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Sono una stronza totale. Diario di una bulimica #1

Comincia così il primo racconto del diario di una bulimica di Eve Blisset che ha deciso di aderire al nostro progetto di autonarrazione sui problemi legati disagi rispetto al corpo. Le abbiamo chiamate “Storie di dipendenze” e sono letture autonarrate o raccontate da altre/i senza filtri, nella maniera più franca e utile possibile. Utile a chi scrive e a chi legge. QUI il primo racconto. QUI la presentazione di Eve Blisset e in basso la sua prima storia.

Da Eve Blisset:

Spietato. L’hanno definito così il mio modo di raccontarmi e l’ho apprezzato un sacco. Spietato, in quel caso, stava per “privo del punto di vista pietistico e autocommiserativo sulla questione” ed era una bella cosa.
L’aggettivo spietato comunque, oltre ad essere una canzone dei Baustelle se declinato al plurale, di solito ha un’accezione negativa, e probabilmente se adesso sono riuscita a diventare narrativamente spietata in senso positivo, è perchè per anni sono stata spietata nel senso di stronza totale.

E’ come gli israeliani. Pensi di essere uscito fuori dall’oppressione nazifascista e diventi nazifascista tu stesso, diventi oppressore. Diventi uno stronzo totale. Non c’è nessuna giustificazione per gli israeliani, non c’è nessuna giustificazione per il modo in cui mi comportavo io.

Continued…

Posted in Narrazioni: Assaggi, Storie di dipendenze.


Stupri Utili: confessa, strega, non è vero che t’ha stuprato?

Tornando alla discussione che mi costa una scomunica insisterei su un punto. Volendo con voi condividere i miei pensieri.

La psicologa attraverso i media afferma che:

– «E’ stata stuprata»
– «Non ha ammesso la violenza per vergogna»

– «ha subito uno stupro», ma ha deciso di «non denunciarlo». Ne è convinta la psicologa (…)

– «La giovane  ha deciso di non denunciare la violenza subita per un sentimento di vergogna. Immagino che l’abbia fatto per liberarsi dal peso mediatico che l’ha circondata immediatamente in queste ore e per evitare la trafila giudiziaria che l’avrebbe attesa. Una risposta emotiva diffusa tra le donne che subiscono aggressioni di questo tipo».

– «Credo di non essere tanto lontana dalla verità – prosegue – rispetto all’avvenuto abuso sessuale, perchè per la giovane ammettere la violenza si sarebbe tradotto anche nel dovere rimanere a Roma, mentre non vede l’ora di andare via dall’Italia e lasciarsi alle spalle l’intera vicenda».

– La dottoressa ci tiene a precisare che questa è solo una sua supposizione, ma dice pure di essere certa che non è tanto lontana dalla verità «Ho avuto modo di stare vicino alla ragazza – racconta – Anche se non sono io a seguirla, ho potuto constatare che ha subìto traumi psicologici, ma non vuole ammetterlo. Cerca di mostrarsi forte e di fare credere a tutti che riuscirà a superare presto quello che le è successo, ma non è così. Lei ha solo fretta che tutto questo finisca il prima possibile».

E altre cose ancora che sono recensite QUI.

Domande:

1] Da quando le convinzioni altrui si traducono in inchieste giudiziarie? Se io fossi convinta, che so, che il mio vicino di casa è un mafioso, potrei vedere aperta una inchiesta sulla base delle mie convinzioni?

2] La psicologa suppone che la ragazza non abbia denunciato per vergogna, dunque si sostituisce a lei interpretandone i pensieri?

3] Immagina che la ragazza non voglia subire il peso mediatico della vicenda e lei, la psicologa, concede una intervista sovraesponendola in questo modo? E il segreto professionale sul quale dovrebbe poter contare una paziente dove sta?

4] Se il ragazzo fosse stato italiano sarebbe stata dedicata tanta attenzione alla faccenda? Non si tratta forse del caso mediatico che la stampa e la politica cadaverica attendevano per questioni di audience?

Continued…

Posted in Anticlero/Antifa, Critica femminista, Omicidi sociali, Pensatoio, Scritti critici.


Diario di una bulimica: sull’autonarrazione come forma di resistenza

Da Eve Blissett:

Non tengo un diario dall’età di dieci anni e fino a un paio d’anni fa non avrei mai scritto di me stessa, della mia vita, del mio privato, delle mie sensazioni. Lo facevo passare come un tentativo studiato per tentare di essere il meno autoreferenziale possibile ma si trattava di altro.

Mettersi a nudo, spogliarsi metaforicamente, rileggersi come guardarsi allo specchio: l’idea di tenere un diario era tutto questo e probabilmente ne ero spaventata, anche se allora non lo sapevo.  Ero malata prima di essere malata.

Dopo cinque anni di lotta, di resistenza, di guerriglia interiore, sotterranea, ho iniziato ad imparare a mettermi a nudo attraverso la scrittura, ho iniziato ad imparare a guardarmi rileggendomi, a riappropriarmi del mio corpo attraverso l’autonarrazione e a privare l’autonarrazione dell’aspetto autocommiserativo trasformandola in un vero e proprio atto resistenziale.

Poi è successo che grazie alle compagne di Femminismo a Sud la mia autonarrazione è diventata narrazione collettiva: contemporaneamente restava mia e trascendeva dall’essere mia, diventava di tutt*. La narrazione cambiava, cresceva, si arricchiva e parallelamente cambiava, cresceva e si arricchiva la capacità di resistenza. Sto guarendo anche grazie a tutto questo, ed è per questo che ho deciso, dopo una lunga riflessione, perchè ci vuole coraggio, perchè non è mai facile, di aderire al progetto Diario di una bulimica e di continuare a raccontarmi e a raccontarvi. Per continuare a lottare. Insieme.

Posted in Narrazioni: Assaggi, Omicidi sociali, R-esistenze, Storie di dipendenze.