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Pubblicità sessista: telefonia=prostituzione?

E verrebbe da dire che “ve la potete tenere” ma così pare che noi ricalchiamo i sessismi di chi snobba una donna solo perché “è una facile” o è una puttana. Ma d’altronde uno slogan così è fatto per scatenare la gara dei doppi sensi e gira che ti rigira a essere stigmatizzata è comunque la donna, la sua sessualità, quante volte sceglie di darla e se si a chi o perché o come o chi lo sa.

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Posted in Comunicazione, Corpi, Critica femminista.


I mostri non esistono (su violenza sulle donne e dintorni)

C’è una discussione nel collettivo FaS in questo momento stimolata dall’ultimo post/racconto di FikaSicula.

Chi parla di difficile interpretazione, chi di assoluzione, chi di necessaria presa di distanza da chi ti fa violenza, chi dice che bisogna scandire in termini temporali le fasi di autodifesa/fuga/sopravvivenza dalla fase di comprensione. Non posso riportare gli interventi perché sono conditi di dettagli personali ma se voi volete esprimere la vostra opinione al riguardo mi/ci fa più che piacere.

Sintetizzo solo una parte di Viviana che dice che “Probabilmente le donne che conosco (leggendo il testo) arriverebbero alla conclusione che loro questo accogliere il dolore altrui già lo fanno… sopportano, stanno al loro posto, accanto ad un uomo non cattivo ma che ogni tanto ha i cinque minuti, ma in fondo è buono… soffre. Le donne che conosco, a causa di questa mentalità, ne hanno prese di botte e chissà cos’altro… io sono circondata da donne che accolgono dolore altrui e si “vendicano/reagisconocome possono, come gli è consentito, ma alla fine continuano a far del male a se stesse.

E in ogni caso è un racconto e se un racconto non suscita nulla, alcuna emozione, dubbio, critica o commento non ha evidentemente il valore di aver attraversato l’anima delle persone.

Una riflessione io la faccio ad alta voce, con voi.

Capire non è giustificare. Capire significa solo capire e significa trovare in quelle nuove consapevolezze gli strumenti per non ricascarci più. Per scansare situazioni simili, per individuare dentro di se’ nuove rotte, con la stessa persona o con altre, per non innescare meccanismi di violenza che spesso anche noi mettiamo in atto perché sono un riflesso delle nostre vite precedenti, della nostra educazione, della vita familiare. Perché accade che per strani meccanismi interiori a volte siamo noi a cercare persone che ci corrispondono in quel desiderio di realizzazione di uno schema di comportamento che è l’unico che siamo in grado di agire. Perché si, le donne che subiscono violenza spesso agiscono quella violenza e perché le vittime talvolta pensano di avere il controllo sul proprio maltrattante perché è lui quello debole, quello che non “controlla” le reazioni, quello che dovrà scusarsi.

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Posted in Comunicazione, Critica femminista, Omicidi sociali, Pensatoio.


La solitudine del dolore (quanto fa male)

Provo ad ignorarla. “Perché non mi dici niente? Perché non parli? Dimmi qualcosa.

Parole. Come massi che rotolano giù da una montagna. Cumuli di neve che diventano slavina.

C’è lei che ha un labbro rotto. Un po’ di sangue e l’aria di sfida.

Lasciami stare, le dico. Non mi provocare.

Lei è decisaferiscimi, colpisci, dai, che aspetti? E’ l’unica cosa che sai fare…“.

L’unica? La vedo. Veste da angelo. A me tocca l’abito da mostro.

La porta. Lei passa oltre. Sbatte. Rumore sordo. La blocco con la mano. E fa male.

Sei pazza…” pochi mesi fa schiudeva le labbra, carne su carne tra le lenzuola. La pelle non odiava ancora.

Ho sempre pensato che nei litigi servirebbe qualcuno a salvaguardia degli oggetti. O dei mobili, o delle vite. Sembra tutto in bilico.

Ho detto che devi lasciarmi stare...” e un vetro si frantuma.

I litigi li valuti dall’inventario delle cose rotte. Quelle visibili. Le anime spaccate a metà non le vedi. Al più assisti a tentativi di saldature improbabili.

Guarda che mi hai fatto… guardami!” ed è vicina. Troppo. Spingerla. Farla cadere. Un’altra ferita. Ancora una.

Qual era stata la causa del litigio? Non lo so più. Nessuno lo ricorda mai. Quello che resta sono i lividi. Cose rotte. Anime che vagano perse come pezzi di niente.

Basta. E’ vento. La mano si muove come in una danza. Alta, plana, poggia, spinge. In fondo è un’arte. Colpire, colorare di rosso quel volto, impedirle di parlare. Piangere. Lo so, colpisco e sono morto. E tu infierisci.

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Posted in Corpi, Narrazioni: Assaggi, Storie violente.