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#genovanonfinisce: i nostri pensieri sono liberi!

Alberto deve scontare 10 anni. Marina 12 anni e 3 mesi. Ines 6 anni e 6 mesi con sospensione della pena, per ora. Francesco 15 anni. Vincenzo 13. Sono persone, non argomenti di conversazione di mezz’estate. Le loro vite rubate per qualche vetro rotto ed un reato (devastazione e saccheggio) che risale al Codice Rocco applicato per l’occasione. Non sono stupratori, pedofili, pezzi di merda, non hanno ammazzato nessuno, non hanno abusato del proprio potere, non hanno fatto niente. Credevano in qualcosa. Ci credono ancora. La sentenza contro di loro è una vendetta. Per altre cinque persone si attende ancora la parola definitiva dei giudici.

Alberto e Marina sono in carcere. Francesco e Vincenzo non si trovano. Su facebook qualcun@, ignari del fatto che di questi tempi possono affibbiarti l’apologia di reato per molto meno, li immagina lassù in montagna. Ribelli.

Mio padre ha 81 anni. Ai tempi della guerra ogni tanto rubava il pane e suo padre s’è fatto arrestare perché portava un pugno di grano ai figli di un parente sottraendolo al monopolio dei fascisti.

Ieri sera leggo dell’assenza dei due ragazzi. Dico “Urca!”, lui risponde “e che avevano fatto?”, dico “avevano rotto delle vetrine di banche o cose così” e lui “e quanto gli hanno dato?”, e io “15 e 13 anni”, e lui “per una vetrina?”, “pressappoco, non so di preciso, ma credo di si”.

Nel mio territorio si sono nascosti latitanti mafiosi per decenni. Tutti sapevano dov’erano e nessuno lo diceva. Parlo di potenti e marescialli che sapevano, non della povera gente che si vedeva solo scippato il diritto a vivere in santa pace perché doveva pagare il pizzo anche solo per attraversare una strada. Oggi i mafiosi hanno vinto e occupano posizioni di potere, alla luce del sole, senza alcun bisogno di rifugiarsi altrove. Ed è la gente che vi si oppone che deve fuggire. Sulle montagne.

In giro per il mondo e oltre si sono nascosti stragisti fascisti che hanno ammazzato decine di persone con le bombe. Non hanno pagato niente, nemmeno per un giorno. Oggi in Italia i fascisti che fanno strage e ammazzano, persone e manifestanti, non devono neppure fuggire in altri luoghi perché regnano sovrani e stanno lì, o con condanne lievi o con pubblici riconoscimenti perché considerati eroi. Sono gli antifascisti che devono scappare. Sulle montagne.

E le montagne cominciano ad essere affollate. Parecchio.

Mio padre dice, calmo, con parole nette e serie: “quando viene punito chi si ribella ed è lui che è costretto a scappare… quello si chiama fascismo. stai attenta, figlia mia, attenta!“.

Sto attenta, papà. Stiamo attenti tutti/e. Ma forse questo è il tempo in cui bisogna mostrare coraggio. Attentamente combattiamo. E resistiamo. In pianura. Anche per quelli che sono costretti ad andare su in montagna. E per quelli che tra 300.000 sono stati presi e usati come capriespiatori per punire tutti/e.

Dalla Pagina 10×100 (https://www.facebook.com/10×100), perché in quelle galere noi non ci siamo ma avremmo potuto, per qualunque cosa. Le carceri si riempiono di compagni e compagne spazzati via per “resistenza”, ché devono spiegarmi – non solo in termini semantici – da quando la “resistenza” è diventata un reato se è proprio per merito della “resistenza” che dei pazzi e fascisti hanno smesso di tiranneggiare la gente, o per “oltraggio”, come quel “pecorella” detto al carabiniere su alla #NoTav, o per “manifestazione non autorizzata”, che è come le adunate sediziose di un tempo, con il divieto di riunirsi perché anche parlarsi in tre e dire “vaffanculo al governo ladro” diventa azione sovversiva, e per “striscione non conforme”, o qualcosa del genere, ché di striscioni ne sono stati sequestrati più negli ultimi anni in Italia di quanti non ne abbiano potuti archiviare quelli della Digos nei vent’anni precedenti.

Epoca di sorveglianza in cui l’esposizione delle idee deve essere regolata da chi quelle idee le calpesta e le reprime. Tutti quieti e in filaperdue e cantate l’inno di Mameli battendo il pugno in petto e guardando il cielo, mi raccomando.

Negli ultimi anni c’è qualche parlamentare che vuole mettere la museruola pure ai blog. Perché anche qui se vuoi parlare lo devi fare solo in un certo modo. Non siamo eroi. Non siamo niente. In fondo non facciamo un cazzo. E nel frattempo c’è gente che finisce in carcere perché non c’è misura di cosa sia il diritto e ciò che è “legale” o vale di più, la proprietà invece che la vita uccisa delle persone, in Italia lo decidono sostanzialmente quelli che legalizzano se stessi.

Loro sono dentro e noi siamo qui fuori. In questo mondo impazzito in cui la polizia se la prende pure con i/le pensionat*. Suvvia. A prescindere dal fatto che si condivida o meno ciò che hanno fatto in piazza. Ché si abbia rispetto per le vetrine o no, e io, per dire, le vetrine e tutte le “proprietà” le rispetto tantissimo, adoro proprio, molto di più rispetto la vita delle persone però e un secolo di galera per queste cose è un delitto. Anche un solo giorno lo sarebbe. Possiamo fare di più che scrivere qualche commento su facebook. Manifestare, dire, parlare, comunicare, ché le parole sono importanti. Eccome se lo sono. E no, non è che sia toccato a loro perché avevano fatto “qualcosa di male”. Poteva toccare a noi. Può sempre toccare a noi. Fintanto che esistiamo e non ci rassegniamo a stare zitti/e, passivi e rassegnati di fronte alle ingiustizie.

Ciao Alberto, Marina, spero vi facciano tenere libri e pensieri, soprattutto i pensieri, ché non vi possono strappare via pure quelli. Ciao Ines, che io non vi conosco, non so chi siete, ma spero che starete bene. E come potreste stare bene? Accidenti a tutto.

Ciao Francesco e Vincenzo. Ovunque voi siate.

10×100.it, la campagna a sostegno. Leggi: I diritti fondamentali delle vetrine.

Sosteniamo i compagn* entrati in carcere dopo la sentenza della cassazione sul G8 di Genova 2001!

Alberto Funaro
c/o Casa circondariale di Rebibbia
Via raffaele Majetti 70
00156 Roma

Marina Cugnaschi
c/o Casa Circondariale San Vittore
Piazza Filangieri 2
20123 Milano

Posted in Memorie collettive, Omicidi sociali, R-esistenze.


2 Responses

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