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La terra degli uomini grandi

C’e’ un odio che arriva da lontano e può investirti con una forza tale da non lasciarti neppure il tempo di capire. E così si resta soli. Così si muore e se si sopravvive allora l’odio sopravvive allo stesso modo. E ci insegue, fino a quando non sarà sazio e non ingoierà le interiora. Non morderà il cuore. Il nostro cuore.

Perché sapete, avevo un cuore anch’io. Lo tenevo bello in vista perché andava di moda essere di buoni sentimenti. Il mio era un cuore rosa e resisteva alle intemperie. Viveva tra i terreni arsi dal fuoco. Si mimetizzava tra le case di tufo rossastro.

Non c’e’ molto da dire, in effetti. Solo che un bel giorno tutto incominciò. Vidi le cose. Le guardai da vicino. Niente di nuovo, in realtà. Solo che quella diventò all’improvviso la terra degli uomini grandi. Ci soverchiavano con la loro altezza. Ci costringevano a guardare sempre il cielo. Ne conoscevo le sfumature. Ne prevedevo le variazioni. Passavo il tempo guardando la luna. E poi il sole. E poi le nuvole, una ad una, per catturarne le forme. Tutte di ombre specchiate di animali che stavano quaggiù.

In quella terra vi erano uomini grandi di differente statura. Mi serviva crescere per raggiungere anche il più basso tra loro. Man mano che crescevo, idolatrando i grandi, adoperando supponenza con quelli che lasciavo in basso, mi accorsi di diventare ombra e luce allo stesso tempo. Il sole rischiarava i miei colori. Il mondo di giù soffriva del buio.

Mi ritrovai a fare una doppia fatica. Da un lato ebbi a scalare ancora e ancora. In direzione del cielo. Dall’altro sopportai la fatica di trascinare ciechi alla luce. Di difendermi da chi mi combatteva perché credeva fossi responsabile del buio. Mi spinsero a cadere, molte volte. Mi inseguirono senza tuttavia riuscire a raggiungermi. Così cancellavano le mie orme. Camuffavano i segnali per farmi perdere la strada. Scavavano solchi profondi per non permettermi il passaggio.

Mi chiamavano, a volte. Per chiedere aiuto, allorchè io ero la sola a conoscere la via d’uscita, la strada, la via del cammino. Felice li portavo con me. Mi uccidevano allora. Quando ero ammalata di fatica per averli trascinati a lungo. Mi spingevano in basso e giacchè io ero pronta a risalire e riuscivo a superarli, allora ricominciava l’inseguimento. Senza più ipocrisie. Tagliavano i rami a cui potevo aggrapparmi. Scavavano altre buche. Disseminavano il percorso di tracce false. Spedivano lettere minatorie. Curriculum personali dove al primo posto stava scritto che io ero il male. Dopo, forse, parlavano un po’ di se’. In maniera confusa. Senza traiettorie. Perché la verità è che senza una nemica da raggiungere, da sovvertire, da uccidere, loro non sono niente. Sgonfi dell’odio non hanno nulla da dire. Non esistono se non in funzione di esso.

Se prima mi facevano pagare il mio stare a capo chino per poter avere a che fare con loro, poi mi odiavano perché ricominciavo a guardare in alto. Dove ritrovavo il sole. Dove avevo qualcosa da imparare che non fosse l’invidia e la mediocrità. La terra degli uomini grandi ospita persone in originale. Le copie non sono ben accette. Non vengono ammessi neppure quelli che vanno avanti arrampicandosi su chi sta tentando la scalata. Nessuno che tenti di salire buttando giù i vicini di salita. Nessuno che, rifiutato, nutra sentimenti di vendetta verso chi si rifiuta di accettarlo nel suo mondo e di portarlo via con se’.

Il mondo di lassù è pieno di gente dispiaciuta di non essere riuscita a mettere in valigia tutto. Tutti. E’ una terra piena di gente tranquilla che non ha fatto altro che andare dritta per la propria strada. Con tenacia e determinazione. Fermandosi a soccorrere chi inciampava o aveva bisogno di aiuto. Ricominciando a correre per recuperare il cammino perso. Difendendosi dagli attacchi di chi, per mestiere, sa solo attaccare.

Invece no. Il mondo di sopra, nella mia terra, è pieno di corpi morti. Cadaveri che volevano guardare più lontano. Madri che salvavano le figlie da un destino certo.  Figlie che raccoglievano il proprio sangue con la lingua per non farlo leccare ai mostri. I vivi sono persi. Cercano compassione. Cercano di camminare a piedi nudi. Attraversando sessi di cui non riconoscono l’origine. Abbandonandosi a mutazioni calde. Abbracci e carezze. E l’emozione del palmo di una mano che si ferma a indagare il corpo.

Eppure lo dicevo. Urlavo a quelli che continuavano a volere che io cadessi giù. “Troverete solo cadaveri. Non c’e’ nient’altro. Godetevi la salita. Lasciatemi stare.”

La terra degli uomini grandi è troppo illuminata. Vorrei vederci meno, per potere amare di più. Vado avanti a cuori in prestito. Ne strappo via uno al giorno. Dopo aver smembrato un corpo facendomi penetrare di violenza. Così mi ricordo anche la passione. “Vieni, tocca a te. Oggi ti uccido senza inganni.”  Grazie. Era la morte che volevo. Finisco di luce e di altezza. L’ultimo regalo al mondo di giù? Un’onda di vomito.

Credetemi: nella mia isola, la terra degli uomini grandi sta nella tana dei vermi. E’ tutto sbagliato. Bisogna scendere. Anzi precipitare. Così seppellisco il corpo vicino al mio cuore caduto. Lontano da chi si accalca per stare in pole position.

 

[e.p.] 

Posted in Autoproduzioni, Corpi, Narrazioni: Assaggi.


2 Responses

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  1. FikaSicula says

    Grazie Girodiboa! 🙂
    Sei davvero cara. Oltretutto, so che tu capisci di sicuro tutti gli ingarbugliamenti intestinali che contraddistinguono la nostra terra. Non è vero che scriverne aiuta?

  2. Girodiboa says

    Sempre bello leggerti