C’è differenza tra tessere una rete e creare un recinto, una prigione, anche culturale. Secondo me questo è quello che fanno alcune donne che in nome della trasversalità rinchiudono dentro il recinto le altre e le usano per i propri scopi. Elettorali, prevalentemente. Perché la tentazione di creare recinti, anziché reti, cordoni di protezione per lager protetti in cui ti invitano a rinchiuderti spontaneamente in nome del nemico che sta là fuori, è forte in ogni dove.
La rete è rete se rimane aperta ma con confini precisi. Dove le gerarchie non si incrociano e i fascismi non stringono il cerchio. La rete è rete dove le mani che la tessono non ordiscono trame oscure ma semplici relazioni fatte di partecipazione dal basso, di riconoscimento reciproco, di valorizzazione del lavoro di tutte e di volontà di guardare al futuro.
Mi fa ridere l’accusa della ghettizzazione quando qualcun@ spiega che la rete è rete se pone obiettivi precisi. E’ rete autodeterminata dove il collante è la volontà di restare, stare insieme e andare avanti e non quella che si realizza per condizione di paura, timore del nemico esterno.
Prendi Snoq: la prima volta si è legata ché là fuori c’era Berlusconi, poi ci fu l’uomo violento in quanto tale, brutto e cattivo, poi c’è l’intenzione di far pensare anche a me che le quote rosa avrebbero un senso. Dove per quote rosa sta la felicità di sapere che a fare una riforma del lavoro di merda è stata una donna invece che un uomo. Che bellezza!
Non so. Volevo dire solo questo, oggi. Altro non mi viene in mente. Non so se è una osservazione intelligente ma mi sono scocciata di sentirmi dire che quelle come noi che non vogliono avere a che fare con le fasciste sono settarie. Settarie un paio di ovaie.
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