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Hindustan tra mito e realtà

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Leggere degli ultimi avvenimenti non poteva che riportarmi indietro al breve viaggio che ho fatto quattro anni fa in India ed in Bangladesh.

L’India ha sempre affascinato l’occidente, con i suoi tratti esotici ed i suoi misteri. Quando sono andato in India prima di qualsiasi cosa mi ha colpito come un pugno allo stomaco la miseria, per quanto l’abbia vista da lontano, la miseria e l’enorme dignità con cui le persone la affrontano.

Da allora non riesco più a sentire un discorso sul boom economico dell’India, o un discorso sulle virtù della religione e cultura indiana, senza pensare all’ipocrisia del capitalismo e dell’uomo occidentale.

Da turisti, per quanto fortunati e attenti, non si riesce che a cogliere una fugace ombra di quella che è la realtà in cui si è ospiti. Mi ritengo quindi fortunato di aver incontrato delle persone che vivevano nel continente indiano da decine di anni e che sono state disposte a trasmettermi una parte della loro India.

E così la miseria, percepita da subito, si è colorita delle sfumature della società patriarcale e della religione: perché in India esse sono profondamente intrecciate, e non ci si può scagliare contro il patriarcato senza mettere in discussione le basi dell’induismo, le caste, il ruolo subordinato che ha la donna, da figlia a moglie o tragicamente a vedova.

Ricordo gli occhi tristi di E., vecchio ospite della ONG dove stavo portando avanti il mio progetto. La bambina che aveva adottato a distanza e che andava ogni anno a trovare si era impiccata con il sari. Come tante altre, quella bambina aveva scelto il gesto estremo del suicidio per rifiutare il matrimonio combinato dalla famiglia con un bambino della sua età.

Ricordo il sorriso e la spensieratezza delle ragazzine salvate da Padre L., un Missionario Comboniano che accoglieva quelle che si rifiutavano di sposarsi e scappavano da casa. Le famiglie che andavano a reclamarle volevano sposarle per garantire loro un futuro e sollevarsi il prima possibile dall’onere di mantenerle. Non sposarle da giovani sarebbe stata una condanna in quanto le probabilità di trovare marito diminuiscono drasticamente con il tempo, con il rischio di diventare un peso insostenibile per la famiglia. Padre L., raggiungendo un accordo con le famiglie, mantenendo le ragazze fino ai sedici anni ed insegnando loro a leggere e scrivere, creava un’opportunità non contemplata nella normalità della società indiana.

Lo stesso Padre L. cercò di farmi capire con un aneddoto come l’induismo ed il sistema di caste, da tempo illegale, siano profondamente radicati nel tessuto sociale indiano. Anni prima si era scagliato contro dei missionari calvinisti per le loro opere di proselitismo, culminate con la conversione di un intero villaggio di tribali al cristianesimo. Cambiando religione il villaggio non aveva più la possibilità di far sposare le proprie figlie in quanto gli altri villaggi della tribù non le consideravano più e, essendo i tribali al di sotto degli intoccabili nel sistema di caste, i più agiati cristiani calvinisti si guardavano bene dallo sposarle. Inutile evidenziare come in questa faccenda, conclusa con il ritorno del villaggio alla propria religione originaria, le donne fossero considerate come oggetti.

E’ bastato il mio piccolo bagaglio di esperienze, per farmi balzare subito all’occhio come questa analisi dell’orribile stupro di gruppo di una donna in India, nonostante faccia riferimento al patriarcato e sia tra le migliori lette, non prenda in considerazione la violenza sistemica che tutte le donne subiscono indiscriminatamente in quel paese.

Posted in Corpi, Disertori, Omicidi sociali, Pensatoio, Storie violente.

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2 Responses

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  1. Riflessioni sullo stupro di Delhi | Sopravvivere non mi basta linked to this post on 6 Gennaio, 2013

    […] subordinato che ha la donna, da figlia a moglie o tragicamente a vedova” come descrive bene Luca in questo post che vi consiglio di […]

  2. India: l’antiviolenza che fornisce alibi agli autoritarismi « Al di là del Buco linked to this post on 6 Gennaio, 2013

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