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Vittime non si nasce. Vittime si diventa!

di Barbara T.

Nella famiglia in cui sono nata non c’erano ruoli di genere: mia madre lavorava, faceva quello che voleva, si comportava come preferiva, e mio padre, che dopo una giornata di lavoro trovava sempre il tempo per sbrigare la sua parte di lavori domestici o per giocare con le sue figlie, ne ammirava l’indipendenza.

Non sono mai stati una coppia progressista o ‘di sinistra’ ma tra loro c’era (e c’è ancora) rispetto e dialogo. Non è bastato a rendere la nostra famiglia perfetta o priva di problemi e incomprensioni, ma io sono cresciuta potendo sostanzialmente scegliere cosa fare della mia vita, senza che nessun* mi abbia rimproverato perché preferivo l’azzurro al rosa, non disdegnavo di giocare con macchinine e dinosauri o impazzivo per le tartarughe ninja.

Le critiche sono venute dai miei coetanei, da cui venni spesso esclusa perché troppo strana.
L’impatto con la società per me è stato traumatico: non riuscivo ad ambientarmi né a condividere quelli che mi apparivano (anzi erano) come dogmi illogici. Ovviamente essere nata femmina si rivelò presto sconveniente.
Per me era irrilevante, ma le intrinseche limitazioni non tardarono a farsi sentire.

I peggiori momenti della mia vita sono dovuti al fatto che tra i 13 e i 14 anni avevo le sopracciglia molto folte e rifiutavo di depilarle – non mi andava e la ritenevo una schiavitù innecessaria -, inoltre, avendo il seno già abbondante, mi vestivo con abiti larghi e informi per il terrore che i miei compagni di scuola, ragazzini già in grado di molestare e offendere, potessero dirmi qualcosa. In realtà me ne dissero tante in quanto, proprio per questi motivi, assunsi il poco ambito ruolo di “cesso da irridere”.

Continued…

Posted in Comunicazione, Critica femminista, Omicidi sociali, Pensatoio.


Per l’abolizione del matrimonio – a proposito di violenza sulle donne e matrimoni gay

di Valerio Mele

Isolare, magari in una mostra, la violenza sulle donne dalla violenza rivolta contro altre categorie di viventi (al di fuori o a margine della comunità “produttiva” o benestante, basata cioè sui dogmi del Lavoro o del Denaro, in un periodo in cui il sistema si dimostra tra l’altro ostile alla riproduzione dei viventi in quanto tali, dunque alle donne cui è ancora affidata la riproduzione materiale e cui viene per lo più richiesto il titillamento del desiderio di merci, dunque di loro stesse in quanto merci, o una deturpante1 identificazione coi modelli dominanti) è un modo per genderizzarla e sessualizzarla (farla rientrare nel frame patriarcale, maschilista o nella categoria fetish).

In questa cornice di denunce selettive si inseriscono anche le (apparenti) difese di regime della sessualità non riproduttiva (come la definiscono i preti, turbandosi e stigmatizzandola)… matrimoni tra omosessuali, i diritti delle minoranze omosessuali, l’aggravante dell’omofobia nei reati, ecc… quando è evidente che la questione principale è un’insensata estensione del “matri-monio”… (dall’etimologia: “scambiare o offrire una madre”… ma chi “scambia o offre in cambio una madre” in un rapporto omosessuale? ha un senso mantenere questo termine?)

Non sarebbe il caso di porre piuttosto fine alla pratica tribale del matrimonio (che in realtà non è che una tutela del “patrimonio” mascherata)? (ad ogni modo il matrimonio tra omosessuali è la giusta parodia, molto liberoscambista, del matrimonio tra eterosessuali… Però che senso ha rendere il diritto di famiglia – o dei famigli -, relativizzandolo, qualcosa di gaio, di simpatico, di buffo?… a me, per esempio, il diritto non fa ridere affatto…).
Magari basterebbe chiamarli “sposalizi“, “unioni coniugali”, invece di “matrimoni”… (questo non toglie però la motivazione patrimoniale, l’obbligazione proprietaria, che c’è sotto… qui infatti credo che si parli più dell’estensione a tutti di un diritto proprietario molto discutibile, almeno per me… ciò non toglie che non sia decisamente coerente con il diritto attuale…).

Posted in Affetti liberi, AntiAutoritarismi, Pensatoio.


Manifesto per l’insurrezione anarcofrocia

Riceviamo e volentieri condividiamo dal Collettivo Anarcofrocio Contronatura il Manifesto per l’insurrezione anarcofrocia:

Siamo una manica di drag queen urlanti? Sì. Siamo un’armata di lelle combattenti? Sicuro. Siamo froci e froce, uomini e donne trans*, succhiacazzi e leccafregne, scherzi della natura e meravigliose favolosità.

La morale vorrebbe la nostra totale docilità: puoi essere quello che vuoi, a patto di inseguire il più possibile un modello di esistenza eteropatriarcale: un* compagn*, la prole, uno stile di vita in tutto e per tutto uguale a quello del bravo cittadino uomo, cisgender, bianco, etero e coi soldi. Questa non può essere considerata una conquista. Ci troviamo di fronte politici gay, con programmi arcobaleno, che ci promettono a reti unificate il matrimonio con i/le nostr* partners, ma è questo quello che vogliamo davvero?

In realtà, questo non è cambiamento, ma assimilazione, ed abbiamo totalmente scordato che dev’essere la società a cambiare, e non noi per farci accettare da essa. Ad oggi, infatti, la nostra comunità è piena di omo/bi/transfobia, interiorizzata e non; monogamia imposta anche a chi non la vuole; stereotipi sessisti e razzisti; cancellazioni e discriminazioni interne a un mondo che si definisce LGBT ma in realtà a livello mainstream propone il solito: gay e lesbiche che si sposano, adottano, si arruolano nell’esercito, servono la patria. Noi vogliamo altro.

Troppo spesso le lotte di noi LGBTQIA+ sono strumentalizzate dagli stati e da questo sistema economico per giustificare altre forme di oppressione, magari altrove. L’identità queer non è affatto neutra; è quasi sempre associata al colore bianco. Questa cultura biancocentrica permette a froci e froce di qualsiasi provenienza di parlare solo quando ci sono guerre neocolonialiste a cui serve una giustificazione, e questa giustificazione si chiama omonazionalismo.

La politica identitaria, su qualunque fronte, è fallita. Qualsiasi “identità”, seppur oppressa, dunque originariamente rivoluzionaria, può venire risucchiata all’interno dei discorsi e dei costrutti sociali della società borghese, dello stato, del capitale. Non solo può: lo ha già fatto; da qui la necessità di una identità non identitaria, non totalizzante, affinché sia la categoria a modificarsi rispetto a noi, e non viceversa.

La rivoluzione è desiderio e noi ci riprendiamo tutto, con l’autorganizzazione, l’autogestione e il rifiuto di ogni delega. È ora di un’insurrezione anarcofrocia.

Posted in AntiAutoritarismi, Corpi/Poteri, Iniziative, R-esistenze.