A quello che scrive splendidamente Michela Murgia a proposito di questa campagna (e che vi invito a leggere), questo messaggio promozionale, vorrei aggiungere un’altra cosa che abbiamo già scritto. Perché, lo sappiamo, la violenza sulle donne è un brand.
Perché un centro antiviolenza sceglie di mostrare una donna con gli occhi bassi, in posa passiva, con espressione piena di vergogna, quell’occhio pesto (di cui meglio parla Michela), bella e patinata, che non offenda troppo l’estetica della violenza che mostra solo le varie Vanessa, Stefania, comunque le vittime di femminicidio di bell’aspetto di cui i media sfruttano l’immagine anche da morte, per catturare audience, certamente bisognosa di tutela, alla quale si imputa, nel messaggio, la colpa del “suo” silenzio, suo di lei, non di quelli che le stanno attorno, del clan che propone schemi omertosi e dei media che la insultano se prova a reagire e a non restare in silenzio.
Perché un centro antiviolenza deve mostrare una donna/bambina che si affida allo Stato/tutore/padre/uomo che non l’accetta se lei mostra di essere reattiva, se parla, se denuncia.
Perché un centro antiviolenza non riflette sul fatto che le donne oggi, in generale, quando sono troppo attive e parlano vengono sommerse da chilometri di misoginia e insulti e nelle piazze si beccano le manganellate se vanno a reclamare un posto di lavoro da quegli stessi uomini che poi dovrebbero proteggerla.
Perché dunque non si capovolge il messaggio e si smette di legittimare un modello istituzionale che vuole si declini la questione della violenza sulle donne solo fintanto che lei appare in quanto vittima funzionale a quello stesso schema che poi le impedisce di reagire.