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Quella violenza che non si può nemmeno raccontare

Riceviamo la storia di – nome fantasioso – Daniele. Anche in questo caso non cambiamo nulla (abbiamo solo aggiustato la forma grammaticale di qualche periodo con il suo consenso). Buona lettura!

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Ho fatto la scelta di parlarne anche se tutti mi prendono per il culo e molti non mi credono. Ma devo dirlo. La mia ex ragazza mi lanciava oggetti, mi si scagliava addosso e mi schiaffeggiava. Non sono magro e neppure grasso e sono più alto di lei ma mi faceva male.

Le discussioni solitamente iniziavano per niente, dopodichè si passava alle urla, io urlavo come lei, lo ammetto, e quando lei non riusciva a farsi sentire mi colpiva. Stai zitto, mi diceva, fai silenzio che i vicini sentono. E più sfuggivo alle sue provocazioni e più mi veniva dietro.

Mi seguiva nelle stanze, poi impediva che uscissi fuori per calmarmi e voleva a tutti i costi che “parlassimo” quando davvero non c’era niente di cui parlare. Cosa vuoi parlare con una che ti tira sberle e che devi trattenerti dal menarla?

L’ho spinta indietro un paio di volte, per farla smettere, e una volta ho tentato di abbracciarla tenendole le mani. Mi stai facendo male, ha detto, e cominciava a urlare che non dovevo permettermi di sfiorarla.

Sapevo che se le mettevo le mani addosso l’avrei ferita. Ma io non picchio. Non è proprio mia indole. Sfuggivo alle provocazioni con i bulli del quartiere e figuriamoci se mi metto a dare addosso ad una donna che è la metà di me fisicamente.

E mentre io mi trattenevo e volevo solo andarmene lei continuava a dirmi cose assurde. E non la capivo e concludevo “ma di che cazzo stai parlando?”.

Continued…

Posted in Personale/Politico, Storie violente.


L’amore ti fa grassa

Questa è la storia che ci racconta, la chiamiamo con un nome inventato, Luna. Non abbiamo cambiato una sola virgola. Non analizziamo la sua narrazione. La lasciamo solo raccontare e la ascoltiamo. In un altro momento parleremo con lei, se lo vorrà. Di nostro c’è solo il titolo. Buona lettura.

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Magra. Bianca in volto. Sembrava una bambina piccola e indifesa contro i pericoli di quel mondo dal quale si difendeva usando uno scudo: la magrezza. Tanto dolore, che ti scava l’anima cambiandoti in profondità. Sofferenza, molta. Tua, e di chi sta intorno a te. Era un periodo strano, dove la voglia di vivere stava lentamente tornando. Qualche sorriso in più, un po’ di trucco leggero, qualche piccolo accorgimento nel vestirsi.

Quel giorno era proprio così: carina, con la sua musica nelle orecchie e immersa in un cappotto che le andava troppo grande. Pioveva, era senza ombrello. Fu proprio in quell’attimo che incrociò lui, il quale guardandola rimase a bocca aperta. Troppo spaventata, timida, abbassò di colpo lo sguardo da quel ragazzo che la seguì. Cominciarono a parlare. Passarono i giorni, si conobbero meglio, e alla fine iniziarono a stare insieme. Sembra una bella favola, vero? Una di quelle storie dove la principessa dopo mille difficoltà, mostri, streghe, viene salvata dal suo bellissimo principe che non le farà mai mancare rispetto, amore, affetto. Anche lei lo pensava.

Sognava ad occhi aperti. Forse troppo, per non rendersi conto del fosso in cui era caduta. I giorni passavano tra telefonate, appuntamenti pomeridiani, baci. Aveva molta intraprendenza che la rassicurava: non aveva mai avuto un ragazzo, e quelle accortezze le permettevano di sentirsi viva, e meno invisibile. Quelle carezze divennero presto troppo impetuose, invadenti. Lei non voleva. Non si sentiva ancora “pronta”: quella mano che le sfiorava quell’accenno di forme era fastidiosa. Cominciarono le ripicche, i subdoli ricatti: “sei tu ad avere problemi, ad essere così chiusa. Tutte fanno sesso. Se continui così, io guarderò altro”.

Continued…

Posted in Corpi, Personale/Politico, Storie di dipendenze, Storie violente.


Autonarrazione e violenza sulle donne (che ne sappiamo di violenze altrui?)

(…se non sappiamo raccontare neppure quelle che abbiamo subito noi?)

Al FemBlogCamp, tra le altre cose ho assistito ad uno workshop in cui si è parlato di autonarrazione e violenza sulle donne.

Sintetizza bene Laura quando lo descrive così:

un workshop sull’autonarrazione a proposito della violenza sulle donne, che mi spinge a riflettere sui percorsi di elaborazione personale di chi – vittima di una violenza – se privata della possibilità di narrare autonomamente quanto subìto, rimane schiacciata nei meccanismi della narrazione dominante (quella dei media soprattutto), che la consegnano a schemi ben definiti, a modelli che privilegiano la descrizione del dettaglio, magari di quello più raccapricciante (perché fa audience) e l’interpretazione dei fatti da parte dell’“esperto/a” di turno, fino al considerare il punto di vista della donna che subisce violenza un dettaglio del tutto inutile, quasi mai cercato, ancor meno ascoltato. Per questo la necessità di una autonarrazione, per la riappropriazione del linguaggio adatto a descrivere quello che chi è vittima di violenza realmente vuole far conoscere, per rielaborare l’accaduto e trovare le giuste vie d’uscita, strade di riappropriazione della propria esistenza a dispetto di chi vuole la donna per sempre vittima della violenza subìta, privata anche dei giorni a venire.

Nella narrazione della violenza bisogna confermare stereotipi precisi. Le donne sono vittime, vittimissime, il linguaggio del corpo, le immagini, le campagne promosse, le parole e gli atteggiamenti attribuiti ripercorrono schemi precisi che spesso non corrispondono alle emozioni provate da chi subisce violenza. Gli uomini vengono visti come carnefici mostruosi, privi di umanità, e tutto ciò diventa parte di un meccanismo consolidato di legittimazione di tutele in favore di donne viste sempre come fragilissime, buone per natura, e di repressione nei confronti di uomini che più tempo passa e più rischiano di essere oggetto di linciaggi mediatici, reali, umani, a prescindere dal fatto che siano più o meno accusati di un reato.

Le donne che vivono situazioni di violenza non riescono a raccontarne le contraddizioni, viene detto loro che la narrazione deve corrispondere ad un modello avvocantizio. Ciò che raccontano è buono per la questura, per gli avvocati, per i tribunali, per la giurisprudenza. Tutto subisce uno schiacciamento, viene appiattito sulla base di necessità della difesa e dell’accusa e per necessità di difesa e di accusa non si può raccontare tutto o non si può raccontare come vorremmo.

Continued…

Posted in Comunicazione, Corpi, Omicidi sociali, Pensatoio.