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Della sottomissione femminile

Metti una donna che è stata maltrattata. Parlo di maltrattamenti multipli, fisici, psicologici, messa in soggezione, costretta a livelli di sottomissione, addestrata da un uomo che la domina e che le fa fare tutto quello che vuole e che se non ce l’ha sotto controllo la offende, la mortifica, la insulta, la umilia.

Una donna così se non la supera poi vive male e così ha vissuto per tanto tempo una ragazza che mi scrive delle cose e mi racconta. Dice “non capisco che succede…”, “che vuoi dire” chiedo io, e mi spiega con fatica che quando conosce qualcheduno lei si sente obbligata a compiacerlo. Non sa dire no. Non sa dire che non è d’accordo. Non sa dire che è lontana da quella posizione mille miglia. Non sa manifestarsi come differente per paura di un rifiuto perché in fondo spera di ottenere la approvazione di quel nuovo aguzzino. E’ il rapporto tra carcerata e carceriere, tra prigioniera e sorvegliante, tra chi resta in ginocchio a leccare il pavimento con la lingua e chi tiene la frusta in maniera non consensuale.

Non dico che chiunque voglia essere sottomessa sia da patologizzare o che a chiunque piaccia il sesso, consensualmente beninteso, in rapporto tra masochista e dominatore sia da ritenersi sbagliata. Ciascuna può fare ciò che vuole e se ne trae piacere tanto meglio. Ma esiste il caso in cui una donna non sceglie, non ragiona, replica semplicemente dei momenti già vissuti con il padre, il fidanzato, il marito, chiunque l’abbia educata in quella direzione, e resti intrappolata a non saper dire di no e a far di tutto per piacere ad uno del quale non condivide niente, per farsi voler bene da uno che vuole bene solo a se stesso.

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Brigate Teatrali Omsa: Arrivano le giubbe rosse (Incalzatissime!)

Rachele Ledda ci manda un suo intervento scritto sull’esperienza “Licenziata!” delle Brigate Teatrali Omsa, che fa da cornice ad un reportage fotografico sull’esibizione del 10 Marzo 2012 a Pisa. Il fotografo che accompagna il progetto – Andrea Battaglia – ci presta alcune immagini e le altre meravigliose foto della rappresentazione potete vederle nella sua Galleria. Buona lettura!

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Arrivano le giubbe rosse
(Incalzatissime!)

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Posted in Fem/Activism, Precarietà, R-esistenze, Vedere.


Viaggio all’inferno e ritorno

Quando arrivò il primo commento a un post tutto da cambiare era chiaro che c’era dolore, poi rabbia, sensazione di impotenza. Incontri la persona più spiacevole che esista, che parla male, dice cose che non condividi, ma la vedi dritta, lucida, poi distingue te dall’altr@ e te lo vedi quest’uomo che in un altro momento parlava di voler proteggere gli animali, che a vederli rinchiusi nei canili avrebbe fatto cose turche, e i viaggi per il mondo e l’attaccamento alla natura e quel contatto con lo stomaco, la pancia, e le parole dette mai allo scopo di piacere, ché non gli importa soprattutto di compiacere. Vuole solo dire, a modo suo, e raccontare, e poi, certo, ha maturato una sua idea, diversa tanto dalla mia, ma chi sono io per dirgli cosa è giusto e cosa è sbagliato quando c’è di mezzo un fatto personale?

E mi ricordo di persone piene di conflitti e contraddizioni, tuttavia umane, che nello sforzo di apparire perfettissime tradivano lo spazio che ti lasciava il tempo di toccargli il cuore. Succedeva quando incontravo mio padre, quello che comprava i libri e i miei quaderni per incoraggiare il mio precoce amore per la lettura e la scrittura. Succedeva perfino quando incontravi il mio lontanissimo ex che di tanto male fatto più di tutto mi ricordo il gran falò che fece di quei miei quaderni, memorie di continuità della mia vita e delle mie passioni. Cancellati per poter riscrivere la mia vita senza il mio consenso. Ma se io posso voler vedere oltre le ferite e capire senza mai giustificare, se posso voler vedere senza farmi male, perchè non farlo. Perchè non incontrare anche quella parte di me che urla di errori visti e tralasciati, di cose osservate ma forse rimosse. Allora intanto c’è che non mi sento un giudice e non ho voglia di impiccare nessuno. Voglio capire.

E trovo un tale sì paziente che mi porta per mano e mi illustra le ferite del suo corpo. Vedi questa? E’ il ricordo dei miei figli. Vedi quest’altra? E’ la bugia che ho dovuto tollerare. Vedi l’altra ancora? E’ di quando mi sono accorto che una persona che hai amato può diventare la tua peggior nemica. Poi io insisto, presuntuosa, e senza vergogna “metto l’accento sugli avverbi e gli aggettivi”. E contesto linguaggi e pratiche come si potesse razionalizzare il linguaggio della rabbia o della scelta di una pratica di ribellione di chi viene confinato a margine, nel posto in cui non hai più diritto di parola.

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