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L’amore ti fa grassa

Questa è la storia che ci racconta, la chiamiamo con un nome inventato, Luna. Non abbiamo cambiato una sola virgola. Non analizziamo la sua narrazione. La lasciamo solo raccontare e la ascoltiamo. In un altro momento parleremo con lei, se lo vorrà. Di nostro c’è solo il titolo. Buona lettura.

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Magra. Bianca in volto. Sembrava una bambina piccola e indifesa contro i pericoli di quel mondo dal quale si difendeva usando uno scudo: la magrezza. Tanto dolore, che ti scava l’anima cambiandoti in profondità. Sofferenza, molta. Tua, e di chi sta intorno a te. Era un periodo strano, dove la voglia di vivere stava lentamente tornando. Qualche sorriso in più, un po’ di trucco leggero, qualche piccolo accorgimento nel vestirsi.

Quel giorno era proprio così: carina, con la sua musica nelle orecchie e immersa in un cappotto che le andava troppo grande. Pioveva, era senza ombrello. Fu proprio in quell’attimo che incrociò lui, il quale guardandola rimase a bocca aperta. Troppo spaventata, timida, abbassò di colpo lo sguardo da quel ragazzo che la seguì. Cominciarono a parlare. Passarono i giorni, si conobbero meglio, e alla fine iniziarono a stare insieme. Sembra una bella favola, vero? Una di quelle storie dove la principessa dopo mille difficoltà, mostri, streghe, viene salvata dal suo bellissimo principe che non le farà mai mancare rispetto, amore, affetto. Anche lei lo pensava.

Sognava ad occhi aperti. Forse troppo, per non rendersi conto del fosso in cui era caduta. I giorni passavano tra telefonate, appuntamenti pomeridiani, baci. Aveva molta intraprendenza che la rassicurava: non aveva mai avuto un ragazzo, e quelle accortezze le permettevano di sentirsi viva, e meno invisibile. Quelle carezze divennero presto troppo impetuose, invadenti. Lei non voleva. Non si sentiva ancora “pronta”: quella mano che le sfiorava quell’accenno di forme era fastidiosa. Cominciarono le ripicche, i subdoli ricatti: “sei tu ad avere problemi, ad essere così chiusa. Tutte fanno sesso. Se continui così, io guarderò altro”.

Contro la propria volontà, una volta si lasciò spogliare a patto che da sotto il ventre potesse restare vestita. Non fu così. Le sfilò tutto da dosso, mentre lei chiedeva di non farlo. Provò anche ad andare oltre al semplice petting. Scoppiò a piangere. Le sue lacrime non furono asciugate, ma anzi vide lui alzarsi di scatto e quasi spingerla con una mano, ribadendo che avrebbe guardato altrove se si continuava così. Rimase sola, con un senso di colpa che si formava sempre di più “si arrabbia sempre perchè non sono come lui vorrebbe. Ma che sto facendo?” Poi le chiedeva scusa, che si era reso conto di aver sbagliato ma lei,  la prossima volta, si sarebbe dovuta comportare diversamente senza versare una lacrima o portare una mano sulla fronte.

Scuse, giornate più serene. Finchè arriva una sera dove, convincendola tra belle parole e pseudo-ricatti, la trascina sul letto. In preda ad un istinto animalesco, la sdraia sul letto e le sale sopra. E’ bloccata. Non ci sono parole dolci come nei film. Adesso, sta guardando la realtà. Quel ragazzo non si preoccupa di come sta, di cosa vuole. Non le dice “come sei bella”. Non le ricorda che è perfetta così. Si sfoga in ogni senso, mentre lei chiede di fare piano. Si irrigidisce, e infatti l’atto non si compie: nemmeno quando la tira con tutta la forza verso di sé. Ci riprova tutte le sere. Lei non riesce ad opporsi, perchè la convince che ha qualche problema “alle altre ragazze non capita. Hai qualcosa che non va”. Era diventato pure ginecologo all’attimo.

Riescono a farlo. Non c’è dolcezza. Non esiste il rispetto. Si aggrappa al suo collo, oppure le spinge la testa verso le sue parti basse. E a lei fa schifo: fa ribrezzo, perchè non è una cosa che vuole. Ma lui la convince. Ogni tanto riesce a dire di no. Ogni tanto,lui, è nervoso, perchè lei non agisce con esperienza, ma poi si corregge e dice “che le vergini lo eccitano, alla fine”. Non capisce ancora perchè ha continuato quel rapporto, e per questo continua a punirsi. “Non doveva succedere. E’ tutta colpa mia. Sono sporca, e nessuno mi vorrà più”. Passano le settimane, i mesi, le ore. Crede troppo alle sue scuse, alle belle parole. Gli prepara dei dolci, delle cene o dei pranzi.

A volte ci sono pure due amiche, presenti: lui non si crea problemi ad umiliarla “le patate sono fredde. Riscaldale… che torta è? Non lo vedi che questo pezzo di bordo è più bruciato dell’altro?” Chi è presente va via, perchè non riesce ad assistere a quei modi così egoistici e privi di educazione. Ma lei rimane, e resta anche il suo senso di imperfezione che cresce sempre di più come i chili che mette. “Finalmente stai diventando grassa”. Quanto pesavano quelle parole? Quanto? Troppo. Poi si correggeva, e diceva “almeno non sei ossa”. Poi rideva.  Raramente le diceva che non avrebbe più trovato ragazze così speciali. Lei non andava bene. Indietro con gli esami all’università, timida, bloccata. Gelosia. Morbosa, folle,paranoica.

Porta il conto delle pagine del libro che sta studiando, e se ne ha sottolineate poche, allora c’è qualcosa che non va. Infatti, durante la mattinata, ha ricevuto la sua telefonata troppo tardi. Chi era andato a casa sua? Dove era stata? La sorveglia anche in palestra, e poi le pone mille domande sull’istruttore: “ti piace? Non ci andresti a letto?” Se risponde di no, è ipocrita: tutte le ragazze hanno fantasie. Ha l’abitudine di controllarle i messaggi, volendo ricevere spiegazioni su frasi che fraintendeva; le guarda la rubrica telefonica. Porta il conto dei minuti che trascorrono tra il momento in cui le ha telefonato e non ha risposto, e quello in cui lo richiama. Mille domande, fissazioni “che stai facendo? Con chi sei?” Qualche volta le telefona con l’anonimo, e guai se gli risponde: storie su storie, perchè lei “è una poco di buono a cui va di flirtare con altri uomini”.

Non doveva continuare a parlare al cellulare anche se, quella chiamata anonima, era stata fatta da lui che aveva camuffato la voce. Non era uno scherzo, ma una prova della fedeltà di quella ragazza che, senza malizia, premeva il tasto per la risposta. Fu punita, quella sera. Aggressioni verbali. Mezza bottiglia di olio versata in un piatto “ora la mangi, così ingrassi come una vacca. Fallo. O ti faccio vedere cosa ti combino stasera.” Obbedì, mormorando un semplice “calmati, per favore”. Lui rideva, sghignazzava. Il suo volto aveva una luce strana, cattiva.  Terminata la cena, e con la morte nel cuore, la condusse in camera da letto.. fu un animale. Più violento del solito,e la fece sentire come una persona che non avesse alcun tipo di dignità. Si sfogò, si alzò dal letto, si rivestì senza guardarla in faccia e andò via. Si sentiva morire, soprattutto quando non la cercò per una settimana. Sembrava avessero fatto pace, ma era solo apparenza.

Dopo un mese, tutto finì all’improvviso: nervoso, le urlò di tutto contro in un posto affollato. Lei pensava troppo, gli causava ansia, non era perfetta, non andava bene così. Lui non era innamorato, e al momento la lasciava. Passò giorni terribili. Lo cercò, gli scrisse lettere su lettere. Si rividero, ma lui aveva un’altra. Si commosse pure, e questo le fece pensare che stava mentendo. Ma non era così. Aveva davvero un’altra ragazza, che andava a trovare e della quale lasciava le foto su Facebook. Per lei, tutte quelle attenzioni, non c’erano. Cosa aveva più di lei? Perchè lei non meritava rispetto? Gli aveva permesso di usare il suo corpo, di farla ingrassare. E tutti quei chili in più non facevano che aumentare l’odio che provava verso se stessa: non aveva più le ossa di fuori, per questo non si era riuscita a proteggere.

Ripensava al primo periodo con quel ragazzo, quando lui si dimostrava dolce e premuroso. Si chiede perchè. Dove ha sbagliato. Cosa non va in lei? Eppure, non gli faceva mancare niente. Perchè aveva voluto ferirla in quel modo? Perchè tutte quelle cose cattive? Cominciò a tagliarsi i polsi, perchè era l’unico modo che aveva per cacciare via tutto quel dolore. Continuò a mangiare e vomitare, così come faceva già mentre stava ancora con lui, qualche volta. Comprava pacchi di biscotti, li sbriciolava e mangiava tutti. E poi la tazza del cesso. Le lacrime, il dolore, gli occhi e la gola gonfi, la solitudine, il nervosismo, la pancia e le cosce grosse. I vestiti che non entrano più, qualche persona cattiva intorno a lei che se la ride. Ha solo le sue canzoni: quelle che parlano di quel male di vivere che ti sotterra, annienta e uccide.

“Uno di questi giorni, la farò finita pure io”. Il tentativo di ammazzarsi, pensando che i binari della metro avrebbero risolto tutti i suoi problemi. Non ha il coraggio di buttarsi. Uno psicologo che non capisce niente, e la fa sentire in colpa. Le chiede i dettagli di quei rapporti sessuali, ma per lei è fatica e disperazione descrivere cosa è successo. Trova una grande amica, e altre persone che non la lasciano sola. La mamma. Non abbandonano quella ragazza che, adesso, si sente così ingombrante. Una mattina si sveglia, e tutto appare più leggero. Scatta la scintilla per il cambiamento, per voler vivere di nuovo, ancora una volta. Comincia ad interessarsi al sociale e alla politica, in maniera attiva e concreta. Incontra gente speciale. Torna in palestra, e fa lunghe passeggiate.

Cerca le persone, e vuole uscire. Piano piano, l’espressione del suo viso si distende. Torna a ridere, sorridere e scherzare. Però, il mostro sta sempre li. Non è mai andato via del tutto. E’ bastato incrociarlo per un attimo che quasi tutto è tornato su, a galla. “Quasi”, perchè adesso è cosciente che le sue parole non corrispondevano alla realtà. Ha capito che si trattava di una persona con la quale non poteva e non doveva condividere nulla, che doveva restare fuori dalla sua vita per non sentire più male. Non doveva più permettere che lui, e nessun altro, distruggessero il proprio debole equilibrio, che con fatica stava provando a ricostruire. Restano i blocchi con i ragazzi, con se stessa se sbaglia a parlare o non lo fa in modo pronto. Eppure è una ragazza che fa provare simpatia. Che ride, parla di continuo, scherza. Ma poi tornano i giorni bui, cupi. Quelli con la propria autostima inesistente. Dovrebbe sfondare le barriere che si è costruita, e comprendere che bisogna andare avanti e non restare sospesi in aria a metà.

A tutte le ragazze che hanno provato un’esperienza simile, o che la stanno affrontando ora, raccomando con tutto il cuore e l’anima di cercare aiuto. Guardatevi allo specchio, e ripetetevi che voi siete meravigliose, belle, speciali così. Siete fantastiche, perchè nonostante tutto avete una grande forza. Sì, perchè ci vuole coraggio a restare con persone simili e ad andare avanti nella speranza che, magari, un giorno tutto cambierà. Ma non cambia, ragazze. Non si modifica nulla! Niente! Può solo peggiorare tutto. Dalla testata ricevuta per caso, con una violenza inaudita.. dal condimento versato in quantità sproporzionata contro il vostro volere, si può passare ad altro. Si passa, ad altro. E non si giustifica. La mancanza di rispetto nei confronti della vostra persona e del vostro fisico, non può essere scusata, ma solo CONDANNATA. Non siete “ragazze facili”, e non lo sarete mai.

Siete libere di fare ciò che meglio credete della vostra sessualità: queste frasi sessiste, maschiliste, non devono MAI uscire dalla bocca di chi vi ama e vi sta vicino. MAI! Il rispetto, prima di tutto. Il rispetto in generale verso l’essere umano, la donna, la LORO donna.  Sfogatevi con un’amica, anche la mamma (non vi manderà via), con una persona di fiducia. Ma parlate! Cacciate via le bene che avete messo sui vostri occhi. Togliete la testa da sotto la sabbia. Avete bisogno di qualcuno che vi mostri dove questo rapporto è malato. Dove sta diventando cancerogeno per la vostra anima. Non cercate più scuse. Loro NON CAMBIANO! Ribellatevi, andate via. Trovate la forza, la stessa che avete nell’astenervi dal cibo o dal vomitare. Perchè voi, noi, abbiamo questa grande e immensa volontà che incanaliamo nell’autodistruzione.

Non abbiamo colpa di niente. Di nulla, forse solo di essere troppo sensibili rispetto al resto delle persone che ci circondano. E non è speciale essere sensibili? Sentire ciò che gli altri non riescono ad ascoltare? Non è splendido poter vedere quello che altri occhi non riescono a scorgere? Non meritiamo, anche noi, dopo tanto dolore, un po’ di meritata felicità?
Un abbraccio. Vi lascio solo un forte abbraccio, che potrete sentire tutte le volte in cui vi sentirete perdute. Ci sarà la mia stretta da ragazza, donna, sorella, amica, cugina che non vi lascerà.
Perchè non siete sole. Distruggete le sbarre della vostra gabbia, e volate via verso la serenità.
Un’altra vita può esserci. Esiste.

Posted in Corpi, Personale/Politico, Storie di dipendenze, Storie violente.


2 Responses

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  1. Elena says

    Questa storia mi ricorda quella di una mia carissima amica, che è passata dalla 40 (quando il fidanzato era un fanatico di Uomini e donne) alla 46 (quando il nuovo fidanzato era un obeso). E per far piacere al primo fidanzato ha sprecato un mucchio di soldi in abiti costosi e rischiato delle distorsioni per camminare sui tacchi 12, mentre per il secondo in tasse universitarie (perchè per lui stare con una non laureata era un disonore). Ora spero trovi qualcuno in grado di amarla per come lei è.

  2. F says

    che storia triste…purtroppo mi ha riportato alla mente spiacevoli episodi accaduti circa 10 anni fa e da cui fortunatamente sono uscita