosa in quanto albero.

Non sono più le lotte che contano ma l’oggetto delle lotte. Se lotti per uomo allora ok, se lotti e disgraziatamente dall’altro lato come vittime della repressione ci sono donne allora succede il finimondo.

Perciò attenta a te, milit0nta, perché la lotta alla repressione va bene ma per queste tre femmine due anni di galera cosa vuoi che siano. Per aver cantato una canzone, per aver esercitato il proprio diritto alla libertà di espressione.

Dopodiché bisogna anche vietare che le varie Repubbliche se ne occupino perché altrimenti sei al soldo della Cia. Dunque devi occuparti di lottare solo per soggetti popolari, virili, e poi impedire che se ne parli.

Della serie l’icona è mia e me la scelgo io. Anzi ce la scelgono i compagni ché senno’ guai a parlare di pratiche in passamontagna fucsia.

Sono calma ma mi viene un po’ di nausea perché rifletto e rifletto molto. E mi viene in mente che le donne che lottano non hanno mai perso occasione di spiegare che lottano per tutti e tutte e però quanti sono i compagni che vedi nelle piazze ogni volta che si parla di autodeterminazione, interruzione di gravidanza, diritto alla contraccezione, perché si sa che questi sono cazzi nostri, a dire che un problema di genere c’è eccome e ai compagni non gliene fotte un beneamato cazzo.

Chissà se lottare per avere una sessualità non riproduttiva e per essere ciò che si vuole, non necessariamenti machi ed etero, sia abbastanza in linea con il militante e compagnesco pensiero. E chissà perché sui loro siti non si leggono due righe su queste cose. Cose di femmine, già.

E poi non li vediamo quando si parla di violenza sulle donne e non li vediamo neppure quando parliamo di sessismo nel movimento perché comunque  non sono giudicate lotte virili al pari di antirazzismo e antifascismo, come se l’antisessismo non dovesse essere trasversale a tutto il resto o come se il sessismo non sia la forma di razzismo/fascismo più grave che ci sia, trasversale ad ogni etnia e ad ogni ceto e ad ogni identità politica.

Tanto siamo sempre noi che andiamo a rompere i coglioni nei centri sociali quando il compagno tal dei tali schiaffeggia la compagna o quando il sessista compagno pretende accesso ad uno spazio che dovrebbe essere anche nostro. Siamo sempre noi che dobbiamo fare quei cazzutissimi opuscoli di informazione per un accesso alla sessualità e alla contraccezione consapevole mentre gli uomini sono impegnati in virilissime azioni per scrivere su un muro “Stato assassino” ed è importante perché così quel muro saprà che c’è uno che pensa questa cosa un po’ criptica ma d’effetto.

Siamo sempre noi che muoviamo il culo quando nelle occupazioni con i migranti osserviamo come in nome dell’antirazzismo si tace mentre lo straniero placca la tredicenne straniera che lì alloggia con la sua famiglia. Cose di femmine, certo, perché i proletari queste cose non le fanno e se le fanno dipendono tutte dalla cattiva influenza dell’occidente. Perché dirle in pubblico significa che “facciamo il gioco della repressione”. Gioco della repressione un paio di ovaie. E a quella ragazzina chi ci pensa? Noi. Perché sono cose di femmine.

E poi ci sono le volte in cui ci pensano i compagni, in senso paternalista, sempre con tattiche abbastanza private e rispettose della esigenza di discrezione della ragazzina. Un paio di pugni in pubblico et voilà. Il testosterone aggiusta tutto. E minchia, si, noi non vi diamo nessuna soddisfazione perché alla fine non vi ringraziamo nemmeno giacché ci sembrate solo un insieme di muscoli esibiti che vanno lì a salvare la fanciulla.

Anche il modo in cui le tre ragazze russe hanno denunciato i due patriarchi è una cosa da femmine. Cappucci colorati, sovversione del linguaggio, comunicazione globale, video, cose che ai compagni che a malapena sanno stare su internet salvo per usare indymedia per saldare conti tra fazioni sempre pronte a sputarsi veleno un branco contro l’altro, sembrano bestemmie.

La cosa che più mi amareggia è il vecchiume che ci vedo dentro a cose così. Perché io ai compagni voglio bene, e mi sembrano a momenti poetici quando tentano di trovare un senso delle cose affidandosi alle proprie ideologie. Ma é tutto così paradossale che servirebbe un momento per parlarsi e bestemmiare anche ma parlarsi e dirsi che i mondi non possono essere di un colore solo e che infatti i passamontagna possono essere di mille colori, le pratiche politiche pure e non per questo bisogna immaginare complotti al seguito di fascisti che stanno infestando la rete alla ricerca di breccie attraverso le quali insinuare i propri argomenti di merda.

Ché poi, ce lo sapessero questi compagni che per lottare contro i fascismi che vogliono toglierci il diritto di scegliere ci vuole ben altro che un passamontagna e ci vuole coraggio e determinazione e grazie a questi pregiudizi siamo sole e quei pochi che lottano con noi si pigliano i vostri giudizi ché non sono sufficientemente virili o, che poi è la stessa cosa, sono comunque sospetti di fiancheggiamento con l’impero occidentale.

Vabbè. Resto avvilita. Abbastanza. Noi che delle donne rifiutiamo lo status di vittime e che vogliamo mostrare le loro lotte, le nostre, a testa alta, con quella sfrontatezza che mal sopportano tutti quelli intrisi di cultura patriarcale. Le tre ragazze russe sono donne che lottano, stanno in galera, e vaffanculo perché non ho letto da tanti compagni fino ad ora neppure un “libere tutte”. Hanno da marcire in galera. Perché Pussy Riot. Perché donne. Perché bone. Perché hanno forato i media. E se non è misoginia questa, allora cos’è?

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Posted in Anti-Fem/Machism, Critica femminista, Misoginie, Pensatoio, R-esistenze, Scritti critici.


15 Responses

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  1. zani says

    per Serena: non intendo dire che le donne devono dedicarsi ai blogghini sulla contraccezione e gli “omoni” devono dedicarsi ai minatori. Quello che intendo è che opgnuno fa le lotte che intende fare. Se poi gli altri le seguono forse è perchè hanno capito il messaggio, altrimenti la battaglia forse è da rivedere. Certo che però la gravità dei fatti è ben diversa, se permetti. Il problema per me è che voi pensate che ci siano lotte vostre e lotte nostre. Io (parlo per me) ho sempre pensato che tutte le lotte sono mie…se sono giuste.
    Tu hai le tue impressioni, io ho sempre l’ impressione di essere trattato e considerato come un”mona” dalle donne, sarà una ia impressione, ma mi sembra che siamo pari. E finchè continueremo a rinfacciarci i doveri e i compiti gli uni con gli altri “campa cavallo che l’ erba cresce”.
    Lo ripeto smettiamola con le distinzioni tra uomini e donne. distinguiamo tra stupidi e intelligenti, obbiettivi e ottusi, colti e ignoranti, ma no tra maschi e femmine…!

    Comunque torno a richiederlo nuovamente ma della prostituzione che ne pensate? Sono donne anche loro?

  2. Chiara Lo Scalzo says

    Dal punto di vista logico l’affermazione “sono vittima in quanto femmina” non è affatto refersibile in “sono maschio, quindi carnefice”, per il semplice motivo che l’essere vittima non è una azione, non implica la volontà del soggetto: la vittima subisce l’azione del carnefice. Non so se mi sono spiegata. Se io dico: sono vittima in quanto di colore, oppure sono vittima in quanto zingaro, non identifico l’agente, identifico solo il mio status di soggetto perseguitato sulla base di una mia caratteristica. E’ facile cadere nell’errore in cui cade fasse, perché di sessi ne esistono solo due, allora viene spontaneo pensare che l’altra metà del cielo sia necessariamente il carnefice. Ma non è affatto così. Se i neri sono perseguitati in quanto neri, non tutti i bianchi sono carnefici, ma lo sono quelli che scelgono di agire come carnefici. Ecco perché la mia affermazione non va minimamente a ledere l’individualità di chi agisce: chi agisce può scegliere, chi subisce, invece, no.
    Togliere alle vittime lo status di vittime invece, rischia di produrre l’illusione che ci sia un ruolo attivo della vittima stessa. Che la vittima agisca in modo da ricavarsi il ruolo di vittima.
    Non so se mi sono spiegata. Ci ho provato due volte.

  3. Chiara Lo Scalzo says

    Certo che ci sono “persone” vittime e “persone” carnefici: sono le singole persone che commettono delle azioni, e persone in carne ed ossa che le subiscono. Ma quando parlo di “vittime in quanto donne” parlo del motivo per cui una azione viene compiuta contro una persona: quando una donna è aggredita perché donna, allora è vittima in quanto donna. Questo significa che è il soggetto carnefice che la spersonalizza e la riduce ad un elemento indistinto di una categoria caratterizzata solo dal sesso, deprivata della sua individualità. Questo non toglie alla vittima di poter continuare a considerarsi un individuo, né ci impedisce di riconoscere l’individualità di chi compie l’azione. Quando parliamo di razzismo, parliamo di azioni compiute da individui verso altri individui sulla base della spersonalizzazione delle vittime, che vengono ridotte a categoria sulla base della razza, aggredibili non in quanto esseri umani dotati di individualità, ma aggredibili perché ridotti ad elementi senz’anima, simulacri di un generico “altro” deprivato del suo status di pari.

  4. laura a. says

    quoto in pieno il post, e il commento di Serena.
    E’ dalle assemblee di quarta ginnasio (e parlo del ’79…) che sento i compagni che dicono che “l’emancipazione della donna non può essere scissa da quella della classe operaia”, e mi è sempre sembrato un comodo espediente per non occuparsene.
    A me sembra ovvio che il problema non sta nella critica alle Pussy Riot (a me ad esempio tutta questa attenzione mediatica su di loro sembra sospetta) ma nei modi e negli argomenti che si sono sentiti da più parti.

  5. fasse says

    Chiara no, “sono vittima in quanto femmina” è uno stereotipo da cui deriva un altro stereotipo sessista. quello che dice che lui sarebbe carnefice in quanto maschio.
    non condivido minimamente la tua lettura. le donne non sono vittime in quanto donne. ci sono donne vittime e donne carnefici, uomini vittime e uomini carnefici. ci sono persone vittime e persone carnefici.

  6. Chiara Lo Scalzo says

    Noi che delle donne rifiutiamo lo status di vittime. Lo possiamo rifiutare quanto ci pare, ma lo siamo. Siamo vittime di un sistema e se lo riconosciamo, se riconosciamo di essere vittime di una ingiustizia, quel sistema che ci etichetta ogni volta che parliamo in base al sesso, che ci descrive come bone, sex symbol, mamme frustrate o lesbiche nell’ombra, allora troveremo la forza di reagire. Perchè la vittima non ha colpa. Io non sono colpevole di essere femmina. Sono vittima in quanto femmina. E mi sono rotta di esserlo. E’ diverso dire: non lo sono, da “non voglio esserlo più”. Io voglio lavorare per un futuro in cui altre donne (quelle dopo di me) potranno dire: grazie a loro noi non lo siamo più. Ma quel futuro non è adesso. Adesso siamo vittime; ribelli, in lotta per una pace in cui questioni del genere – di genere – non si porranno più.

  7. Serena says

    E’ interessante notare quello che emerge da tutta questa storia. E’ interessante perché finalmente è venuto a galla il mondo (non poi tanto) sommerso di quello che certe parti della sinistra pensano di tutto ciò che non siano le lotte degli operai. Personalmente io ne avevo toccato varie punte dell’iceberg stando in organizzazioni anche teoricamente diversissime tra di loro: avevo capito che il problema è che queste persone non vogliono, in un modo o nell’altro, considerare la lotta femminista come importante e importante anche per gli uomini. Non vogliono farne un problema politico, ma solo uno che deve essere relegato alla singola sensibilità: cosa che ovviamente non basta. Io questa cosa l’ho sempre notata. L’unico modo in cui c’era qualche possibilità di dialogo con questi compagni è parlando di femminismo “storico”: le femministe degli anni ’70. A me non basta. A quanto pare a molti compagni sì, secondo loro basta questo, un po’ di discussione storica e via. Quando provi a parlarci davvero di femminismo, di quello di oggi, ti dicono che deve stare nella lotta di classe. Questa storia io l’ho sentita per tanti anni, e ho avuto tempo di pensarci: ma perché, noi non parliamo forse di lotta di classe?? Il punto di divergenza, secondo me, è di semplice immaginario. Se non sei un operaio, maschio, allora non vali un cazzo. La tua lotta non vale un cazzo. Perché non corrispondi a quell’immaginario lì. Per questo le Pussy Riot vengono accantonate da una parte: non c’è nemmeno bisogno di leggere, secondo loro, quello che loro pensano, le loro bellissime dichiarazioni, perché comunque _a prescindere_ stanno sbagliando perchè non fanno le lotte come diciamo noi. Punto. Ora è naturale che con persone del genere c’è poco da discutere, perché non puoi farti una lotta da sola, perché non vale niente. Puoi starci anche a parlare le ore spiegandogli che ci sono donne che fanno battaglie incredibili con se stesse per uscire, per esempio, da situazioni di violenza famigliare, che ci sono donne che non possono aspettare la rivoluzione del proletariato prima di promuovere un po’ di educazione sessuale in un blog, magari. Ché poi a me personalmente la rivoluzione del proletariato non mi fa schifo, anzi 🙂 Sono molto vicina al pensiero marxista, ma ritengo che uno degli errori principali di chi lotta per la rivoluzione sia quello di pensare che la sua lotta è l’unica giusta. Se tu provi a spiegargli quello che fai nella tua quotidianità, queste persone sono pronte con la citazione di tal de’ tali che dice che, in buona sostanza, quello che fai tu non serve a niente se non ad aiutare la borghesia. Non possono immaginare che tu sia un essere con molti interessi e molte lotte in corso, semplicemente perché loro non lo sono. Quando, nel marasma dei post e dei commenti di Militant Blog, da qualche parte lessi che tutti si occupavano delle Pussy Riot ma nessuno dei minatori sudafricani, ne ebbi la conferma.
    Non vorrei essere drastica, ma penso che questa discussione sia lo specchio della realtà, in cui all’interno di quello che chiamano “movimento” si sono creati dei compartimenti stagni: tu donna occupati del tuo blogghino sulla contraccezione nelle scuole, mentre noi omaccioni ci occupiamo degli sfruttati di tutto il mondo (o quantomeno ci scriviamo dei post, ci atteggiamo a rivoluzionari, urliamo slogan ai presidi). Il fatto è che io non nego che le loro lotte siano valide, per cui non capisco con quale diritto loro dicano che le nostre lo siano. Ecco tutto. Per questo credo, tra l’altro, che mentre dicevano di aver ben altro cui pensare, in realtà hanno usato le Pussy Riot per parlare di un problema loro con il femminismo, cosa che hanno confermato anche nei post seguenti (quelli di Militant Blog, intendo, con commenti annessi). Anche perché, delle PR davvero non ne hanno parlato, se non tirando fuori la fandonia del complotto.

    Io non voglio rinunaciare alla lotta di classe, e proprio per questo non smetterò di lottare come ho sempre fatto. Se pensano di avere il marchio registrato della lotta di classe è un grosso problema, e penso se ne dovrebbe discutere. Ma, quello che mi chiedo io, si può ancora comunicare con loro?

  8. Edo says

    Chi si prende anni di detenzione,come nel caso delle Pussy Riot,per un flash mob ha tutta la mia solidarietà,su questo non c’è dubbio.Tuttavia non capisco questo stracciarsi le vesti.
    A parte il pompaggio mediatico,su quest’ultimo non ci sono dubbi, è incredibile il fatto che in mezzo a noi comnpagn* non si possa fare un minimo di analisi.
    Devi essere subito solidale,senza se e senza ma, altrimenti sei un compagno misogino e cazzocentrentico,frustrato,rosicone ecc…,altrimenti sei un complottista che vede gli ufo in cielo per cui il nemico del tuo nemico è il tuo migliore amico ecc… .
    A me questa cosa sembra molto infantile,tipica di una militanza soprattutto internettiana nata in questi ultimi 15anni.
    Io non dico che chi è contro Putin e il governo della Federazione Russa sia automaticamente nel libro paga della CIA,il governo russo è un governo capitalista e liberista,contrapporsi agli USA non significa automaticamente essere dei compagni,questa cosa deve essere ben chiara.Però dico che molto spesso,come in questo caso,inseguiamo i media di regime e tutta questa polemica ne è un chiaro,evidente,esempio.
    La cosa triste è l’eurocentrismo,il razzismo,che affiora da certi commenti,certe opinioni: Tutto ciò che sta al di là dell’ Europa,del nostro occidente deve fare per forza schifo,in tutti i sensi,ragion per cui è molto meglio stracciarsi le vesti per le Pussy Riot condannate e stare ben zitti,e zitte,per chi si prende anni di galera nel nostro paese,magari per fatti risalenti a undici anni prima,oppure per chi si uccide,dandosi fuoco,incapace di sopportare una condizione legata alla precarietà,alla disoccupazione a una totale vita di merda tipica del nostro ricco occidente,sapete com’è non si sa mai cosa possa succedere….. …magari qualcosa che va al di là del cazzeggio telematico.

  9. Emma says

    Infatti da sempre l’unica è lottare come femmine in modo indipendente. Non c’è verso, altrimenti.

  10. Mara D. says

    Inutile continuare a dire che la critica è lecita e non è quella ad essere “fastidiosa” (eufemisticamente parlando), ma i modi e toni maschilisti che sono stati usati con la scusante di muovere delle obiezioni alle pratiche messe in atto, vero?
    Sì, inutile, tanto poi la gente non legge e si ostina a commentare.

  11. Matthias says

    compagne in questo modo non stimolate alcun tipo di discussione costruttiva però…essere scettici verso delle azioni (pur essendo lontano miglia dalle sparate di militant) non può comportare una scomunica in quanto maschilisti posti a strenua difesa del patriarcato…ad esempio, siamo stat* per anni a dire che dovevamo smetterla con la spettacolarizzazione del conflitto e i gesti puramente mediatici (riferendoci, solitamente, ai “disobbedienti” di casa nostra) e adesso buttiamo tutto al cesso solo perché c’è da schierarsi acriticamente da una parte…e questo è solo un esempio… inoltre io leggendo il materiale prodotto dal gruppo vi ho ritrovato contenuti estremamente deboli e di stampo liberal-moderato…il che non vuol dire certo che si debba abbandonarle alla repressione, ma secondo me non può neanche voler dire cancellare il proprio senso critico e scomunicare chiunque sollevi dubbi

  12. Piero says

    “Provo a postare una riflessione sulle “figa in rivolta”. Non riesco a stare al passo di chi è contro e perchè o di chi fa apologia e perchè. Sgombro subito il campo da dubbi: Putin deve scomparire e con lui il patriarca ortodosso, il papa e tutti i vescovi e tutta la paccottiglia che vive della socialità delle religioni. Non voglio neanche fare dietrologia: certo ora Putin non è un alleato occidentale, Putin (purtroppo) è rimasto assieme ai cinesi l’ultimo baluardo a difesa di una Siria che altrimenti, a questo punto, sarebbe già una Libia 2… e caduta la Siria rimane solo Theran. Certo nè Putin nè la Cina difendono il loro protetto Assad perchè è “buono”, così come Clinton e Hollande non foraggiano gli insorti con armi e soldi perchè vogliono portare la democrazia. Finita la guerra fredda sono tornati gli imperialismi. Quindi niente dietrologia, quindi concedo tutta la buona fede alle tre “figa in rivolta”. Ma quello che non riesco a tollerare, e che mi fa fare spallucce rispetto alla loro personale vicenda (non certo di fronte a un sistema repressivo qual’è il regime russo, uno dei tanti fascismi comparsi dopo l’89), è la natura mediatica della loro protesta. Ma non mediatica per portare alla luce chissà quali oscenità a danno del popolo oppresso! No proprio mediatica nel senso di spettacolare, senza nessun elemento di intervento concreto sul meccanismo di potere o finalizzato alla liberazione di qualche oppresso. No, il tutto sta in piedi solo perchè c’è un sistema mediatico che amplifica, distorce e riproduce. Certo poteva anche fallire, ma tutto era progettato per lo spettacolo. Ora essendo io fermamente convinto che lo strumento di propaganda/repressione moderno è proprio questo sistema melmoso che chiamiamo “media” sono anche convinto che una forma di “liberazione” la potremo ottenere solo dalla distruzione (fisica) di questo paradigma di dominio. Voler utilizzare lo schema che è alla base dell’osceno sistema di potere per attaccare lo stesso sistema di potere mi sembra come voler combattere, ed è successo, l’esistenza dei campi di concentramento con … i campi di concentramento.

  13. Giulia says

    …personalmente non ho visto misoginia in una riflessione che tentava di farsi delle domande sul “perche” fosse dato tanto risalto a livello internazionale e “mainstream” alla questione delle pussy riot… che la cosa sia anomala è un dato di fatto, che il mondo intero sorvoli su ben più gravi sospensioni dei diritti civili anche, e il sospetto che almeno a livello dell’informazione di massa si voglia spostare l’attenzione da altre cose, trovo che sia un sospetto legittimo.. Questo nulla toglie alla effettiva problematica dei diritti civili in Russia!.. o al difendere comunque l’azione delle PR… possibile che le due riflessioni debbano escludersi lun l’altra??!.. io non credo, e vederla così è una semplificazione, magari fatta in buona fede, ma che cade proprio in quel giudizio “a priori” che si tenta tutt* di combattere e che annienta il confronto costruttivo.
    io i compagni che hanno scritto libere tutte ne ho letti, e sono gli stessi con cui di fronte ad un’analisi del genere ora come ora magari ci discuto insieme, disposti tutt* a cambiare posizione se ci si rende conto di non aver considerato alcune cose, con sincerità e senza nessuna differenza rispetto ad altre occasioni: che le PR siano donne e che abbiano passamontagna fucsia (che è fantastico) non da a loro il diritto di banalizzarle o sminuirle, ma neanche a me quello di avere un opinione “prelativa” o annientare la discussione su delle riflessioni (a mio parere legittime) liquidando il tutto come misoginia.

  14. tizi says

    Giustissimo, vedo infatti il silenzio dei commenti, molto più significativo di mille parole. Anche questo problema e cioè il valore di iniziative dirompenti ma fatte dalle femmine non riguarda i famosi “compagni” ma mi sa tanto anche le famose “compagne”, le Pussy non vanno bene , le Femen neppure perchè si spogliano e fanno il gioco dei maschilisti, non ci sarà dietro una buona dose di moralismo antifemminista anche a sinistra? Per molte donne le Pussy e le Femen sono troppo “maleducate”,eccessive, eh sì perché con la gentilezza si ottiene tutto e la decisione e l’urlo sono poco femminili, l’attacco frontale in fin dei conti è troppo “volgare”,quelle che “la donna è naturalmente dialogante” in contrapposizione alla violenza maschile, quelle perché le donne comunicano i valori della protettività e dell’amore, quelle che se le donne comandassero il mondo sarebbe pieno di asili nido, illuse! E pure imbevute di cultura patriarcale, per loro le donne possiedono doti innate di istinto materno, di sacrificio e apertura agli altri ecc.ecc.
    Per queste “compagne” è importante sussurrare, chiedere con educazione, con eleganza,l’agnellino sacrificale sussurra al suo aguzzino : ” Sii buono con me…” invece di alzarsi in piedi e reagire con forza e a voce alta.

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  1. milit0nti e donne al tempo di internet « laboratorio donnae linked to this post on agosto 24, 2012

    […] nelle lotte di “femmina” non ci sono mai!”  pubblicato nel  blog femminismo a sud  (   http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/08/22/i-milit0nti-che-nelle-lotte-di-femmina-non-ci-so… ) . E che pubblico a mia volta. Pina […]