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D di Repubblica e l’intelligenza offesa

Poi dicono che una deve andare a dormire serena. Ma come si fa a non essere imbufalite dopo aver letto questo cumulo di sciocchezze? Banalità, stereotipi, idiozie. Le donne intelligenti non sono proprio più un tabù. Coltivare l’immaginario sessista secondo cui gli uomini vorrebbero come compagne delle deficienti mansuete e sempre inclini a dire di si è un vezzo di rivistine come D di Repubblica perché altrimenti, assicuriamo alla rivista, gli uomini che abbiamo incontrato non si pongono minimamente il problema. Anzi.

Oggi un uomo che ha un minimo di neuroni se ne fa un vanto di avere accanto una compagna con la quale può discutere di cose che vanno oltre la pietanza portata a tavola. Perché essere colte e intelligenti non è un difetto, una pesantezza, come vorrebbe farci credere D di Repubblica che mancava solo che dicesse che intelligente è uguale a cozza o problematica e lo stereotipo c’era tutto, ma è anzi il mezzo per rendere facile la vita a entrambi. Dove resistono stereotipi una donna intelligente sa convivere con un compagno senza alcun problema, procura agio, non serve spiegarle nulla perché lei, guarda un po’, capisce. O meglio, c’è da capire poi se D di Repubblica abbia superato la scienza nella stessa definizione di intelligenza perché se confonde l’intelligenza con l’essere istruite allora siamo alla concezione anni ’50 colonialista dell’attribuito quoziente intellettivo in una visione discriminatoria che non tiene conto di tutta la somma delle esperienze.

L’empatia è intelligenza? Mia madre è intelligentissima e ha la quinta elementare. Di che parliamo dunque? Del fatto che bisogna fare perdere appeal alle donne istruite che tendenzialmente saranno recalcitranti all’idea di restarsene a casa a fare le madri e le mogli vecchia maniera? Quelle che hanno voglia di lavorare? Ma non lo fanno tutte, incluse quelle meno istruite, oggi? O per lo meno lo fa chi trova un lavoro, ma qual è la donna che oramai resta a casa a parte la disoccupata che non trova lavoro o che si deprime e smette di cercarlo?

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E se a Palermo: la tassa sull’insulto a tutela delle fanciulle!

Sofie Peeters ha fatto un video in cui mostra come gli uomini per strada insultano le donne. Il borgomastro di Bruxelles ha stabilito che questo comportamento sarà sanzionato con multe fino a 250 euri. Sarebbe un provvedimento in continuità con un “piano di lotta contro l’inciviltà” che si occupa di sporchi cittadini che inzozzano la strada d’immondizia in ore non consentite e di insulti di qualunque tipo, omofobi, sessisti, razzisti, eccetera. Pare che così si intenda alleggerire la giustizia del carico di piccole cause che intasano i tribunali e allo stesso tempo serve a riempire le casse comunali così come per altre multe o come fosse una tassa sull’insulto.

Io sono di Palermo, con gli insulti palermitani ho composto racconti, e ho attraversato strade in cui imperversavano fantasiosi o monotoni sessisti che ti facevano oggetto delle loro attenzioni a prescindere da come eri conciata, vestita, truccata, agghindata. Basta che respiri, potrebbe essere il motto, e dunque mi viene in mente che se il sindaco di Palermo facesse la scelta di tassare o multare gli insulti secondo me dovrebbe fronteggiare una rivolta popolare. Si creerebbero comitati a salvaguardia dell’insulto folkloristico (la spigliatezza di un “ti facissi un pigiaminu ri saliva ‘co rinforzu nto’ cavaddu”), moderne accademie della crusca a difesa del linguaggio scurrile, e i partiti dibatterebbero in aula sulla meraviglia dell’apprezzamento spontaneo e genuino, e giù a dire che le donne se le cercano e che bisognerebbe multare loro, le donne, che quei commenti e quegli insulti se li tirano.

Direi che in Italia una cosa del genere provocherebbe una catastrofe di immani proporzioni e i sindaci che osassero fare una proposta simile come minimo non sarebbero rieletti. Ma consapevolmente a me viene da dire che comunque la tassa sull’insulto pluridiretto va nella direzione del più decoro che censura le prostitute troppo svestite e le rimanda in periferia, e poi decide cosa possono indossare le donne musulmane e cosa no e stabilisce che ha da esserci una censura per le immagini sessiste e se si parla qui perfino di una sanzione a colmare con un provvedimento repressivo un evidente vuoto culturale a me pare che non sia un gran progresso.

Chi stabilisce cosa è un insulto e cosa non lo è? E perché mai dovrei delegare la tutela dei miei timpani a qualcuno che monetizza il mio disagio, diventando io funzionale ai liberismi di cui oramai sono fatte anche le amministrazioni, senza voler capire e risolvere il problema a monte?

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La 27esima ora criminalizza i femminismi

La 27esimaora è in guerra contro il femminismo. Vuole annacquare le discussioni e racconta balle quando non è neppure in grado di tradurre per bene un pezzo che parla di UN ALTRO femminismo che discute di diritti per le persone prostitute, di postporno, di cose così, e poi racconta balle quando addebita tutto il male possibile AL femminismo come se ne esistesse solo uno.

E invece il punto è che tenta di spostare verso un più generico donnismo laddove non riesce più a dare appeal al femminismo della differenza e ai senonoraquandismi. Perché quando parlano di “femminismo” che è oramai fuori tempo parlano di quello. Non di noi.

Noi appoggiamo apertamente le rivendicazioni delle prostitute, parliamo di postpornografia, non siamo moraliste, non censuriamo, siamo libertarie, non abbiamo mai chiesto quote rosa e non facciamo rivendicazioni generiche che comunque non tengano conto del conflitto di classe. Noi non facciamo comunella con le istanze fasciste e riconosciamo i fascismi ovunque essi siano anche se si chiamano in altro modo.

Ci provano da un po’ queste donne che si ispirano non so a quale cultura a spostare il piano della discussione per riportarlo a casa e normalizzare ancora, per l’ennesima volta, le argomentazioni ribelli, rivoluzionarie che nulla hanno a che fare con il percorso accademico di chi intraprende studi di genere che comunque un suo perché ce l’hanno. E sarebbe bene non parlare comunque di una cosa che in Italia non esiste perché laddove esiste infatti, non a caso, ha favorito un multiculturalismo femminista che in Italia, con la cappa egemonica delle femministe della differenza, è stato impedito e viene impedito tuttora.

Ci hanno provato con le campagne sulla violenza sulle donne attraverso le quali hanno già promosso un donnismo privo di specificità, riproponendo il femminismo della differenza senza chiamarlo per nome, perché siamo tutte donne, degli altri generi chissenefrega, ed è stato tutto un anno di esibizioni chiacchiericcie sul fatto che siamo sante, brave, e grandi, empatiche, migliori, se governiamo siamo il meglio e se diamo mazzate lo facciamo con più grazia, e avendoci un identico organo sessuale, accomunate da un utero, bisognava solidarizzare con chiunque, tutte uguali.

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