La discussione che si è sviluppata attorno a questo mio post mi spinge a fare una riflessione sui modelli di comunicazione, almeno sul web, con i quali abbiamo a che fare.
Ci dedichiamo alla violenza sulle donne da tantissimo tempo. Conosciamo le storie di tante e le abbiamo ascoltate, raccontate, senza risparmiarci mai. Abbiamo studiato la comunicazione, il lessico usato, gli stereotipi ricorrenti e nel frattempo estendevamo lo sguardo e non omettevamo le violenze fatte dalle donne e abbiamo guardato bene dentro le relazioni suggerendo un percorso di riappropriazione della autonarrazione.
Abbiamo un problema, anzi due:
– nel tempo abbiamo avuto a che fare molto più spesso, con grande rispetto per tutte, con donne che non si piangono addosso. Si raccontavano (si raccontano), cercavano solidarietà ma erano arrabbiate o comunque erano lì a superare quel percorso di violenza e a vincerlo. Donne in gamba. Molte ragazze. Se sopravvivevano ad una violenza erano anche più grintose, lo sono. Non pietiscono consensi. Vogliono anzi dare una mano alle altre a riconoscere la violenza. Non restano impigliate nel ruolo delle martiri. Si liberano dallo status di vittime di violenza che per loro diventa un orpello. Vogliono andare avanti. E non vogliono avallare stereotipi che fanno ritenere che le donne vittime di violenza siano ammalate per l’eternità, bisognose di una Tutela che le marginalizza perché uno Stato che ha bisogno di vittime per imporre la sua tutela non vuole che esse siano visibili. Vuole semmai che diventino fantasmi cui non viene riconosciuto diritto di parola perché non interpretano un dogma. Vittime sono e vittime devono morire. Così le vuole chi fa marketing istituzionale. Così le vuole l’insieme dei media che attribuisce alle donne ora il ruolo di santa/puttana e agli uomini il ruolo di macho/frocio/mostro a seconda delle occasioni.
– in rete i percorsi autonarranti in fase di autoanalisi, quelli autoterapeutici, diventano qualche volta pervasivi. Che si tratti di uomini e di donne le esperienze personali che portano in giro sono una grandissima ricchezza. Se non si generalizza. Quando il singolare diventa plurale improvvisamente si passa alle generalizzazioni, si riscontrano alti livelli di disonestà intellettuale e si tende a proiettare sulle esperienze altrui il proprio vissuto. Sicché si pretende che le esperienze altrui si risolvano esattamente allo stesso modo, tutte quante e che vi sia un lessico comune che rappresenti tutte/i.
Ci siamo rese conto nel tempo che quella che intende essere una militanza antisessista qualche volta viene percepita come l’azione stravagante di maestrine dalla matita rossa che vanno in giro a sottolineare tutto ciò che ritengono sbagliato. La critica antisessista è sacrosanta quando si tratta di ragionare sui contenuti diffusi dalla stampa. Diventa censura quando si passa il tempo a pretendere che tutto ciò che si dice antisessista, femminista, eccetera, quando si pretende sia rappresentata ovunque e da chiunque la propria narrazione, corrisponda alla propria maniera di essere antisessista, femminista, eccetera.
Continued…