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Voglia di mafia

Non io. I siciliani pare abbiano voglia di mafia. Lo dicono Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, due bravi giornalisti di Repubblica, in un libro che vi consiglio di leggere. Così mi è venuto il desiderio di parlarne. Nel libro si parla dei tanti favori richiesti a Provenzano e in generale di come la mafia sia sempre considerata la grande mediatrice per eccellenza per risolvere problemi di ogni genere che la gente non riesce o non vuole risolvere diversamente. Da qui una riflessione.

C’e’ che la cultura dei siciliani, non tutti, non è molto cambiata e in generale non ci si fa scrupoli a lavorare, vivere, risolvere problemi economici, attivare imprese o garantirne l’apertura attraverso il supporto della mafia [chi è povero, precario o tira a campare difficilmente è colluso, connivente, dipendente, affiliato della mafia].

E dove non si chiama mafia si chiama politica. Si chiamano deputati regionali, nazionali, europei. Chiunque abbia possibilità di dirottare risorse in Sicilia è di sicuro oggetto di richiesta da chi ritiene più facile un favore piuttosto che tirare dignitosamente a campare come fa la stragramaggioranza della gente.

Non sono cose illegali, sono favori, come direbbe il buon Cuffaro. Ma a fare questi favori non è solo il centro destra, tant’e’ che dobbiamo a buona parte del centro sinistra lo sdoganamento di nomi che a ricordarli dieci anni fa c’era da farsi venire la nausea ad ogni minuto.

E il centro sinistra questi nomi li ha sdoganati non perché davvero ritiene che si siano redenti. Solo perché la gente in gran parte ha dimenticato. Per effetto di revisionismi o per mancanza di memoria. O comunque non si sorprende affatto di vedere sedute nelle aule parlamentari persone sulle quali pendono svariati capi d’accusa. La gente vuole garanzie. I vecchi e nuovi potenti le forniscono tutte.

Quanti sono i finanziamenti a pioggia che sono caduti o cadono giù dall’assessorato regionale all’agricoltura? Dalle commissioni europee? Da altri assessorati?

A chi vanno? Io spero tanto che prima o poi la Gabanelli di Report se ne occupi. Spero anche che si capisca che il problema non è mettere i deputati in galera. Non serve. Di sicuro però serve che non occupino poltrone a partire dalle quali possono decidere anche delle nostre vite. Di sicuro serve ragionare in termini culturali di un problema che innanzitutto inizia e finisce da noi. Dai nostri comportamenti, dalla nostra capacità di fare e dire coerenza.

Parliamo quindi di come funziona la maniera mafiosa di trafiggere la cultura, la mentalità dei siciliani (e non solo quelli).

La mafia non dimentica. Se considera qualcuno suo nemico, sarà così per sempre. L’inimicizia può essere data da uno sgarro, da una incoscienza, da una denuncia politica consapevole, da una azione antimafiosa efficace, temibile, da una vendetta trasversale.

La mafia è invisibile. Ammazza solo se è strettamente necessario. O ammazzano (come accadeva negli anni ottanta e ora un po’ meno frequentemente) perché rozzi, stragisti, indifferenti al fatto che attirare l’attenzione vuol dire anche avere difficoltà a svolgere gli affari.

La mafia dunque preferisce agire nell’ombra. Entrare di soppiatto negli ambienti che i nemici frequentano per diffamare, denigrare (negli anni ottanta non era raro sentire passaparola anonimi sessisti su donne che facevano politica antimafia; non era raro sentire anche gravissime accuse del tutto infondate su persone perbene), isolare, fare il vuoto attorno, istigare fratture, contrapposizioni, frammentazione e per occupare postazioni altrimenti irraggiungibili. Punti di vista eccellenti per tenere tutto sotto controllo e godersi l’affermazione della propria arrogante mafiosa autorità.

La mafia deturna, destruttura, corregge, cambia, muta la comunicazione. Utilizza accuse a proprio vantaggio. Le fa diventare luoghi comuni, cose normali, le banalizza e fa sembrare pazzo, scemo, visionario, mitomane, chi produce azione politica contro di essa.

La mafia costruisce embarghi economici e sociali. Isola e chiude spazi professionali. Si comporta da lobby, da massoneria. Protegge i suoi figli, lascia vivere quelli che non rompono le palle e manda al rogo quelli che invece si schierano dalla parte opposta.

La mafia quindi uccide anche se lascia i corpi intatti.  Uccide in termini sociali, economici. La mafia oggi si muove sul terreno delle denunce per diffamazione e delle richieste multimilionarie di risarcimento. E’ già successo. C’e’ chi sta pagando.

La mafia ha imparato ad aspettare. Le notizie non sono più così importanti. Basta avere il controllo dell’informazione, dei media. E se qualcuno parla troppo, non importa. Lo si può sempre querelare. Peppino Impastato oggi sarebbe ancora vivo. La gente si sarebbe dimenticata di tutto e badalamenti avrebbe avuto chiarissimo che ammazzarne uno non vuole sempre dire ammazzarne cento [o si?]. Perchè quei cento si sarebbero fatti a pezzi da soli per guerre di relazione, protagonismi intenti a massacrarsi tra loro fino a che solo uno rimaneva in vita (highlander di noialtri). badalamenti ad essere stato più lungimirante, volendo, poteva evitarsi il fastidio di ammazzare un grandioso compagno. Bastava l'avanzare di un infiltrato o di un nuovo leaderino idiota e lui era comunque spacciato. Perchè neppure i compagni utili in Sicilia, e non solo lì, durano tanto. Basta che arrivi l'inutile egocentrico di turno che nell'affermazione dell'altro vede solo una minaccia per se stesso e il tema della battaglia cambia. Non più lotta contro la mafia, ma contro quello che si è fatto intervistare per parlare di antimafia. Contro quello che ha un ciuffo affascinante e cazzo come parla. Pare che la lotta la sta facendo solo lui. Così restano sempre i mediocri a prendersela con quelli che hanno ucciso perchè avrebbero lasciato un timone troppo difficile da condurre. Si. Che tristezza! badalamenti oggi potrebbe solo restare a guardare e ridere a crepapelle mentre si gode lo spettacolo di un nugolo di pettegol* stupid* provincial* e acid* che celebrano la morte sociale [e chissà, volendo anche fisica] della loro vittima. Gente così può anche essere che uccide su commissione. Sabotatori e killer di professione. Tutto pur di vincere. Perchè l'atteggiamento mafioso si estende in ogni luogo. Già, già.

La mafia può anche fare tutte queste cose assieme per poi, quando il nemico sarà solo, godersi il momento in cui qualcuno gli toglierà la vita. La gente non saprà nulla. A nessuno fregherà niente di niente. Intanto di isolamento un po’ già si muore. E non è forse la morte sociale cui mirano prima ancora che quella fisica? Non è forse una campagna denigratoria fatta solo per conquistare sempre più maggiore terreno, maggiore consenso tra la gente? Non è forse questo il modo in cui i mafiosi si rendono intoccabili? Necessari? Persino simpatici a volte?

Perché loro agiscono su due piani, come fanno tutti quelli che hanno un obiettivo chiaro in testa. Vogliono spazio, suolo, su cui realizzare affari e vogliono la complicità della gente. La complicità si paga o si ottiene con il silenzio, con la persuasione, con le bugie. La persuasione si ottiene con sorrisi e finte complicità. Con strette di mano e giuramenti di eterna amicizia.

Sono affari. Solo affari. Quando una nuova impresa (mafiosa o di altro tipo) arriva da quelli che considera clienti, una delle prime iniziative di marketing che adopera è il dileggio, la calunnia, la diffamazione. Questo perché si tratta di una impresa che non ha molto di buono da dare e dire. Se avesse argomenti migliori e propri probabilmente non avrebbe bisogno di dileggiare quello che considera il competitor. Un tempo l’impresa si muoveva senza dileggiare moltissimo.

Si, lo faceva. Ma più che altro ammazzava o faceva ammazzare. Ora ha imparato. Uccidere non paga più. E’ pericoloso. Allora meglio il marketing. Giro veloce, sniffatina degli umori, campionario di servizi e possibilità e giù con la distruzione della buona morale. Dell’etica dello star bene senza ricorrere ai servigi della mafia. Della pratica del vivere onestamente senza lasciarsi convincere che della mafia non si può fare a meno.

C’e’ anche l’impresa furba. Quella che si infila con uno stratagemma. Un cavallo di troia che generalmente è il primo a morire (socialmente o fisicamente). Un espediente che la porta dritta dritta a gestire gli affari senza che materialmente sia stata ancora gettata a mare la vecchia e dignitosa morale.

Quella sarà cacciata via a tempo debito quando la mafia avrà avuto tutte le chiavi per aprire ogni cassetto. Tutte le informazioni per poter tirare fuori l’arroganza, la cattiveria, l’istinto omicida, la vera natura dell’assassina.

La mafia cerca e attiva alleanze, scopre il soggetto debole, lo induce a confidarsi, a esporsi. Consuma e interviene pesantemente sulle fragilità. Usa questioni private come mezzo infame di opposizione pubblica. E quando non ne conosce e ne ha bisogno: se le inventa.

La mafia non si vede. Non si tocca. Non si mangia e non si annusa. La mafia è un atteggiamento. Sono milioni di atteggiamenti. C’e’ quello del prendere potere e piazzarsi. Dello scontrarsi con rivali e concorrenti. Dell’odiare in maniera paranoica e morbosa fino a desiderare l’eliminazione di qualcuno. Del calcolare pragmaticamente chi e come deve morire. La mafia è fatta di soldi e potere.

Anche solo potere, si. La mafia non entra in conflitto. E’ vigliacca e infame, di nuovo. Agisce alle spalle. Si fa scudo di altre vite. Le usa a suo vantaggio. Muove pedine, alfieri, cavalli e torri per fare scacco matto. La mafia è una merda, una sanguisuga. Si nutre delle vite della gente e poi manda briciole ai bambini di quello che ha reso terzo o millesimo mondo.

La mafia è così e molte altre cose (ne parleremo). Se chiunque ne parla lo fa con il ghigno feroce che hanno in faccia certi giustizialisti di destra prestati alla sinistra o di sinistra convertiti alla destra, che tipo di risultato si intende raggiungere?

Forse che se mettiamo in carcere l’ultimo dei padrini abbiamo risolto il problema? Forse che se il parlamentare tal dei tali viene individuato come il nemico e viene messo in galera, abbiamo risolto il problema?

Ma non è troppo semplice puntare il dito contro uno, due individui? E’ una operazione catartica, salvifica delle parti corporative, lobbistiche e conniventi che esistono in noi o che?

Ma nessuno si è accorto che la pratica dell'amministrare la cosa pubblica è sempre uguale? Che il metodo è lo stesso? Che destra o sinistra non fanno differenza quando c'e' da dare e prendere incarichi? Che le spartizioni avvengono sempre tra amiconi?

Come si fa a mettere in galera un atteggiamento? Un'indole? Una mentalità che ci tocca anche nel privato, tra le mura di casa, nei gruppi, nelle dinamiche di relazione?

Se sono qualunquista? Per niente. Nulla di più lontano dalla realtà. So cosa dico. Me lo sono vissuto addosso in tanti anni di lotte e illusioni. Disillusioni e amarezze. Di speranze tradite e ideali resistenti. 

Io la voglia di mafia non ce l’ho. Ne sono certa. L’ho sempre dichiarato. Urlato. In modi giusti e meno giusti. Ingenuamente, funzionalmente, inutilmente giustizialisti e più consapevoli e maturi. Non finirò mai di pagare le conseguenze di questa scelta. Di ogni scelta. Di adesione all’antimafia. Di schieramento dalla parte dei morti, fisici e sociali.

Di dimissione da una certa antimafia (vale sempre la legge: “perché se non sei con noi, sei contro di noi!”). Di invenzione di nuove, più impopolari e non funzionali ad alcuni partiti di centro sinistra, forme di lotte antimafia. Di creazione di luoghi decuffarizzati. Di non sottomissione a nessuno speculatore. Di non pagamento del pizzo della "opinione legittimante" nei confronti di nessuno con il quale non fossi d'accordo. 

Non ne ho voglia perchè per liberarmi della mafia ho dovuto compiere un percorso di liberazione da tutto ciò che violentava il mio corpo, la mia pelle, il mio respiro. In Sicilia la vera guerra antimafia delle donne è passata attraverso il corpo di ciascuna di loro. Di ciascuna di noi. Perchè non esiste un "dentro" e un "fuori". Pubblico e privato sono una cosa sola.

Chi pratica antimafia pubblica senza fare una pulizia degli atteggiamenti mafiosi privati non sta facendo nulla di buono. Mettere in galera i cattivi non vuol dire che i cattivi e la cattiveria cessano di esistere. La mafiosità, la cattiveria, il maschilismo, sono cose da combattere dentro di noi.

Se lo facciamo solo sventolando bandiere e simboli. Se pure lo dichiariamo in ogni situazione pubblica. Se ci sentiamo consolati dall'aver messo il cattivo in gabbia senza pensare che noi, padri e madri, continuiamo a reiterare, lasciare in eredità culture d'odio. Ebbene, se è così: allora non stiamo compiendo azione politica contro la mafia. Facciamo solo finta. In qualche modo siamo complici. Poi certo, la verità non sta quasi mai da una parte sola. E di antimafia non può essercene solo una. Io lo so. Un po' dubito di altr*.

No. Io non ho voglia di mafia. E voi? Siete sicuri di poterne fare a meno?

 

[e.p.]

Posted in Corpi, Omicidi sociali, Pensatoio.


2 Responses

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  1. FikaSicula says

    Si Milla, è verissimo.
    Per questo scrivo cercando di spiegare che la mafia non è fatta di ammazzatine e non si risolve con l’arresto di provenzano. Bisogna cercare di lottare insieme. Perchè la mafia va considerata al plurale. Sono le mafie e stanno ovunque.

  2. Milla says

    C’è una frase nel film “i cento passi” che mi fa venire ogni volta la pelle d’oca.
    Quando Salvo alla radio dopo la morte di Peppino dice: “perchè ai siciliani la mafia pace”.
    Quello che penso con terrore è che a tutti gli italiani la mafia piace. Non c’è solo in Sicilia quell’atteggiamento.
    E quell’atteggiamento è da combattere.
    Rispetto e stima per chi ha il coraggio di schierarsi contro. In Sicilia ancora di più.