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Diario di una bulimica: sull’autonarrazione come forma di resistenza

Da Eve Blissett:

Non tengo un diario dall’età di dieci anni e fino a un paio d’anni fa non avrei mai scritto di me stessa, della mia vita, del mio privato, delle mie sensazioni. Lo facevo passare come un tentativo studiato per tentare di essere il meno autoreferenziale possibile ma si trattava di altro.

Mettersi a nudo, spogliarsi metaforicamente, rileggersi come guardarsi allo specchio: l’idea di tenere un diario era tutto questo e probabilmente ne ero spaventata, anche se allora non lo sapevo.  Ero malata prima di essere malata.

Dopo cinque anni di lotta, di resistenza, di guerriglia interiore, sotterranea, ho iniziato ad imparare a mettermi a nudo attraverso la scrittura, ho iniziato ad imparare a guardarmi rileggendomi, a riappropriarmi del mio corpo attraverso l’autonarrazione e a privare l’autonarrazione dell’aspetto autocommiserativo trasformandola in un vero e proprio atto resistenziale.

Poi è successo che grazie alle compagne di Femminismo a Sud la mia autonarrazione è diventata narrazione collettiva: contemporaneamente restava mia e trascendeva dall’essere mia, diventava di tutt*. La narrazione cambiava, cresceva, si arricchiva e parallelamente cambiava, cresceva e si arricchiva la capacità di resistenza. Sto guarendo anche grazie a tutto questo, ed è per questo che ho deciso, dopo una lunga riflessione, perchè ci vuole coraggio, perchè non è mai facile, di aderire al progetto Diario di una bulimica e di continuare a raccontarmi e a raccontarvi. Per continuare a lottare. Insieme.

Posted in Narrazioni: Assaggi, Omicidi sociali, R-esistenze, Storie di dipendenze.