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Cyberstalking per legittima difesa e le/gli screenshot-dipendenti

Praticato come arma di distruzione di massa. Sostanzialmente da chi immagina di essere nel giusto, inequivocabilmente dalla parte del bene, e in quanto piccoli o piccole esportatori/trici di democrazia e giustizia e libertà (they love Bush) si lanciano in ressa a rendere impossibile la vita di coloro i quali o le quali sarebbero il male in assoluto.

Male per chi? Male per loro. Perché hanno incrociato il loro percorso in una o più occasioni, perché non esprimono analoghe opinioni, perché sono persone con le quali sono in guerra nel privato e dal privato quella guerra diventa pubblica con tanto di clan squadrista a sostegno.

Uno degli sport più praticati su facebook è la giustizia parallela, quella fatta di presunti innocenti che combattono battaglie contro presunti colpevoli. Molto spesso donne, sono addomesticatrici degli spazi non affini e diventano lesive della reputazione altrui perché ritengono, a torto, di poter sputare merda su chiunque in virtù del fatto che si sentono nel giusto.

La modalità frequente è quella di chi immagina di aver ricevuto un qualunque torto da voi. Qualunque sia il motivo per cui voi le siete antipatiche: questa persona (o quelle persone se si tratta di un gruppo) cominceranno a pedinarvi ossessivamente, pronte a carpire qualunque dettaglio possa nuocervi o possa contribuire a gettare un’ombra negativa nei vostri confronti. Se voi reagite al pedinamento e in qualche caso vi lasciate andare ad affermazioni pubbliche (ma vi sconsigliamo di farlo!) loro sono sempre lì apposta per dire che avevano ragione a sentirsi offese/i.

Quando parliamo di torto ricevuto non ci riferiamo necessariamente ad una questione personale. Su facebook per esempio, sono frequenti delle vere e proprie guerre d’opinione. Ci sono squadre d’assalto, organizzatissime, che, parlando di donne, non mitigano i propri interventi a salvaguardia ora della dignità femminile, ora delle ragioni dell’amica, ora della salvezza dell’umanità.

Sono crociate in piena regola per cui se qualcheduna si sente lesa dall’affermazione tal dei tali si parte alla sconfitta dell’autore dell’infelice dichiarazione, si passa in rassegna il suo curriculum, si attiva una gogna mediatica che gli costa insulti di ogni genere, si cercano prove di qualche scheletro nel suo armadio, e poi accoppata la reputazione del suddetto si cerca di manifestare uguale sdegno nei confronti della moglie, la figlia, la compagna, il parente prossimo, e sono tutti a rischio fino agli amici e conoscenti di passaggio che osano dirgli ciao ché subito interviene l’indignata a dire “hai detto ciao a quello?!? chi dice ciao a quello non può dirsi braverrimo…” e anche se tu non hai la più pallida idea del perché della scomunica, ti basti un ciao o un hey o un bye, ti troverai bannat@ in men che non si dica.

L’indignazione è la chiave di volta. Si può essere indignate in mille modi. Perché quando comincia la foga dell’indignazione colpisce chiunque. E’ il metodo che conta. Anche l’espressione talvolta.

L’immagine indigna. L’opinione altrui indigna. I respiri indignano. E se t’indigni ti senti autorizzata a insultare, a diffamare, a calunniare, a rendere la vita impossibile alle persone dalle quali tu, non si sa come né perché, ti senti lesa.

Democrazia arrenditi: c’è l’indignazione che dà licenza libera di insulto e di cyberstalking. Perché è chiaro che l’insistenza, quella che adoperi tu che sentendoti indignata ti metti a pedinare la persona che esprime una opinione che a te pare un reato ma sempre di opinione si tratta, l’insistenza unita al pedinamento, alle screenshot fatte per gettarle nel circo e dare in pasto alla platea colei (o colui) che riempirai di fango gratuito, i tuoi interventi qui e là nelle bacheche altrui per convincere gli amici degli amici delle amiche che con quell@ lì non devono parlare, la calunnia perpetrata di messaggio in messaggio, diventa persecuzione, dunque cyberstalking.

Mettiamo giù qualche regola che serve a chi è vittima di cyberstalking. Ricorda che:

– sentirsi il fiato addosso ogni secondo, sentire che qualcun@ ti sorveglia, ritaglia immagini su ogni cosa che tu dici, criminalizza le tue opinioni, ti scredita pubblicamente inventando bugie, clona la tua pagina, ti offende, non è normale. Se la somma di tutte queste azioni reiterate e continuate nell’arco di, diciamo, sei mesi, hanno prodotto per te un significativo cambiamento di abitudini, ti hanno prodotto uno stato d’ansia, si chiama cyberstalking;

– sappi che quando tu denuncerai pubblicamente quanto subisci diranno che sei paranoica e che hai le manie di persecuzione;

– se il cyberstalking è da “legittima difesa” chi lo compie insisterà nel dire che sei tu in realtà che crei problemi e dirà di te tutto il male possibile affinché si senta autorizzat@ a continuare con il suo atteggiamento.

Quello che bisogna rendere noto a costoro è che:

– le opinioni, per quanto differenti, non sono un reato;

– che ogni azione di mobbing, pedinamento, diffamazione e stalking non ha alcuna giustificazione;

– che la critica sistematica non può trasformarsi in censura e in linciaggio mediatico;

– che l’ecologia della vita virtuale, così come quella della vita reale, prevede che non si debba necessariamente seguire tutto e tutti. Dunque se una cosa non ci piace semplicemente cambiamo pagina, canale, gruppo, forum, url.

La figura del o della cyberstalker con tanto di aurea di santità, come spiegavamo nel capitolo sulla microfama e sul cyberbullismo al femminile, può coincidere con soggetti che si identificano in quanto “madri”. Parrebbe che la maternità sia il lasciapassare per poter insultare, perseguitare e diffamare chiunque esprima una opinione lievemente difforme. Dietro ogni loro azione sta scritto lo slogan “una madre può!”. L’altra categoria di donne che può insultare sentendosi dalla parte del giusto è quella che a vario titolo si indigna di fronte alle notizie di violenza sulle donne e di pedofilia. Lì si va dall’insulto al proposito di evirazione e di tortura nei confronti del malcapitato. Nelle pagine facebook per quanto chi le gestisca sia assolutamente vigile su queste derive forcaiole pare quasi impossibile placare la voglia di linciaggio nei confronti del presunto stupratore o di altri soggetti simili.

Tornando alla “madre può” in realtà ella non può proprio per niente. E’ una creatura umana come tutte le altre e quindi ha pari diritti e pari doveri.

Come difendersi dal cyberstalking dalle figure aureolate? Quelle che immaginano di poter fare quello che vogliono perché pensano di essere dalla parte del giusto?

– fate screenshot delle affermazioni lesive della vostra reputazione.

A questo proposito va specificato che le screenshot servono per la vostra documentazione. Vanno archiviate per data, pagina dalla quale è stata tratta, nome della persona che si esprime e serve una copia digitale e una stampata per ogni qualsivoglia uso “legale”.

Dobbiamo aprire una parentesi sull’uso della screenshot:

– fotografare una battuta espressa contro di voi è un conto. Stare a certificare qualunque altra cosa detta per trovare altri crimini da addebitare diventa pedinamento. Si traduce molto presto in cyberstalking.

– fotografare una battuta contro di voi e archiviarla è un conto. Pubblicare una immagine dopo l’altra per costituire la demonizzazione di quella persona diventa complessivamente accanimento e persecuzione.

Altre cose da fare per difendervi:

– Provare a disinnescare ben sapendo che: l’indifferenza qualche volta istiga maggiore ossessione perché lo stalking è in fondo un modo per attirare la vostra attenzione. Chi vi perseguita vuole provocarvi e vuole che voi reagite, bene o male, affinché ella o egli abbia una qualunque scusa per poter sentirsi legittimato a molestarvi ancora.

Questa cosa è tanto più vera tanto più è forte nella vostra o nel vostro cyberstalker l’idea di potersi permettere il lusso di perseguitarvi, insultarvi, inseguirvi perfino in luoghi pubblici ove voi interverrete, spiarvi, diffamarvi, perché immagina di essere stat@ in qualche modo les@ da voi. Spesso, dicevamo, non si tratta di una lesione personale ma di un motivo di ostilità, odio, una spinta a distruggervi, che viene più dal fatto che voi la pensate in modo differente.

– Dovete tenere a mente che in rete, qualunque sia l’account che la persona che vi perseguita usa, uno o più d’uno, nessun@ è anonim@ e che dunque chi scrive è perfettamente individuabile attraverso il suo ip e il provider dal quale si connette. E’ importante che lo sappiate perché spesso chi usa la rete danneggiando altre persone non ha la minima cognizione del fatto che ogni sua mossa sia documentata e monitorata a priori e che, contrariamente a ciò che si pensa, usare un nick name non significa essere anonimi.

– Denunciate quello che vi succede. Il silenzio è il miglior complice della vostra persecutrice o del vostro persecutore.

– Altri suggerimenti potete trovarli QUI o nella colonna a destra dove trovate la sezione cyberstalking arricchita di tutta la variegata casistica che via via ci avete sottoposto.

Leggi anche:

Facebook: cyberbullismo e capebranco

Trolling, microfama e cyberbullismo al femminile

Come sfogarsi su facebook, farsi querelare e vivere in-felici

 

Posted in Omicidi sociali, R-esistenze.


2 Responses

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  1. Laura Besana says

    Ringrazio e sicuramente se mi permettete condividerò il link di questo articolo.
    Avevo già letto qualcuno dei vostri articoli a riguardo e devo dire che mi sono stati molto utili, certo non si contano gli HD da un tera che servono a contenere quella che giustamente tu definisci “merda”, per futura memoria.

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  1. L’esorcismo a cura del difensore della vulva (patriarca del terzo millennio) « Al di là del Buco linked to this post on dicembre 24, 2012

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