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Dopo gli stranieri, via anche i meridionali. Il nord razzista in azione

http://cronacavery.files.wordpress.com/2009/04/terroni-mongoli.jpg

Update: qui la versione intellettualizzata della proposta. Albi regionali e test d’ingresso sulle tradizioni locali (il dialetto è una proposta che piace alla gelmini e non ne dubitavamo). Poi ci spiegate a noi del sud perchè ci avete colonizzato con una lingua cosiddetta nazionale – scelta da voi – che non somiglia neppure lontamente alla nostra per poi dirci che bisogna tornare alle tradizioni locali. Pensarci al tempo dell’unità d’italia ed evitarci anni di inutile sofferenza no eh?

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La proposta della tizia veneta del pdl che voleva scavalcare i presidi meridionali in graduatoria per farci rientrare prima tutti quelli del luogo diventa qualcosa di definitivo:

La lega chiede  ora in parlamento che ogni insegnante debba conoscere la cultura del posto in cui va a lavorare. Esame di dialetto e tutto il resto.

Avrei la tentazione di dire che sono d’accordo. Il primo aspirante insegnante del nord che capita in sicilia se non conosce almeno i settecentomila dialetti di tutta la regione (che noi non ne abbiamo solo uno perchè le nostre culture sono tante) si becca una pernacchia, una bocciatura e un calcio in culo.

E poi dicono che al nord non sono razzisti. Questa gente meriterebbe di restare chiusa nel proprio ghetto e di non uscirne più. Altro che fare le prove di ingresso per i professori meridionali che hanno diritto a rientrare nelle graduatorie.

E ditelo adesso che questa gente del nord è così buona, su! 

Settentrionali di buon senso, se ancora ci siete e non siete diventati zombi con l’accento padano di gentilini e bossi e il braccio teso fascista, fatevi sentire. Sarebbe ora.

—>>>Il cartello sopra è uno dei tanti esempi di nomignoli che i nordisti ci affibbiavano quando la nostra migrazione era trattata con disprezzo. Stiamo tornando a quel punto. Ottimo, vero?

Posted in Anticlero/Antifa, Omicidi sociali, Pensatoio.


8 Responses

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  1. fikasicula says

    mario sei un mito!
    stavo per publicare un post sulla faccenda e ora lo segnalo subito in apertura.

  2. Mario says

    Dal momento che prendere le distanze da questo schifo mi sembra per lo meno il minimo, come cittadino settentrionale ho appena scritto un’e-mail a Umberto Bossi. Il titolo è «Io non sono padano»:
    http://mariobadino.noblogs.org/…-non-sono-padano

  3. Denise says

    Tristissimo e aberrante. Quella storia dei presidi mi fa incazzare troppo. Dico, adesso nei concorsi pubblici, tra i tanti requisiti, inseriranno anche quello della provenienza geografica? Dai, è ridicolo. Sono schifosamente chiusi. Mi viene in mente quello che hai scritto qualche post fa, che certe cose proposte a Parigi o a New York farebbero certo tutt’un altro effetto, ben diverso da questo spirito di accettazione e da questa assuefazione generalizzata.
    Il problema tra l’altro è che va pure bene per così dire tutelare la propria “identità culturale”, ma questa identità non può essere preservata alzando barricate xenofobe e istericamente particolaristiche. I leghisti sono troppo CHIUSI, non vedono che oltre il proprio orticello il mondo è cambiato già da un pezzo; il mondo è cosmopolita, è vario, e assistiamo progressivamente a fenomeni di ibridazioni fra culture che tentare di fermare non avrebbe alcun senso.

  4. fikasicula says

    antonio, che dobbiamo pensarne. è in qualche caso (non lo condivido tutto) un ottimo articolo e definisce quello che noi diciamo da tempo. la spinta municipalista parte da nord.

    l’imposizione della lingua non è mai una buona cosa perchè crea discriminazione a partire dai luoghi in cui una lingua viene imposta.

    io penso alla lingua italiana che non è la riforma luterana con la sua bibbia strappata al latino e restituita alla gente comune attraverso il vulgo.

    non è neppure quella scelta di grande pregio di dante alighieri di scrivere in lingua locale un’opera fantastica.

    la lingua italiana andava nella direzione opposta. una lingua scelta da chi ha deciso di unire l’italia imponendo l’annullamento di ogni differenza compresa quella linguistica.

    la questione meridionale, per esempio, viene anche da lì.

    se noi avessimo fatto la scelta che fa il friuli ci avrebbero presi per incivili. eppure c’e’ tanta gente che viene definita ignorante perchè parla solo dialetto. tanti bambini nelle scuole hanno difficoltà a inserirsi per via del dialetto. ancora di più oggi che richiede si una preparazione multilinguistica ma che di certo non comprende il dialetto locale.

    se la scelta del dialetto ha come principio l’inclusione e viene da una esigenza dal basso può avere un senso. se è imposta per escludere altri, come nel caso della proposta leghista per escludere gente che secondo loro va ad occupare posti nelle scuole che vorrebbero per loro, per creare canali preferenziali, per segnare il territorio in chiave secessionista, è una proposta che fa schifo.

    cercare le radici non è invece così brutto. cercare le radici è una necessità. ma c’entra con l’equilibrio personale e sociale. questo non ha nulla a che fare con le frontiere, i muri e tutto il resto.

    io immagino una terra in cui chiunque abbia diritto di cittadinanza dalla quale si può uscire e entrare come si vuole. per me esiste il mondo, non l’italia. sono curiosissima e se non mi viene imposto io imparo anche il friulano come imparo l’arabo, il cinese, lo spagnolo, il tedesco e l’inglese…

    una lingua è un modo di comunicare che conserva in se’ forme idiomatiche, modi di dire, la forza della gente che la usa. cancellare una lingua significa cancellare tutto questo.

    le lingue devono morire spontaneamente, si devono evolvere e perciò io odio le accademie della crusca tanto quanto chi impone l’unità linguistica obbligatoria o l’obbligatorietò del ritorno ad una tradizione che i giovani neppure conoscono più.

    ma ammazzare una lingua perchè si considerano le radici cattive di per se non va bene. non mi piace.

    io mia nonna non la ammazzo, mi spiace. con lei io voglio ancora parlare e per me il senso di una lingua resta quello. io devo poter comunicare con tutti, compresa lei.

    oltretutto io amo le mie radici e da esse traggo forza per andare in giro per il mondo. senza radici sei un albero di natale che dopo una festività muore. così la penso.

  5. Antonio says

    Riguardo alla proposta di legge di rendere obbligatorio l’esame di dialetto per gli insegnanti delle scuole, che idea avete del seguente articolo che è apparso sul quotidiano Liberazione il 5 settembre 2007 ?

    ——-

    A proposito di minoranze linguistiche

    Ogni discorso sulle “radici” è reazionario, in quanto reagisce a una crisi senza comprenderla

    di Massimiliano Tomba (Dipartimento di Studi Storici e Politici, Università di Padova)

    Nel XIX secolo l’appartenenza linguistica era uno dei criteri adottati per definire la nazionalità. Richard Böcken lo considerava l’unico criterioattendibile. La questione che si pone, non appena si parla di minoranze linguistiche, non è la molteplicità delle lingue parlate, la loro vitalità o la loro prossimità alla morte. Vale al riguardo quando diceva il reverendo Griffiths relativamente alla lingua gallese: «Lasciate che finisca di morire del tutto, in santa pace e onorevolmente. Le siamo così affezionati che non vorremmo procrastinarne l’eutanasia. Ma nessun sacrificio sarà mai troppo grande per impedire che venga assassinata». Le lingue si sviluppano, mutano e scompaiono. Oggi non è solo per una mania museale che si cerca di preservare idiomi locali talvolta esangui. La questione è politica. Prima di tutto, quando la lingua di una minoranza cade sotto tutela, ha luogo una decisione politica. Se esangue, va rivitalizzata.
    Così deve aver pensato il presidente del consiglio regionale friulano Alessandro Tesini nell’inviare ai parroci di tutte le parrocchie
    della regione il «Gnûf Testament (Nuovo Testamento)», la «Storie Sacre (Storia Sacra)» e la «Passiun (Passione)» in friulano. Ma così deve aver pensato anche l’assessore alla cultura Roberto Antonaz che, nella proposta di applicazione della legge 482/99 sulla tutela delle minoranze linguistiche, è pronto a far approvare una legge che prevede l’obbligatorietà del friulano nelle scuole e il bilinguismo nella comunicazione istituzionale.
    Parlando di minoranze linguistiche si pone immediatamente il problema della taglia minima necessaria a definire un agglomerato
    di individui una comunità. Che cosa li deve accomunare se le varianti dialettali cambiano da paese a paese, o addirittura da quartiere a quartiere, e quanti devono parlare uno stesso idioma per fare comunità. Sono questioni che i comunitaristi, spesso cantori del declino dello Stato nazione, appaltano al più tradizionale decisionismo politico. E quindi al principio costitutivo di quell’orizzonte concettuale politico che vorrebbero mettere in discussione.
    Quella decisione politica, secondo uno stile neocomunitarista diffuso anche a sinistra, mira a ridefinire appartenenze, e quindi, necessariamente, esclusioni. In prima battuta, per tornare alla cronaca di quanto si sta dibattendo in Friuli Venezia Giulia, poiché l’obbligatorietà del friulano ha dei costi (sei milioni di euro), l’esclusione si presenta sotto forma di sottrazione di finanziamenti a beni e servizi comuni. Sarebbe interessante sapere quanto è già costata la segnaletica stradale bilingue presente in buona parte del Friuli e che per lo più, come unica variante rispetto all’italiano, tronca molto spesso solo l’ultima vocale del nome del paese. In auto si possono incontrare, accanto alle indicazioni per “Udine” e “Pordenone”, quelle rispettose dell’identità friulana “Udin” e “Pordenon”. Adorno diceva che il povero biascica le parole per saziarsi di esse, attendendosi dal loro spirito oggettivo il nutrimento che la società gli rifiuta. Questa, che era la lingua degli oppressi, rappresenta oggi un momento di regressione che dà ragione del corso del mondo.
    Ammessa, com’è probabile la variante soft di quella proposta, e cioè l’insegnamento facoltativo del friulano nelle scuole, c’è da chiedersi se ciò avverrà a scapito di altri insegnamenti e chi avrà titolo per insegnare la lingua friulana. Si spera non una pletora di letterati marginali pronti a rifarsi una rancorosa carriera in qualità di docenti di lingua friulana. Per questi la lingua può diventare un investimento. Una possibilità di ascesa sociale. Anche solo in un ufficio pubblico che richiede il bilinguismo.
    Che le politiche linguistiche siano uno strumento agganciato a dinamiche relative all’appartenenza di status è chiaro a chiunque
    conosca la storia del Quebec, dove la difesa della minoranza linguistica è prima di tutto una difesa di status degli strati intermedi.
    Questa difesa è passata attraverso la tutela della minoranza linguistica, fino all’obbligo per i genitori francofoni di mandare i loro figli in una scuola di lingua francese, vietando con ciò la possibilità di scegliere una scuola di lingua inglese. In questo esempio, che affascina i comunitaristi come Ch. Taylor, si dà una prevaricazione di un diritto collettivo, il diritto della comunità francofona di sopravvivere, sui diritti individuali di scelta. La questione è illuminante di una crisi del diritto. Alla quale non si risponde decidendo per il diritto individuale contro il diritto collettivo, o viceversa. Questa tensione testimonia della crisi della concezione liberale del diritto. Si tratta invece di sfondare il campo delle opzioni obbligate. La libertà non è la libertà di scegliere tra il bianco e il nero, ma la libertà di scegliere l’opzione non compresa nel campo delle scelte. Una politica che mira a tutelare una minoranza linguistica, lo faccia pur con le più pure intenzioni, sta mescolando su un ottovolante in corsa acido solforico assieme ad acido nitrico e glicerina. Sta rispondendo a quella crisi proponendo un surrogato di integrazione a una società in via di disgregazione. Ogni discorso sulle “radici” è reazionario, in quanto reagisce a una crisi senza comprenderla.
    Da questo punto di vista, la questione non riguarda solo la regione Friuli Venezia Giulia, dove è la sinistra e non la Lega a farsene
    portavoce. Riguarda tutto un esplodere di nazionalismi che, come osservava Miroslav Hroch, sono la garanzia estrema di
    fronte al venir meno della società. Una riarticolazione con tratti new age della contrapposizione tra Gesellschaft e Gemeinschaft.
    Perché alla riscoperta della lingua vernacolare fa spesso pendant il ballo in costumi tradizionali dimessi da decenni, la festa medievale e i canti attorno al fuoco in riva al fiume.
    Là dove si definiscono e si rimarcano le appartenenze, siano esse etniche o linguistiche, siamo in realtà di fronte a politiche di definizione di quelle appartenenze. E dove si parla di appartenenza e identità, si deve andare a vedere chi ne è o sarà escluso. Ed è proprio questa la prospettiva dalla quale guardare l’intero problema. Esclusi saranno, o quanto meno più difficoltosa sarà l’integrazione per i migranti che dovranno imparare oltre che la lingua italiana anche una lingua vernacolare per secolarizzarsi prima, e per trovare un lavoro minimamente qualificato poi. Altrimenti saranno costretti ad accettare il destino imposto loro dalla divisione etno-linguistica del lavoro. O a emigrare nuovamente. Quando la fila davanti al welfare state e al posto di lavoro a tempo indeterminato e con discrete garanzie giuslavoristi che si allunga troppo, quella stessa fila, prima che si segmenti da sé in una guerra di tutti contro tutti, viene razzisticamente divisa secondo nuove regole politiche di inclusione ed esclusione. Perché è inutile nascondere che l’operatore politico “appartenenza linguistica” funziona oggi esattamente come funzionava ieri l’operatore “razza”. La differenza è di intensità. E quindi quantitativa. Non di sostanza.

  6. Adduso says

    Invece d’insegnare unione e solidarietà a scuola, creiamo divisioni linguistiche e quindi automaticamente sociali ed etniche.

    L’attuale periodo storico politico italiano passerà certamente alla Storia come il più decadente ed incivile che ci sia stato dal dopo-guerra.

    L’attuale decadimento sociale e civile della società italiana, visibilmente anche alimentato da certi media televisivi privati e pubblici palesemente al servizio del sistema politico, istituzionale e affarista, sta partorendo un delirio autolesionista che finirà con il “Neanderthaliare” l’intera società italiana.

    La colpa di tutto questo rigurgito di nazismo e mafiosità è anche colpa di un certo pseudo centro sinistra, troppo attaccato alle sue poltrone e per le quali si vende chiunque, pure per tritato per cani andato a male.

    Ai nostri politicanti da Tv:
    Ci sono storicamente “limiti” civili e sociali, che una volta oltrepassati, poi non si ritorna indietro se non in modo “disastroso. Le “torri di babele” hanno da sempre e solo ingenerato confusione. Il nostro cervello si è fortemente strutturato per il linguaggio permettendo alla nostra specifica specie di circa 250 mila anni addietro di essere quella emergente rispetto a tutte le altre perché abbiamo la capacità fisiologica e la giusta mutazione genetica per parlare e quindi per capirci e trasmetterci le informazioni. Ma evidentemente il nostro ciclico cervello è anche capace di rigurgitare ancestrali modelli scimmieschi come quelli a cui si ispira la Lega per questa Nazione.

  7. fikasicula says

    mario, come dire, me lo sentivo. lo sapevamo. noi lo abbiamo notato che gli umori sono cambiati. perciò c’e’ bisogno di parlare di noi ed è un casino perchè abbiamo il cuore a pezzi se pensiamo che tutto ciò potrà creare muri tra noi e le persone che adoriamo e che per sfiga abitano in città del nord.

    Cose di questo tipo provocano irrigidimenti identitari e se io devo scegliere è chiaro che seguo le mie radici.

    ma poi: come dici tu, tutti quelli che abitano a nord conoscono i dialetti del nord? hai presente invece quanti dialetti ci sono a sud? solo in sicilia ne trovi a centinaia di provenienza diversa. araba, greca, latina, normanna, bizantina, etrusca, albanese, spagnola, francese, etc etc etc. non sono differenze leggere. sono differenze fondamentali. se vai a piana degli albanesi parlano albanese. se vai alla kalsa, in pieno quartiere palermitano, parlano un palermitano differente che somiglia all’arabo. nella stessa città ci sono almeno quattro modalità diverse di intendere il dialetto locale. a occhio penso che a nord non sono così aperti alle influenze culturali di chi vi ha colonizzati. da noi sopravvivono chiese e moschee, sinagoghe e mille altri esempi di cultura diversa. proprio un altro mondo. che vengano da noi questi razzisti del nord. vengano tra noi africani, cittadini del mondo, che non abbiamo paura di aprire le porte a chi non ci somiglia..

    o venite voi, quelli che con questo nord non volete avere più nulla a che fare. venite dove si respira meglio…

  8. Mario says

    Come nordico sono sinceramente dispiaciuto :((

    Che poi al nord mica tutti lo conoscono il dialetto. Anzi, mi sa che ci boccerebbero in molti a questo cazzo di esame…

    Onestamente, nelle scuole che conosco, come insegnante, queste cose non esisitono.

    La pochezza di un gentilini mi fa rabbia: non capisco come tanta gente abbia deciso di mettere da parte il proprio cervello.