Fin da piccola mi hanno insegnato a comprendere, nell’accezione di “aver comprensione, quindi giustificare”. Sia mio padre che mia nonna mi ripetevano che se ci fossi riuscita, a comprendere, sarei stata amata e voluta bene da tutt@.
Per molto tempo ho pensato che avessero ragione e che in fondo era quello che facevano tutte le donne della mia famiglia. Entrambe le mie nonne erano comprensive, capivano i loro mariti, i loro tradimenti, i loro scatti di ira, le volte che le picchiavano e umiliavano.
Erano uomini, erano lavoratori, erano i loro mariti che, avendo su di sé tutto il peso della famiglia, era comprensibile che a volte si arrabbiassero. Anche le mie zie, compresa mia mamma, sono sempre state comprensive.
Ricordo le liti furiose, le minacce, gli schiaffi, i calci, i pianti, le porte che sbattono e quel silenzio che segue la tempesta e che sembra inghiottire la casa. Ricordo le giustificazioni del giorno dopo, i famosi “papà era arrabbiato, lo avete fatto arrabbiare, aveva ragione ed ect”.
Ricordo quell’unica volta che mia madre, presa dalla disperazione fa le valige e solca il pianerottolo. Mio padre ci prende accanto e inizia a urlare che una madre non lo fa, non abbandona i propri figli, che “non senti come piangono???” e cose simili. Era troppo facile con mia madre, lei che veniva da una lunga tradizione di comprensione … neanche il tempo di dirle queste cose che mia madre è rincasata, ci ha abbracciate e ha chiesto scusa.
Dopo neanche un giorno di finta pace è ricominciato tutto, urla, schiaffi, calci, offese eccetera ma mia madre non ha mai più fatto le valigie. Anche a me e alle mie sorelle hanno insegnato a comprendere e per tutta l’infanzia non abbiamo fatto altro. Infatti capii presto che per evitare le botte bisognava assecondare i grandi ma che questo non era sempre possibile.
Continued…