I disturbi alimentari non riguardano solo le donne. Haberman, un ragazzo, ci racconta di se’ a contributo delle “Storie di Dipendenze” che raccolgono per ora le autonarrazioni (Diario di una bulimica) di Eretica, Eve, le voci raccolte da Antonella, di Valentina. Dal personale al politico perché anche di questo bisogna parlare. Se volete partecipare al nostro progetto e contribuire scrivete a fikasicula[at]grrlz.net. Buona lettura!
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Sono passati ormai dieci anni dall’inizio di tutto. Da quando decisi che il mio corpo sarebbe dovuto cambiare, adattandosi alla mia mente (e, in parte, a quella degli altri).
Da allora, non gli ho lasciato un attimo di pace: specchio fedele di ciò che covo dentro, si è adattato alle diverse fasi della mia – per quanto breve – vita. L’ho forzato, e lo forzo tutt’ora, dentro uno schema teorico impossibile da rispettare per chiunque altro; ma non per me.
Con il senno di poi, posso dire che difficilmente avrei potuto fare altrimenti: la storia ce l’abbiamo scritta dentro, e non è possibile rimuoverla del tutto. Non è una giustificazione (anche perché giustificare il proprio malessere è da coglioni), ma una semplice costatazione di come non abbia il diritto di scaricare le colpe a qualcun altro/qualcos’altro.
Ciò che mi fa accettare i miei comportamenti è la consapevolezza che, benché ci siano molti mezzi teoricamente a disposizione per lottare contro la bulimia, la maggior parte siano, in definitiva, inutili: sono io a non volerne uscire del tutto. Come nel protagonista di “A Beautiful Mind”, non si tratta di sconfiggere la malattia, ma di conviverci, guardandola ogni giorno negli occhi senza cederle.