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Buon anno r-esistente a tutt*!

Ancora un anno di vittime di violenza maschile, di donne massacrate da uomini violenti, di diritti violati in nome di una supposta superiorità degli uomini sulle donne.

Un anno di vittime della precarietà in cui donne senza garanzie si ritroveranno in uno scantinato buio a rischiare la vita per pochi euro all’ora.

Un anno in cui le donne in piazza dovranno urlare più forte e marciare e andare avanti senza farsi intimidire da nessuno. Un anno in cui passo passo, mano nella mano, saremo sorelle per sfidare la sorte e il destino che ci viene imposto, e rifiuteremmo di allungare le gonne, di lasciarci intrappolare dentro una cintura di castità, di ipotecare l’utero e il presente al cospetto di “autorità” che non riconosciamo in quanto tali.

Un anno di opposizione critica che non ci vedrà indietreggiare mai, noi, ferme a sostenere striscioni reali e virtuali, con le nostre vite in mano, i nostri sorrisi, la nostra intelligenza e le mille abilità per reinventarci e sostenerci, per non essere mai sole, ché andremo in piazza danzando, saltellando, calci in alto, gomiti appuntiti, bocche mai cucite, occhi ben aperti, avremo amore e lotta, per amarci meglio, per amare chi vogliamo.

L’anno in cui continueremo a chiamare le cose con il proprio nome. In cui il fascismo si chiamerà fascismo, il razzismo non potrà essere che razzismo, lo specismo non sarà che quel che è, il sessismo lo descriveremo come quella forma di autoritarismo che è.

Continued…

Posted in Anticlero/Antifa, Fem/Activism, Precarietà, R-esistenze.


Se a diciassette anni incontri un obiettore

Pubblichiamo questa cosa a blog unificati. Una storia vera che è stata consegnata da una ragazza a Fem a Sud e a Loredana Lipperini.

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Premetto che la storia non è la mia e dunque non posso e non voglio dare tutti i particolari, solo raccontare un’ingiustizia che ho vissuto da testimone e che ancora fatico a mandare giù. Ho sempre pensato tanto alla correttezza di appropriarsi di una storia non mia e di una denuncia che in teoria non dovrebbe essere mia, ma poi penso alle mille e mille storie uguali a questa e penso forse che se i protagonisti non possono raccontarla, io ho il dovere di farlo per loro.

Io ho conosciuto l’aborto prima ancora di imparare a fare l’amore. Erano le feste di Natale di sei anni fa, di anni ne avevo 17 e noi compagni di scuola si aveva deciso di farsi tre giorni di vacanza insieme. Poi la mia amica che dice: “ieri sera si è rotto il preservativo, accompagnami in ospedale devo prendere la pillola del giorno dopo”. “Certo. La pillola, non c’è problema amica”, le ho detto con l’aria sicura, “tranquilla che risolviamo”. All’ospedale ci siamo andate con l’autobus e là abbiamo chiesto del ginecologo di guardia per avere la ricetta: è un obiettore, hanno detto, niente da fare ragazzine. E noi con i nostri 17 anni e l’ingenuità, la stupida ingenuità di chi non ha mai avuto lezioni di educazione sessuale a scuola, di chi vive in un paese dove “certo, possono esistere gli obiettori di coscienza ed è un loro diritto”, abbiamo salutato e siamo tornate a casa. “Perché doveva succedere proprio a noi e proprio quella volta?”, pensavamo. Abbiamo incrociato le dita e fatto finta di niente. Ci ho ripensato molto a quel giorno, quella sera, quella stupidità. Ma immaginate voi di avere 17 anni, non avere macchine, autobus o altro per andare in chissà quale ospedale, a cercare medici che non siano obiettori, a implorarli di esistere, nella speranza che firmino una ricetta. A 17 anni non si fa, o almeno noi non lo abbiamo fatto. La mia compagna di classe quel giorno è rimasta incinta e dopo un mese era in un ospedale ad abortire di nascosto. È la storia di un’ingenuità che ho nel gozzo, la storia che ho sempre paura a denunciare, perché non è mia e forse dovrei solo starmene in silenzio.

Un giorno, mi hanno spiegato che è illegale: se non ci sono altri medici di guardia, l’obiettore deve prescrivere per forza la pillola. Me lo hanno spiegato anni dopo, quando ero grande e le spalle avrebbero avuto la forza per affrontare tutto quell’ambaradam lì. Me lo hanno spiegato troppo tardi.

Posted in Anticlero/Antifa, Corpi, Omicidi sociali, Personale/Politico.


Riviste femminili: quanto ci rappresentano?

Prendo in prestito le parole di Martinoalcott, che del nostro collettivo fa parte, per ragionare di riviste femminili e per finire poi una chicca per ragionare di blogger al femminile. Non come la vediamo noi ma a proposito di quello che ci propongono quelle che si fanno chiamare fashion blogger.

Riviste femminili, dalle più conosciute in allegato a testate nazionali ad altre più o meno nuove come WomenMag.
Riviste patinate, glam, con le foto con la luce soffusa, tecnicamente abbastanza buone ma discutibili come impostazione dell’immagine, i testi banali e retorici, il concetto di eccellenza che permea ogni pagina, un gioco al ribasso di difesa e attacco che fa emergere un’immagine triste delle donne che vogliono rappresentare.

Partiamo dall’inizio.
Copertine atroci. Potrebbero essere pubblicità dei trucchi, donne ritratte spesso completamente prive di vitalità, lo sguardo fisso a pesce lesso, fiocchi sulla gola che svettano come cappi.
Titoli, sulla meraviglia dei corpi perfetti o sulle ragazze da marito: e ci sarà qualcuno che spiegherà perchè studiare conviene e qualcun altro che ti dirà perchè è bene allisciarti la pelle per meglio figurare al cenone di capodanno.
Ci saranno interventi maternalisti, che mi indottrinino e illustrino i misteri che da sola non capirei.
Capisco che devo ringraziare anche per considerare me lettrice così imbecille da non arrivare a certe considerazioni piuttosto ovvie senza uno spirito guida.
In piccolo, sulla copertina, si leggono i contenuti del numero, tra cui qualcosa che parlerà di un ipotetico individuo famoso e il titolo dirà: “sarà pure famoso ma in casa comanda la moglie” (così, per non farci mancare nulla..a noi mica interessa destrutturare un modello di potere, no no, a noi interessa portare i pantaloni in casa, comandare!)

Pagine di pubblicità patinate, con il solito abuso del corpo della donna, morto, ammiccante, eteroconforme al desiderio del patriarca d’oggidì (notevole per i magazine che si reputano una ventata fresca adatta alle donne moderne e indignate) e poi la presentazione delle firme del giornale.
Le firme del giornale vengono presentate in riduzione: potrei dire qual è il mio profilo lavorativo e presentarmi in un modo interessante, ma voglio ammiccare a chi legge e dimostrare quanto sono ggggiovane, carina e glam..e via con le banalità..
Notevoli le varie autrici strafatte di stereotipi di decoro al nome e notevoli anche i titoli appellativi (leggo su una rivista e mi chiedo: cosa sarà mai una childfree o una social girl?).

Continued…

Posted in Comunicazione, Critica femminista, Pensatoio.