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Il mio sangue è rosso come il tuo

[Foto segnalata da Monica (grazie!) presa in prestito da qui]

Il mio sangue è rosso come il tuo. Perché restare stretti tra stereotipi che  impediscono di liberare ciò che siamo o che vogliamo essere. Pensare che alle pulizie pensano le donne e che tutti gli uomini siano nati per sbracarsi, bere birra e farsi seghe davanti calendari porno.

Ne ho conosciuti – di uomini – e alcuni sono tanto più ordinati di me, con la cura per la casa in modo maniacale, con nessuna voglia di stare a guardare le partite alla tv e non si eccitano per niente a guardare i calendari con culi e tette di donna in bella vista.

Questa mania di ricercare sicurezza in attitudini così personali che si impone siano generali. Con questo eterno mantra di ciò che è uomo e ciò che è donna e tutto il resto pare essere sbagliato. Questa ricerca di ordine perché il +kaos spaventa e perché c’è chi non ritrova un senso se non nella propria maniera d’esistere che estende a tutti gli altri, necessariamente, non accettando diversità alcuna, non accettando nulla a parte sè o forse neanche quell@.

Perché lo stesso sé si compone di diverse caratteristiche, non sei questo o quello ma sei tante cose assieme, tante persone e la tua indole prescinde da quello che l’educazione di genere ti impone. Non devi vestire d’azzurro se sei uomo, non devi usare il rosa se sei donna, non devi separare le faccende in cose da maschio e altre da femmina, e non so più chi è che lo fa perché io vedo persone che fanno tutte un po’ di tutto e trovo in loro anzi il gran disagio di esprimere altro rispetto a come i media ci rappresentano.

Come si fa a dire che non è vero che le donne sono tutte come scrivono le riviste rosa, che le figure patinate non ci rappresentano, e come si fa a dire che tutte quelle rappresentazioni machiste di finti eroi paurosi di se stessi e di ogni diversità non sono sereni a sufficienza per poter dire di sé che sono altro rispetto al loro nonno.

Gli uomini che vedo non sono incastrati in ruoli duri e puri, non vogliono potere né controllo, non sovrintendono e non determinano linee guida familiari. Collaborano, coesistono, crescono insieme, si sentono liberati in percorsi che li lasciano respirare anche se sono precari e non hanno nulla, anche se non hanno l’auto di lusso, l’orologio costoso, l’appartamento in centro. Li vedo stare meglio, a loro agio, senza le pressioni sociali che pretendono di trovarli realizzati da yuppie un po’ tamarri e anche spacconi, in braccio al suv e lì a sforzarsi di fare quadrare i conti senza rilassarsi mai e poi darci dentro di coca e alcool, istigati dall’epoca del consumo, della managerialità a tutti i costi, pronti a dire che ciò che non funziona nelle loro vite è colpa d’altri, e poi a non riuscire a rilassarsi quando di ritorno a casa trovano qualcuno con cui devono continuare a recitare la parte delle persone perfettamente riuscite. Riuscite e represse così come li vuole il capo della loro impresa.

E quando ti raccontano dei loro fallimenti non capiscono che è quello il momento di riuscita reale della loro vita. Quando capiscono che quei limiti, la libertà di poterli esprimere, è un obiettivo massimo raggiunto, quando si liberano da costrizioni e da pressioni, quando non ci sarà più nessuno che dirà loro di essere qualcuno o qualcosa a parte ciò che sono e quando si sentiranno in diritto di non competere, sicuri di poter essere se stessi, finalmente, perché non hanno nulla più da perdere, e se ne fregano di fare magre figure, di non soddisfare le aspettative e se ne fregano di perdere l’abito buono, la macchina potente e tutti quei prolungamenti del pene che servono a colmare vuoti di sè irrimediabilmente nascosti sotto chilometri di bugie.

Gli stereotipi hanno tanto a che fare con l’assenza di libertà. Laddove esiste una imposizione di ruoli viene a mancare un pezzo di libertà e ci sono quelli che passano il tempo a costruire certezze, per sè, castelli di bugie, per evitare di guardarsi dentro, e sfidano chiunque e si incazzano e si difendono quando gli fai crollare quelle montagne fatte di niente.

Ci sono uomini deboli che hanno paura di liberarsi e liberare perché da liberi non sanno cosa fare. Senza stereotipi sui quali poggiare non sanno reinventarsi, non sanno esistere, e invece è così bello, per chiunque, donne e uomini, raccontarsi in modi differenti e poter riscrivere la propria storia senza che nessuno l’abbia fatto già per te.

Ci sono quelli e quelle che costruiscono mattone su mattone mille trappole, prigioni, e quando qualchedun@ tenta di fare breccia, abbattere quelle pareti, si affrettano a chiudere le falle, impedendo che filtri l’aria, impedendo che si veda il giorno, un po’ di sole o forse il buio, le stelle, qualunque cosa che sia diversa dal panico da socialità fatta di calore, colore, reazioni non previste alle quali si reagisce sempre con gli stessi schemi, altre ragioni, altre verità.

C’è sempre chi ha paura e tiene le finestre chiuse. C’è chi finge di tenerle aperte e poi filtra l’aria affinché quella respirata sia comunque sempre un po’ viziata. C’è chi non vive bene nelle differenze e come unico scopo ha quello di sconfiggerti ed eliminarti. Perché la sua prigione resti ciò che è, perché gli altri non vedano altra verità a parte la sua, perché poi smetta di aver paura del mondo intero, sorretto da una montagna di pregiudizi e a terrorizzare la sua gente ché pure loro abbiano paura.

Al chiuso, per proteggersi, proteggerli, senza ossigeno, sole, respiro, calore.

Gli stereotipi sono trappole e la paura di chi è divers@ da te non produce mai nulla di buono. Dalla paura nascono i peggiori orrori della storia. Persecuzioni, sterminii, cacce alle streghe, deportazioni, sessismi, razzismi, fascismi. Dalla paura nascono le religioni totalitarie. La gente inerme, debole rispetto al dolore e alcuni subito pronti a produrre soluzioni indicando nemici prossimi dove il nemico è altrove o non c’è affatto.

Il mondo è fatto di pelle diversa, tanta sensualità e mille reali abbracci. Va tutto bene. Non c’è da aver paura. Va tutto bene. Il mio sangue è rosso come il tuo.

Posted in Critica femminista, Narrazioni: Assaggi, Pensatoio.


One Response

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  1. Paolo84 says

    Le rappresentazioni maschili e femminili (più o meno negative o più o meno positive che siano) è importante che siano credibili, plausibili e coerenti col tipo di storia che vogliono raccontare