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Se il G8 stabilisce la cittadinanza della violenza contro le donne

http://www.youtube.com/watch?v=77F6zbZLl3g

Due articoli da segnalare per oggi: uno è quello di Angela Azzaro che parla senza mezzi termini di sconfitta per repubblica e dell’incoerenza dell’unità che vorrebbe le altre donne in piazza a comando e che pubblica per fare audience le foto scandalistiche di altre donne coinvolte nell’inchiesta tarantini.

Il secondo è quello di Barbara Spinelli, pubblicato su L’altro, che scrive un lungo report delle due giornate g8 contro violenza donne appena concluso.  

L’intervento finale del G8 e una piccola rassegna stampa potete trovarli a conclusione di un altro post. La sintesi ben espressa da una breve di Liberazione riguarda il monito a proposito delle immagini veicolate dai media che degradano le donne. Un intento favoloso se non fosse che contemporaneamente berlusconi affermava, maschilisticamente parlando, che "le donne sono il miglior dono di dio agli uomini!".

Condivido l’intervento di Barbara Spinelli, invitandovi a leggere comunque quali sono i reali piani della Carfagna per le donne italiane [leggi] e a prendere appunti sulle omissioni che in sede di G8 lei ha operato. La violenza domestica in italia che certamente è per la maggior parte una questione che riguarda italiani; la violenza istituzionale contro le donne immigrate ridotte all’invisibilità, punibili con il reato di clandestinità, private della possibilità di accedere alla sanità, all’istruzione, respinte indietro nell’inferno libico dove vengono stuprate e massacrate fino ad un nuovo imbarco e forse alla morte in mare; la violenza istituzionale, repressiva, nei confronti delle prostitute a proposito delle quali l’atteggiamento del governo italiano è fortemente repressivo; la sostanziale complicità omofobica, lesbofobica e transfobica da parte di una ministra alle pari opportunità che non concede opportunità a gay, lesbiche e trans; la assenza di una autoanalisi circa il ruolo che i media italiani, preminentemente quelli appartenenti alla famiglia del premier, svolgono nel mortificare le donne. Questo è il contesto in cui agisce quella che per due giorni finge di essere paladina dei diritti umani per farsi riconoscere un ruolo di civiltà dall’Onu e dal Cedaw. Da dire anche che è fondamentale avere presente la scelta della cornice operata per affrontare un argomento di questo tipo: il G8 è la riunione dei grandi occidentali, imperialisti e colonizzatori per eccellenza, solo di recente costretti ad una apertura di facciata alle economie nascenti rappresentate da India e Cina. Il G8 è un organismo che non può essere riconosciuto se non come struttura di potere che toglie ad altri per avere vantaggi di gestione nelle risorse di tutto il mondo mentre si atteggia a buon samaritano nell’idea malsana di circoscrivere l’assenza di diritti umani esclusivamente nei paesi colonizzati. Basti questo a spiegare l’impostazione catto-centrica, euro-centrica, occidental-centrica di tutto l’appuntamento dedicato alle donne sottoposte a violenza. L’Italia riscopre dunque il proprio ruolo coloniale dimenticando di aver condotto campagne in passato (vedi sopra uno dei tanti video sull’italia fascista coloniale che girano in rete), in africa per esempio, in cui gli italiani, a proposito di multiculturalismo, hanno stuprato donne africane consegnate loro come bottino di guerra dalle promesse del duce. Vi lascio alla lettura dell’ottimo articolo di Barbara.

La violenza delle donne è pure qui

(Carfagna contro il patriarcato degli altri)

di Barbara Spinelli

Un evento destinato ad essere epocale, il primo G8 sulla violenza contro le donne, disertato da first ladies e compagni, e relegato alla competenza settoriale delle ministre di famiglia. Neanche un messaggio di saluto o di buon auspicio dai grandi otto, indice forse di quanto davvero ci fosse bisogno di organizzare questo evento, se non altro per reclamare la necessità di discutere delle strategie di contrasto alla violenza di genere all’interno del G8 stesso, posto che comunque anche questo è uno degli obiettivi del millennio che dovrebbe interessare i grandi.

Lo ha sottolineato tra gli applausi, Nasina Rahamani, coordinatrice di Action Aid Afghanistan: “La prospettiva di genere pervade tutti i temi, ma è stata disdegnata dal G8, anche se tutti i temi trattati in quella sede riguardavano in primo luogo le donne, che rappresentano più della metà della popolazione mondiale”. Pure in assenza di first ladies in giro per shopping, la femminilizzazione dell’evento nel migliore italian style era palpabile: stava nel tocco di classe degli scialli, braccialetti e fiori bianchi con cui la ministra ha omaggiato le relatrici.Poche le studiose italiane e le Ong invitate, pesava l’assenza in sala dei centri antiviolenza e dell’Udi. Corpose le delegazioni governative africane e mediorientali.

Assenti rappresentanze di donne centro e sudamericane ed australiane. Che si trattasse di una grande sceneggiatura ad uso e consumo dei media nazionali ed internazionali si sapeva: questa Conferenza è funzionale sia ad una ricandidatura nel Consiglio dei diritti umani dell’Italia, sia ad ottenere visibilità e consensi dalla comunità internazionale in vista del deposito, da parte del Governo, entro fine anno, del Rapporto periodico al Comitato per l’applicazione della Convenzione Onu per l’Eliminazione di ogni forma di discriminazione (Cedaw).

Tuttavia non era così scontato che il Governo assumesse come propri i contenuti che da sempre l’Onu propone in tema di violenza di genere come violazione dei diritti umani, visto il presupposto pubblicitario della rosa bianca, declinazione per immagini della retorica familista e protezionista che da sempre ha caratterizzato l’approccio della Carfagna. E invece Mara ha stupito tutti, nominando addirittura il patriarcato ed andando ben oltre quelli che sono gli indirizzi Onu, con un approccio a tratti marcatamente femminista.

Ad ascoltarla dal vivo, con quel suo tailleur dal girocollo mozzato, gli occhioni grandi grandi, fissi, e il fard marrone sul viso pallido che le disegnava quel triangolo alieno sul volto, con la sua vocina atona, c’era da rimanerci fulminati: “La violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani grave e diffusa, che tocca la vita di innumerevoli donne e che è un ostacolo al raggiungimento dell’uguaglianza, allo sviluppo e alla pace in tutti i continenti. Non è un tema politico, non è una battaglia che si può combattere solo con le leggi, con la polizia, con le alleanze politiche. E’ piuttosto una voragine scura inflitta nei secoli, un taglio nell’anima dell’uomo stesso (…). Non c’è Paese, non c’è universo sociale che possa dirsi alieno dalla sciagura della violenza sulle donne (…). Noi non siamo qui per lamentare la condizione femminile (…). Noi vogliamo portare alla luce e lottare, usando contro il problema globale un’arma globale (…).

Non siamo qui solo per denunciare, per raccontare, per piangere ma per combattere.I contenuti del suo discorso di apertura mi hanno lasciata perplessa. Lo sviluppo della Conferenza ha poi confermato la fondatezza dei miei dubbi. Consegnati i discorsi introduttivi alla stampa, dunque proiettata urbi et orbi la figura di bianco agghindata della Mara paladina dei diritti umani, i lavori della Conferenza hanno rivelato la schizofrenia della messinscena mediatica, mostrando i contenuti reali delle politiche di pari opportunità veicolate dal governo italiano: approccio colonialista e di stampo repressivo per quanto concerne i dritti delle donne migranti, assenza di una visione d’insieme dello stato di autodeterminazione delle donne italiane, incapacità di cogliere gli obiettivi prioritari nelle politiche nazionali, negazione del ruolo sociale dei centri antiviolenza e dell’associazionismo femminista nella lotta quotidiana alla violenza di genere.

Da segnalare l’attenzione delle relatrici alla lotta alla tratta: l’intervento di Isoke Aikptanyi ha zittito la platea, e le sue affermazioni durissime come pietre hanno lasciato il segno (“ogni donna immigrata stuprata salva una donna bianca dallo stupro, è sempre più facile usare violenza contro chi non esiste, non ha diritti”, “la tratta è come uno stupro a pagamento”), così come il suo momento di commozione, subito trasformato in show per le doti consolatorie della Ministra.Al finire della prima giornata, nel susseguirsi incessante di quaranta relatori (di cui una o due Ministre – spesso della Famiglia – per ogni Panel), pesava come un macigno l’assenza di voci italiane capaci di pronunciarsi sullo stato delle donne in Italia.

Se Giuseppe Losasso di “Smile again” ha parlato del progetto di chirurghi plastici italiani di ricostruzione del volto di donne pakistane acidificate, patetici sono stati i tentativi di Alessandra Necci (consigliera del presidente del senato) di raccontarci nel panel sull’accesso all’educazione come le donne italiane si sono conquistate il diritto all’istruzione partendo dall’antica Roma ad oggi (e santando passaggi significativi come quello del femminismo) e quello di Simonetta Matone nel panel sul ruolo al diritto internazionale di esporre (tema sclto a piacere?) il dramma della sottrazione al genitore italiano del minore da parte del genitore straniero.

Tolta la dichiarazione introduttiva che la violenza contro le donne riguarda ogni cultura e paese, i compatrioti intervenuti si sono ben guardati dal fornire un quadro di insieme sullo stato dei diritti delle donne nel nostro Paese, offrire dati statistici, illustrare gli interventi legislativi in materia. Zero autocoscienza. Al contrario, numerosi sono stati gli interventi di donne e uomini italiani pronti a puntare il dito contro la barbarie delle mgf e l’intollerabile schiavitù in cui l’islam relega le donne musulmane: il multiculturalismo fa male alle donne! Un eco che si ripete, anche da parte di attiviste americane ed europee, un susseguirsi di rigurgiti coloniali, che ci vedono ancora, nonostante il tramonto di Bush, pronti ad esportare democrazia per le donne degli altri, lasciando le nostre a fare gli angeli del focolare tra lividi e mazzate, alla mercè di folli e ignoranti.

Patetica Souad Sbai, secondo la quale chi bruciava reggiseni in piazza negli anni settanta si dovrebbe vergognare oggi di tollerare il burqa, e non da meno Carlo Panella, secondo il quale l’unica religione che rende schiave le donne è qualla musulmana, per cui va imposta per legge una versione dell’Islam gender oriented o non si sconfiggerà mai la violenza contro le donne.Argomentazioni fondamentaliste, che, per la quantità degli interventi di condanna del mondo musulmano, hanno trasformato i lavori della conferenza in un proclama strumentale a ribadire che la violenza sulle donne riguarda comunque soltanto gli altri, e nello specifico i musulmani, considerazione strumentale per ribadire la legittimità del colonialismo culturale occidentale e dunque di politiche securitarie ed escludenti verso l’immigrazione proveniente da Paesi indesiderati.

Fortunatamente, non sono mancati interventi chiarificatori, che hanno riportato il dibattito entro i giusti binari: tra questi va segnalato quello applauditissimo dalle ong di Elahm Manea, intellettuale e scrittrice araba, che ha ribadito con forza l’incongruenza del dibattito per come si stava sviluppando: “Non si tratta di condannare la religione musulmana e rivendicare l’applicazione dei diritti umani come acquis di valori occidentali, ha detto, si tratta di diritti umani, un patrimonio universale che deve essere invocato da ogni donna del mondo per liberarsi ognuna dalla religione o dalla cultura che la opprime, con una rivoluzione sessuale, affinchè uomini e donne possano interpretarlo imparando ad acquisire una volontà libera da ostacoli dogmatici”.

Come ben diceva la ministra di famiglia del Marocco, stupri e violenze di genere sono gli unici crimini al mondo in cui le vittime vengono socialmente e giuridicamente considerate colpevoli dell’offesa che subiscono. Ecco che allora, suggerisce una attivista di Ni poutes Ni soumises, il primo passo per restituire dignità alle donne è veicolare attraverso la cultura, l’educazione, la sensibilizzazione, il senso del rispetto nei confronti delle Persone, aldilà del genere, orientamento sessuale o etnia di appartenenza. Insomma va riconosciuta la matrice culturale universale del patriarcato, e per smantellarlo bisogna rivolgersi soprattutto agli uomini, perché come giustamente ha osservato Zeyno Baran, direttora dell’Hudson Institute Center for Eurasian Policy, nel panel sull’integrazione, è arrivata l’ora di insegnare agli uomini ad usare comportamenti civili e rispettosi nei confronti della donna per insegnar loro cosa distingue la bestia dall’essere umano.

Dello stesso avviso l’intervento di gianguido Pagi Palumbo, di maschile plurale, che sottolinea la necessità di una seria presa di coscienza di tutti gli uomini a partire dal capo dello stato e al premier fino al singolo cittadino, perché alle donne servono uomini nuovi al loro fianco, che si siano interrogati sulla propria maschilità, pena a una lotta destinata al fallimento.

D’altronde, faceva notare la Bonino, se tutte le violenze subite dalle donne avessero investito il corpo maschile, se ad essere mutilato fosse stato il loro organi riproduttivo, forse il problema si sarebbe risolto ben da tempo!La Conferenza si è chiusa nella maniera più onorevole per l’immagine internazionale del nostro Paese, ovvero accogliendo le posizioni più femministe e lungimiranti delle sessioni. Peccato però, che ancora una volta i diritti umani sono destinati a rimanere lettera morta, se la lotta alla violenza degli uomini contro le donne si riduce all’ennesima dichiarazione governativa di impegno formale.

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