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La lenta costruzione di una autonomia

Da Finché Morte Non Vi Separi:

Di nascita ero una vita poco autonoma. Quasi per niente. A malapena respiravo senza aiuto. Da lì in poi è stato tutto un distinguere tra dipendenze vere, presunte, indotte, imposte per potere e controllo sulla mia vita.

Lottare per liberarsi dalle dipendenze non è una opzione. E’ un obbligo. Ed è una lotta che dura tutta la vita, senza un attimo di pausa. Poi c’è chi si accomoda sulle dipendenze, ne fa addirittura un motivo di rivendicazione e chi invece le dipendenze non le tollera, proprio come me.

Trovare autonomia affettiva, emotiva, sessuale, economica, sociale, politica, è pressocché impossibile perché sono dimensioni che vivi assieme ad altri/e. Perciò è un perenne negoziare ed è anche un esibire bisogni primari e secondari, sensibilità e limiti. Sentirsi fragili perché si dipende è una condanna perché non si concepisce fragilità senza un senso di colpa.

Mi pare che proprio tutto sia concepito in questo modo. Bisogna vergognarsi di essere fragili e le uniche volte in cui la fragilità viene esibita diventa, si Lara, hai ragione, shock economy. Come se fosse una sorpresa. Come se si trattasse di eccezioni. Così è per la violenza, per esempio.

Ma basterebbe vedere di cosa sono fatte tutte le nostre vite, precarie, fragili, in un senso o nell’altro, a fingere all’esterno di essere forti, perfetti, senza problemi, partecipando alla mistificazione più grande delle mistificazioni. Ché se ci sono segni tangibili in cui la dipendenza emerge allora si grida all’emergenza. Perché la dipendenza è una costruzione culturale, sociale, economica.

L’autonomia non conviene. Non è un obiettivo perseguibile. La gerarchia non è neppure verticale. E’ orizzontale. Tutti limitano l’autonomia di tutti. Tutti e tutte. E tutti e tutte usano le dipendenze altrui per costruire la propria autonomia.

Continued…

Posted in Affetti liberi, AntiAutoritarismi, Narrazioni: Assaggi, Precarietà, R-esistenze, Storie di dipendenze.


Napoli: Cineforum antispecista e aperivegan

Riceviamo e volentieri condividiamo:

PROIEZIONE DI “THE CORPORATION + APERITIVO CRUELTY FREE + DJ SET RADIO DI MASSA

GIOVEDI’ 8 NOVEMBRE @ LABORATORIO OCCUPATO SKA
ORE 18.00

CONFRONTO APERTO SU CAPITALISMO E ATISPECISMO, SPERIMENTAZIONE DEI SAPORI VEGAN

Cosa lega l’anticapitalismo all’antispecismo?

Anticapitalismo come rifiuto dell’accumulo di potere economico nelle mani di pochi, della discriminazione e suddivisione gerarchia di classe sulla base del potere d’acquisto.
Antispecismo come rifiuto dell’antropocentrismo, teoria che ponendo l’essere umano in una posizione di superiorità rispetto alle altre specie animali (e della natura!!) le sfrutta a proprio piacimento.

Non basta eliminare le classi sociali e lo sfruttamento economico per eliminare la gerarchia e il dominio, perché questi si riformano su basi razziali, sessuali e anche speciste (Murray Bookchin). Il rapporto tra lo sfruttamento umano, quello animale non-umano e quello ambientale sono infatti direttamente interconnessi e sono diretta conseguenza del capitalismo.
E gli antispecisti ritengono che lo schiavismo animale sia imprescindibile da quello umano o ambientale e che sia quindi necessario estirpare qualsiasi tipologia di dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sugli animali e sulla natura, in quanto ognuno conseguenza dell’altro.

Quindi vegan e antispecisti come “delegati” a combattere il sistema capitalista, a lottare contro consumismo che foraggia i pochi e debilita troppi, a boicottare le multinazionali.
Continued…

Posted in Animalismo/antispecismo, Iniziative.


(In)sofferenza di genere.

Riportiamo di seguito le riflessioni di Odette: 

 

Da che io ricordi, sono sempre stata insofferente al mio genere. O meglio, alle costruzioni culturali che ci sono sopra-sotto-intorno ad esso: gonne e bambole da una parte, macchinine e calcio dall’altra. Finivo così per autopropormi, da figlia unica, giochi misti in cui c’erano bambole e macchinine, a casa, mentre a scuola tentavo di partecipare a giochi tradizionalmente maschili, come il calcio (ma finivo sempre in porta). Inutile dire che sia coi maschi che con le femmine non andavo d’accordo, i primi perché non sopportavano l’insubordinazione, le seconde perché la vivevano come un tradimento del “patto di genere”. Io ci stavo male ma a loro non fregava niente. Solo due bambini mi capivano: una femmina che però sembrava un maschio, S., e un maschio che però sembrava una femmina, G. Nessuno dei due era lesbica o gay e nemmeno lo è diventato in seguito, semplicemente era una questione di aspetto. Con loro, devo ammetterlo, mi riuscì di instaurare forse la mia prima relazione politica della mia esistenza. Eravamo compagni in lotta contro il genere, anche se non lo sapevamo.

Crescendo devo dire che le cose non sono andate meglio, anzi.

Se non ti senti né maschio né femmina, comunque, da adolescente ti puoi travestire,perché è culturalmente accettato. Sono stata, quindi, non nell’ordine e spesso in simultanea: punk, gothic, metallara, tendente al freakkettume, e quasi sempre un ibrido tra tutto ciò, perché non avevo i soldi per comprarmi i vestiti nuovi ogni volta che cambiavo gusti. Questo ibrido mi ha permesso di sopravvivere indenne fino a diciotto anni circa senza pormi il reale problema di chi io fossi, ma sicuramente facendomi capire chi io nonfossi: non ero come le mie compagne di classe, ma non ero nemmeno come i maschi, che però sentivo più simili a me. Ho avuto una sola vera amica, al massimo due in tutta la mia adolescenza, il mondo femminile in genere non mi è mai piaciuto perché si proponeva come “da accompagno” a quello maschile, mentre quello maschile era molto più emancipato, e certamente anche più sfruttatore, di quell’altro. Mettersi dalla parte degli sfruttatori perché si hanno altri cazzi per la testa, a quindici anni, è abbastanza semplice, e io l’ho fatto: ho deciso che il mondo femminile faceva decisamente cacare, e che il maschile-oppressore (che di oppressore non lo è per Natura, ma solo per Cultura, ma quella è la cultura che circola) faceva molto più per me, che però non è sempre oppressore, lo è sempre solo nei confronti delle proprie e delle altrui debolezze, che vanno censurate in qualsiasi circostanza – e questo per me è stata la causa di un problema non indifferente che mi ritrovo a dover affrontare oggi.

Continued…

Posted in Critica femminista, Scritti critici, Sessismo.