Metti una donna che è stata maltrattata. Parlo di maltrattamenti multipli, fisici, psicologici, messa in soggezione, costretta a livelli di sottomissione, addestrata da un uomo che la domina e che le fa fare tutto quello che vuole e che se non ce l’ha sotto controllo la offende, la mortifica, la insulta, la umilia.
Una donna così se non la supera poi vive male e così ha vissuto per tanto tempo una ragazza che mi scrive delle cose e mi racconta. Dice “non capisco che succede…”, “che vuoi dire” chiedo io, e mi spiega con fatica che quando conosce qualcheduno lei si sente obbligata a compiacerlo. Non sa dire no. Non sa dire che non è d’accordo. Non sa dire che è lontana da quella posizione mille miglia. Non sa manifestarsi come differente per paura di un rifiuto perché in fondo spera di ottenere la approvazione di quel nuovo aguzzino. E’ il rapporto tra carcerata e carceriere, tra prigioniera e sorvegliante, tra chi resta in ginocchio a leccare il pavimento con la lingua e chi tiene la frusta in maniera non consensuale.
Non dico che chiunque voglia essere sottomessa sia da patologizzare o che a chiunque piaccia il sesso, consensualmente beninteso, in rapporto tra masochista e dominatore sia da ritenersi sbagliata. Ciascuna può fare ciò che vuole e se ne trae piacere tanto meglio. Ma esiste il caso in cui una donna non sceglie, non ragiona, replica semplicemente dei momenti già vissuti con il padre, il fidanzato, il marito, chiunque l’abbia educata in quella direzione, e resti intrappolata a non saper dire di no e a far di tutto per piacere ad uno del quale non condivide niente, per farsi voler bene da uno che vuole bene solo a se stesso.

