Il termine si riferisce solitamente a cose di informatica. Resetti e tutto torna al punto di partenza. In questo caso è stato usato per la vicenda di Cittadella di cui la mia adorata FikaSicula dice non dovremmo parlare più. Infatti non ne parliamo. Per quanto tutto il giorno le tv abbiano trasmesso altri dettagli non richiesti istigando una attenzione morbosa che irrompe nella privacy altrui a violarla.
A parte tutto quello che è già stato detto io voglio parlare del verbo “resettare” applicato ad una persona. Non credo sia quello che poi in realtà viene risolto in queste circostanze perché sarà sicuramente più complesso di così. Però si tratta sempre di uno sradicamento, di luogo, affetti e punti di riferimento. Scuola inclusa. Non è sicura, dicono, e va bene. Tropplo clamore in questo periodo e quindi è effettivamente reale il pericolo di intrusione da parte di media e parlamentari sciacalli che vogliono rifarsi di audience e di un millimetro di immagine sulla pelle di un bambino. Ma resettare è quello che in America fanno alle vittime del lavaggio del cervello da parte delle sette. L’impostazione è identica. Un po’ come l’Arancia Meccanica di Kubrick.
Ma a parte tutto, dato che non voglio ragionare su una cosa sulla quale si ragiona da anni, sviscerandola da ogni parte e arrivando sempre alla stessa conclusione, quello che oggi ho visto è un’altro genitore che raccontava di una bambina reclusa in una casa famiglia, uno di questi luoghi spesso gestiti da privati che ricevono 100 euro al giorno, circa, a bambino, dallo Stato, che le era stata tolta senza alcun motivo.
Diceva lei, una mamma che non cito, che il papà non voleva occuparsi di questa figlia e lei invece si e il giudice ha stabilito che però era una situazione conflittuale e allora gliel’ha tolta e l’ha messa in istituto. Ora questa mamma fa la via crucis dei programmi tv e ha la sua pagina facebook in cui espone la sua storia e lotta per questa figlia che le chiede aiuto. E anche questo fatto che le mamme e i papà di figli perduti diventino personaggi mediatici di per se’ sarebbe da rifletterci per come siamo messi in Italia sulla spettacolarizzazione del dolore e la speculazione da parte di chi su queste cose realizza audience e profitti pubblicitari.

