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Non serve nessuna task force contro il femminicidio

Guardi le foto delle ragazze che hanno partecipato alla fiaccolata o al funerale per la morte di Carmela Petrucci e sembrano spaventate, sorprese, sbigottite.

Stanno girando tanti slogan tra i quali quello sulla mafia che c’è e ne veniva negata l’esistenza e così la violenza sulle donne, dicono, c’è ma la società assopita, sedata, reagisce solo quando qualcun@ muore. C’è lo stesso livello di indignazione a Palermo. La stessa voglia di attraversare le strade prendendo le distanze da una modalità. Perché a Palermo chi reagisce ha del coraggio e quando lo fa allora si schiera. Proprio per quella cosa che esiste tanta luce, il sole, il clima bello, e le sfumature le vedi molto poco. Allora o ci stai dentro o ci stai contro.

I cortei contro la mafia erano attraversati dagli stessi umori. Dapprincipio passavi per la strada e chiudevano le finestre. Nessuno solidarizzava con la tua posizione. Poi ci fu il tempo dei lenzuoli, la gente stava con le finestre aperte e reagiva a quelle esecuzioni pubbliche, all’intimidazione, con rabbia e coraggio. Non ci faremo intimidire, dicevano, siamo qui in piazza, Ammazzateci tutti/e, chiedevano provocatoriamente. E oggi, per Carmela e Lucia, la reazione è la stessa. Ragazze e ragazzi sono presenti. Non si chiedono neppure, ed è un bene, chi abbia torto e chi ragione. O i tanti se e ma che vengono espressi dai media in queste occasioni. C’è che si può discutere di tutto fino a che si è vivi ma la morte è il chiaro segno che non c’è proprio nulla di cui si può più parlare. Di fronte alla morte violenta di una persona o sei a favore o sei contro. Così la vede Palermo che di sangue per le strade, lungo i marciapiedi, in altri androni esplosi con le bombe, o con mattanze ordite e messe in atto dalla criminalità organizzata, ne ha visto tanto.

Il sangue è sangue e se c’è sangue c’è qualcuno che ha deciso di porre fine alla vita di qualcun altr@. C’è qualcun@ che ha vinto in modo sporco. Che ha segnato il territorio, ha imposto il suo potere, ha intimidito, ha messo a tacere definitivamente una voce che diversamente avrebbe detto cose intollerabili.

Questo è un linguaggio, quello della prevaricazione, che Palermo conosce bene perché lo ha subìto e ad ogni esplosione di violenza ha reagito a spalle dritte, salvo poi consegnare voti a brutta gente (che ha come unico merito quello di scontentare il mondo e così favorire l’elezione di persone migliori) pur di beccare un posto di lavoro. Perché la ricattabilità e la dipendenza sono brutte cose che ti impediscono di reagire anche quando lo vorresti fare.

Rifletto e penso che quando succedono le cose, queste cose, delitti o di mafia o di regolamento di conti tra uomini e donne, in fondo il meccanismo è lo stesso. La gente si divide in squadre e se la famiglia di lui fosse conosciuta probabilmente la stessa gente sarebbe più prudente, verrebbero fuori cose che infangano la memoria della ragazza morta o dicerie, o scuse che ledono le opinioni di disapprovazione. Perché c’è anche questo da dire in queste circostanze: che la differenza di classe fa sostanza, come si direbbe a Palermo. Perché se lui appartenesse alla borghesia palermitana e lei fosse una figlia del popolo le opinioni sarebbero un po’ meno nette.

La capacità di mobilitazione di Palermo io l’ho vista quando sono stati toccati i magistrati, i poliziotti, i cittadini onesti colpiti per caso o per vendetta, e ora questo, con la stessa carica reattiva e lo stesso sbigottimento negli sguardi.

Ed è questa cosa, e scusate la lunghezza, che non mi convince perché la violenza sulle donne non è l’effetto della pianificazione di un gruppo o un intero genere. Perché non è qualcosa che esiste altrove e poi arriva e sconvolge le vite delle persone normali. La mafia ammazza quando lo ritiene opportuno e per le stesse ragioni di opportunità non uccide se questo può rovinare i propri affari o quelli della famiglia. Si segue una burocrazia interna complicata salvo immaginare che vi siano entità sparse e incontrollate che fanno il cazzo che gli pare e che pensano ai propri interessi prima che a quelli della “famigghia“.

Ma qui c’è un uomo che non ha fatto gli interessi di nessuno. Era la risposta ad uno sgarro personale. Lei lo ha lasciato e lui s’è vendicato e nel vendicarsi ha incontrato il corpo della sorella che fosse stato il padre, nuovo compagno, fratello, nonno, sarebbe stato uguale e l’ha ammazzata. E mentre l’ammazzava non ha pensato ai guai che avrebbe portato a se stesso e alla sua famiglia. Non ha pensato al danno di “immagine” restituito al genere di appartenenza e non ha pensato al fatto che ad ogni azione violenta, come sa bene la mafia, lo Stato reagisce con una legge autoritaria e con la repressione che incide nelle relazioni, negli affetti, negli affari, nelle vite di ciascuno.

Ma proprio no, dunque, e Iacona, che parla di esecuzione mafiosa, dovrebbe dirla meglio perché per quanto le dinamiche di oppressione possano sembrare simili evocare questi scenari non solo terrorizza e definisce una mostruosità del “maschio cattivo” che funge ulteriormente da sedativo sociale, perché ti dice che il violento sia lontano dagli affetti, uno di fuori, il mostro che è fuori da te e dalle tue normali maniere, ma impone poi che lo Stato per davvero restituisca una risposta autoritaria. E immaginate con che possibilità.

Intercettazioni e arresti preventivi, lesione della privacy e ingerenza nelle relazioni, normatività e restrizioni personali per chi sta fuori e chi sta dentro. Pensate alle donne trattate da pentite, testimoni protette e a reati in concorso o associazione per gli uomini che la pensano allo stesso modo sui rapporti e via di questo passo si realizza una dimensione liberticida che provocherebbe altre esplosioni, stavolta organizzate, e gruppi di uomini che si sentono perseguitati che svolgono trattative per addolcire il 41bis e via via che si andrebbe avanti si assisterebbe a questo scontro testosteronico in cui le donne rimarrebbero schiacciate, tra gli uni e gli altri, nell’unico ruolo di vittime e di nemiche delle vittime. O con lo Stato o con i nemici dello Stato.

Quando si parla di mafia le donne infatti non hanno grande voce in capitolo. Le donne dell’antimafia sono donne dell’antimafia e le mogli dei mafiosi le chiamano donne di mafia perché proteggono i mariti e i figli e quindi realizzano forme di collusione che vengono perdonate solo se queste donne si pentono. Poi ci sono le donne boss, perché esistono anche se se ne parla solo come fosse un fatto di costume, ma è un altro capitolo. Le donne pentite vengono uccise o portate in luoghi nascosti dove qualche volta si suicidano e qualche volta realizzano progetti anche interessanti dopo che i loro parenti sono stati sterminati tutti. Ma sto divagando.

Voglio dire che questa richiesta formulata da Iacona e mediata dalla Borromeo, ha tanto il sapore travagliesco della giustizia forte e dura che arriva in modo paternalistico e si sostituisce alla volontà e alla reattività e alla maniera di risolvere delle donne.

Lo dichiara lì e poi appoggia i centri antiviolenza, Iacona, e dunque sto solo parlando dell’articolo che non mi è piaciuto. Perché se hai studiato il problema come dici e hai fatto su e giù per l’Italia e hai anche pubblicato un libro, che non ho ancora letto, allora mi pare veramente riduttivo che te ne vieni fuori con la richiesta alla ministra di “fermare la strage” con questo piglio emergenziale che evoca soluzioni autoritarie, leggi speciali, pugni di ferro e cose del genere.

Di task force antiterrorismo o antimafia in queste circostanze direi che possiamo farne a meno. Non fosse altro per il fatto che l’assassino di Carmela è, come dice Laura Eduati, una persona normale, un “bravo ragazzo” come tanti e che la questione va risolta in termini di cultura, educazione, prevenzione. In tutto ciò propongono una petizione, un’altra, questa volta con due obiettivi chiari, che li condividiate o no, che parlano della convenzione di istanbul e del piano antiviolenza con un finanziamento per i centri che restano sempre più all’asciutto a fronte del bisogno che c’è nei territori.

Poi c’è la convenzione antiviolenza No More stipulata tra varie associazioni e gruppi di persone, e anche quella, devo dire, non la capisco perfettamente perché non capisco quale sia l’origine, per esempio, di una opposizione ad ogni forma di mediazione familiare giacché sarebbe utile a prevenire situazioni di grave conflitto che degenerano in violenza o in strappi traumatici per i minori in fase di affido.

C’è la campagna NoiNo.org che è fatta di uomini che dicono di no alla violenza e poi c’è la richiesta di contributo alla realizzazione di uno spot contro la violenza fatto dalle Arrabbiate che vorrebbero produrre qualcosa in cui si smette di mostrare la donna con i soliti cliché della vittima pestata.

Perché la lotta contro la violenza sulle donne è molto più di questo e passa inevitabilmente attraverso forme di autoresponsabilizzazioni che costituiscono il principale metodo di autodifesa. Se noi stesse ci rendiamo veicoli di machismi e cultura patriarcale come si fa poi a immaginare che per estirparla servano i marines?

Posted in AntiAutoritarismi, Critica femminista, Omicidi sociali, Pensatoio.


2 Responses

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  1. Luisa Betti says

    Care di FaS, sapete che vi seguo sempre e con attenzione, quindi essendo dentro il comitato promotore della Convenzione No more! (come rappresentante di Giulia) e avendo partecipato attivamente alla stesura del documento, mi preme chiarire che l’opposizione ad ogni forma di mediazione familiare è solo nei casi di violenza domestica e/o violenza assistita dei minori debitamente dimostrata. In fase di separazione dei coniugi la Convenzione chiede come prassi l’affidamento esclusivo al coniuge non violento, in quanto la mediazione, sebbene utile nei casi appunto di conflittualità tra coniugi, non risulta adeguata nel caso ci sia una situazione di violenza acclarata che espone ulteriormente le vittime, che per questo vanno prima di tutto tutelate. In queste situazioni di violenza, molto diverse da semplice conflittualità (ed è questo riconoscimento che è fondamentale nei tribunali) se poi sia possibile attuare un percorso di recupero per la persona violenta, ciò riguarda un ambito ulteriore da avviare a livello personale, dopo il quale sia possibile anche un nuovo rapporto con il resto della famiglia.
    Detto ciò, rimango a vostra disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento sulla Convenzione No More! Grazie

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