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Da Silenzi: “Il rancore degli uomini” (di antifemministi, padri separati e dintorni)

Dal libroSilenzi: non detti, reticenze e assenze di(tra) uomini e donne” a cura di Stefano Ciccone e Barbara Mapelli, dove potete trovare molti interventi davvero interessanti, rubiamo un capitolo dal titolo “Il rancore degli uomini” per condividerlo con voi.

Il capitolo è difficile, racconta cose di cui abbiamo parlato mille volte, anche se l’interesse, da parte di qualcun@ di noi, è andato in direzioni un po’ più complesse.

Sollecitate da una pioggia di commenti misogini che proponevano link, dei quali abbiamo tenuto a capire l’origine e le motivazioni, sbagliando nel giudicare tutto l’insieme come si trattasse della stessa cosa, ché c’è da distinguere tra un maschio100% che ti dà della satanista femminista e un antifemminista che ti dà della nazi (lo so, non è per nulla chiaro quale sia la differenza perché il linguaggio pare identico ma tant’è) per distinguere e arrivare ad altre conclusioni ci sono voluti anni.

Non ha aiutato in questo la comunicazione prevalente di chi sul web parla di alcuni argomenti. Persone che per lo più prendono a pretesto la questione maschile o la questione dei padri separati per divulgare pensieri lesbofobi, cattolico/integralisti e fascisti di chi ha dei problemi con le femministe, per esempio, perché sono espressione di un’altra cultura politica, facendo volutamente confusione tra una destrorsa Santanché, tra una leghista in cerca di castrazioni chimiche e una libertaria e antiautoritaria di Femminismo a Sud, perché di uomini che odiano le donne e di uomini che odiano le donne se femministe, di sinistra, non cattolico/integraliste, per la legge 194, per la libertà di scelta delle donne, antifasciste, antiautoritarie e via così ce ne sono un po’ dovunque.

FikaSicula, che è quella tra noi che in via del tutto personale sta approfondendo oltre i pregiudizi e la comunicazione opinabile che sul web viene diffusa, tiene a ribadire che bisogna saper distinguere e che malgrado la differenza di idee, di contenuti e di proposizioni, dall’altra parte c’è chi è in assoluta buona fede. Perciò ritiene, lei, che sia sbagliato concludere superficialmente che si tratti di “uomini che odiano le donne” perché la questione è molto più complessa di così.

Pare esserci una necessità di ascolto su contenuti difficili da digerire perché producono resistenze e rotture e la questione più evidente è il fatto che se da una parte si esige una perfetta linea di equilibrio dall’altra obiettivamente bisogna riconoscere che talvolta manca allo stesso modo. Esistono in quel mondo tanti sfoghi scoordinati, tante grida di rabbia, ma da ciò che racconta FikaSicula esisterebbe anche una precisa linea retta che rifiuta l’adozione strutturale dell’odio, cercando piuttosto sì di denunciare, ma anche al tempo stesso di proporre dialoghi e riavvicinamenti. Sembrerebbe essere così in generale e sicuramente per la componente più a sinistra espressione di chi pone una “questione maschile” che tuttavia non riesce a svincolarsi dal ragionamento antifemminista.

In sintesi e molto in superficie per chi reputa di voler approfondire in molti casi si tratterebbe di uomini che oppongono al femminismo della differenza un maschile della differenza cercando essi nella differenza una affermazione positiva che sia auto-consapevole e che non sia auto-colpevolista, non tesa alla disgregazione sessuale, alla divisione manichea, alla guerra tra i sessi.

Molti reagirebbero a un non detto. Vivono o leggono di situazioni in cui le donne vengono viste come vittime a priori e gli uomini portano su di se’ il marchio – frutto di una generalizzazione che giudicano dolosa – del colpevole sin dalla nascita. C’è una difficoltà dell’essere uomini e cercano come tanti delle risposte più o meno condivisibili. Scrivono di essere contro la violenza sulle donne ma giudicano la campagna che ne deriva come espressione di una mistificazione che fa sentire in trappola, come fosse un terribile dogma all’interno del quale chiunque sia costretto a muoversi da suddito, per cui è un “segui la scia ed esisti o se tenti di inserire un ragionamento critico vieni cacciato fuori”.

Hanno una visione del femminismo come una ideologia o uno strumento che volge verso soluzioni autoritarie, che chiede tutela per imporre una moralizzazione dei costumi, della sessualità. Vedono le femministe come tutte uguali, tutte unite contro gli uomini, e nel caso degli Uomini Beta, come fossero perfino funzionali al capitalismo. Esistono contraddittorie e confuse rivendicazioni di libertà ed equivoci sulle modalità attraverso le quali – da soggetti liberi – le donne esprimono la seduzione. Restano a volte incastrati tra l’opinione anacronistica che le donne esercitino un dominio attraverso la propria seduttività e l’incapacità di accettare che esse abbiano diritto di scegliere con chi fare sesso e con chi no. Fermi quando distinguono le relazioni tra i sessi in eterno conflitto tra cultura e natura (per alcuni tra loro prevale la natura) sono contrari alle leggi restrittive contro la violenza sulle donne ma non giungono ad un accordo sulle soluzioni preventive, quelle che agiscono sulla cultura, facendo attenzione e assumendosi una responsabilità rispetto alle varie forme di comunicazione.

Tentano di capirci qualcosa anche loro, perché di nuovo conio (i primi gruppi risalgono al 2000 su per giù) e perché colonizzati da una cultura americana, nei ragionamenti e nei linguaggi, e da lì l’equivoco che fa ritenere un certo femminismo americano, trascurando il fatto che ne esistono tantissimi, antiautoritari, totalmente dissimili e non rappresentativi di quelle donne che assieme agli uomini all’insegna di una più ampia cultura patriarcale della tutela, del dominio e del controllo, legiferano su registri pubblici dei sex offenders e su cavigliere e collari elettronici per uomini condannati per violenza, come fosse identico ai tanti femminismi europei, prevalentemente libertari e orientati a sinistra, della qual cultura dovranno liberarsi prima o poi per comprendere la maniera di esistere autonoma in Europa e in Italia.

E nel frattempo, ad ogni tentativo di ragionamento più sereno, vengono esortati a trovare nuovi elementi di divisione con le femministe perché dividi et impera i generi in chiave speculare ad altre esigenze, precendenti a qualunque questione maschile, precedenti a tutto, finendo con il lasciarsi rappresentare da chi usa l’attacco ai femminismi, o quanto meno a noi, in modo strumentale ad altre istanze, l’antiabortismo, l’avversione per lesbiche, gay e trans, l’antislamismo, l’essere connotati a destra, che non precisamente per le stesse ragioni avanzate dalla questione maschile. Alcune donne/femministe, dunque, sono demonizzate da certi uomini semplicemente perché rappresentative di una differente visione culturale del mondo e questo è tutto.

Perché a discutere in concreto di obiettivi e pratiche, Pas a parte, soluzione psichiatrica, misogina e autoritaria ai conflitti nei processi per l’affido dei figli, che trasforma la lettura di una forma di maltrattamento in una medicalizzazione del conflitto e nella patologizzazione del comportamento – stabilita da un concetto che determina una discriminazione di genere – di quella che viene definita “madre malevola”, e che non si capisce quanto sia sostenuta da tutti o solo dalla parte conservatrice espressione di chi parla di padri separati, in realtà esistono perfino dei punti in comune. E a voler credere al fatto che tali punti in comune esistano bisogna dire allora che è un peccato che i conservatori tentino in ogni modo di celarli mostrando che non sono interessati a soluzioni reali ma alla divisione sociale in se’ perché altrimenti si vanificherebbe lo sforzo di chi vuole tenere uniti tanti uomini, diversissimi tra di loro, tutti uniti in nome dell’emergenza e della necessità di una risposta verso un nemico comune: le femministe, o come alcuni le chiamano volgarmente le “nazifemministe”.

Parlarne in modo sereno per esempio fa emergere che tante donne non vogliono affatto tenere i padri lontani dai figli ma che anzi vogliono agevolarne il rapporto (vedi battaglie sui congedi parentali). Che tante donne non sono disumane, mostri, che lasciano uomini in difficoltà in mezzo alla strada, salvo quando sono costrette a difendersi da essi. Che le donne non vogliono essere mantenute e che vogliono un lavoro e che il nemico principale di donne e uomini è chi attribuisce a entrambi ruoli, alle donne quelli di cura e agli uomini quelli di mantenimento, incastrando entrambi in una situazione che è funzionale, quella si, al capitalismo, al liberismo che ha bisogno di schiavi per consentire speculazioni e monopoli all’insegna delle discriminazioni sociali.

E altre cose sembrerebbero temi in comune, dove il buon senso vince su tutto e dove esiste ed è visibile la necessità di famiglie e relazioni basate sull’equità, se solo questi temi non fossero stati presi in carico e argomentati da destra approfittando i quali del momento e del disagio per introdurre “anche” questioni in chiave vittimista che nulla c’entrano con i temi in se’ e per sdoganare linguaggi e termini che rappresentano culture di odio e che non servono a nulla se non a determinare fratture sociali. E il nodo resta la questione della violenza, la indisponibilità – reciproca – a riconoscere che la violenza sulle donne e sui figli, la violenza assistita, sia un fatto serio, di cui bisogna tenere conto e che esistono uomini che mentono e che risolvono capovolgendo tutto e dichiarandosi vittime di donne, persone, del sistema, di qualunque cosa attribuisca loro delle responsabilità e che esistono donne che usano in malo modo questi argomenti per ricavarne uno status di credibilità vittimista, personale, politica, istituzionale, cosa della quale bisogna ragionare senza temere nulla perché di noi è bene che ragioniamo noi. Tutto ciò senza generalizzare, mai, in entrambi i casi.

E dunque, tentando una conclusione in modo non superficiale, bisogna comprendere che a fronte di un disagio che per alcune non si può ignorare, da considerare tanto quanto il disagio delle donne separate, le donne povere, le donne violentate, le madri costrette e demonizzate, la violenza di certi uomini, quella di certe donne, i figli, la ricerca di risposte non retoriche, non demagogiche, che non rispondano a nessuna ideologia, bisogna saper distinguere, e secondo FikaSicula bisognerebbe superare la linea del rancore, quello di tutti e tutte, per  smettere di agire e ragionare in difesa e per capire dove bisogna andare. Ciascuno con i propri pensieri e le proprie idee, senza necessità di farsi guerra. Perché le guerre, questo lo sappiamo, non servono a un bel niente.

Buona lettura!

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Il rancore degli uomini.

Il 6 dicembre del 1989 Marc Lépine si presentò all’École Polytechnique di Montreal e scaricò il fucile automatico contro una classe uccidendo 14 donne tra studentesse e insegnati per poi rivolgere l’arma contro se stesso. Aveva 25 anni.  Non aveva una precisa relazione con nessuna di loro. Il fatto scatenante fu il diverso trattamento che gli aveva precluso l’accesso dal college ma a muoverlo furono un rancore e una frustrazione più grandi e profonde.

Il suo gesto viene rievocato in un sito del variegato movimento del “revanchismo maschile”[1] con un articolo dal significativo titolo: “Marc Lépine, l’assassino di femministe cui viene attribuito un messaggio di pace”.

In conseguenza del suo gesto criminale, Marc Lépine venne dipinto come il simbolo del maschilista pazzo e violento. La cronaca dei giornali racconta che questo episodio venne strumentalizzato per dare libero sfogo alla propaganda femminista e diffondere odio di genere, dipingendo tutti gli uomini come violenti e tutte le donne come vittime. Questo rituale dell’odio con il tempo ha disgustato la gente normale, tanto che il professor Charles Rackoff lo paragona a quelli del Ku Klux Klan: “lo scopo è usare quelle morti per promuovere l’agenda del femminismo estremo”. Inoltre è emersa una verità diversa: il pluriomicida Marc Lépine non odiava le donne in generale. Il suo odio criminale era orientato solo contro le femministe.  Perché Lépine odiava le femministe? A 7 anni la madre di Marc decise di divorziare da un padre dipinto come violento e dal quale il piccolo Marc, in forza di quelle accuse, fu costretto a perdere i contatti come capita a tanti bambini in epoca di femminismo.  A 14 anni Marc odiava così tanto il “padre assente” che scelse di prendere il cognome della madre, considerata una femminista. È possibile che il piccolo Marc abbia subito quella devastante forma di violenza contro i bambini chiamata alienazione genitoriale (PAS) che può sfociare in devianze psicopatiche in età adulta. […]A 25 anni venne rifiutato dal Politecnico, sebbene avesse ottenuto 100% nell’ultimo esame sostenuto, lamentandosi che al suo posto fossero state prese donne. Poi, la follia omicida. Testimoni riferiscono che, dopo aver fatto uscire una cinquantina di persone senza far loro del male (secondo alcune fonti tutti uomini), chiese alle restanti nove (tutte donne) se capivano il perché e spiegò loro “sto combattendo il femminismo” prima di ucciderle. Nathalie Provost, sopravvissuta, racconta di avergli urlato “non siamo femministe”. La polizia tentò di tenere segreto questo particolare, ma la verità alla fine è venuta a galla, e la lettera nella quale Marc Lepine spiegava le ragioni del suo suicidio è oggi disponibile su internet:  «Notate che oggi mi suicido non per motivi economici ma politici. Perché ho deciso di mandare le femministe, che hanno sempre rovinato la mia vita, al Creatore. […] Le femministe non stanno lottando per rimuovere le barriere. […] Cercano sempre di mistificare ogni volta che possono.»

L’allegato conteneva una lista di 19 femministe con il commento “Quasi morte oggi. La mancanza di tempo (ho iniziato troppo tardi) ha permesso a queste femministe radicali di sopravvivere. Il dado è tratto”. Una vignetta sintetizza la situazione in termini tali che non si capisce chi sia il matto criminale: le femministe che dicono pubblicamente di voler sterminare gli uomini, o lui che risponde “ok, signore. Se questa è la vostra idea sembra che io non abbia scelta: azione preventiva. Mi dispiace”.

Oggi tante persone riconoscono che il femminismo è una malvagia ideologia dell’odio e un sito inglese dedicato all’analisi del fenomeno arriva ad attribuire a Marc Lépine il messaggio di pace desiderato da tanti uomini, papà e bambini vittime di calunnie femministe:  «Marc Lepine dice alle donne ed alle femministe DOVETE SMETTERE DI ESSERE MOSTRI. Dice a quelle migliaia di donne e femministe che hanno rubato la casa del partner, la loro macchina, i loro risparmi, dice a quelle che hanno fatto false accuse e rapito i figli agli ex-mariti, i loro lavori, e li hanno portati al suicidio: SMETTETE DI ESSERE MOSTRI». Le immagini che attribuiscono a Marc Lépine la missione di fermare la violenza femminista potranno avere l’effetto di un pugno nello stomaco, ma fanno riflettere.

In nota i redattori del sito aggiungono:

Considerando la pretestuosa tendenza ad equivocare, più volte riscontrata tra soggetti caldeggianti l’ideologia femminista, si precisa che questo post non intende in alcun modo riabilitare il responsabile materiale di un pluriomicidio il quale, oltretutto, è morto in seguito a suicidio; si ritiene che individuare le vere ragioni che possono aver condotto Marc Lépine a compiere una strage di esseri umani, possa rappresentare un obiettivo volto a eliminare le cause che potrebbero (in altri luoghi e in altri tempi) condurre soggetti diversi a compiere simili crimini.

In realtà questa narrazione sembrerebbe indicare quale vicolo cieco distruttivo e autodistruttivo sia il rancore frustrato e l’attribuzione paranoica di tutti i mali degli uomini al femminismo, ma non credo fosse questo l’intendimento dei redattori di comunicazionedigenere.it.

Nel piano di lavoro per questo libro avrei dovuto sviluppare una riflessione su un tema del tutto diverso. Ma, mentre continuavo a rinviare per i troppi impegni la scrittura, mi scoprivo sempre più spesso a imbattermi in un non detto: un nodo attorno al quale permane un silenzio imbarazzato di donne e uomini.

Mi riferisco a una tensione che percepisco in luoghi inaspettati alimentata da un rancore maschile verso le donne. È una tensione che emerge da una zona d’ombra che non riusciamo a frequentare e riconoscere, che mescola smarrimento per la mancanza di riferimenti, estraneità ai modelli tradizionali di mascolinità e ricerca di autoassoluzione. Ma anche risentimento verso donne che non corrispondono alle proprie aspettative o che, paradossalmente, esprimono aspettative a cui non si può o non si vuole più, corrispondere. È un rancore figlio del cambiamento ma, allo stesso tempo, posto alle radici profonde della costruzione del potere maschile. Un sentimento, dunque, molto ambiguo: frutto del mutamento e al tempo stesso indice di “invarianze” che si ripropongono in forme nuove: espressione di una resistenza maschile alle trasformazioni in atto nelle relazioni tra i sessi, ma anche sintomo di un desiderio confuso di libertà, di affrancamento da ruoli e rappresentazioni stereotipate il quale, non trovando parole per esprimersi, si rivolge a narrazioni misogine e frustrate.

La lettura del gesto di Marc Lépine fatta dal sito “comunicazione di genere” offre un concentrato delle ambiguità e delle operazioni di vero e proprio ribaltamento su cui si costruisce la narrazione vittimistica alla base del revanscismo maschile.

Non partirò da questo gesto estremo e dalla lettura paradossale che ne propongono i “difensori dei diritti degli uomini” ma da un luogo inaspettato, quasi opposto: il rancore che incontro nei processi maschili di cambiamento. Anche in quella fragile e frammentata esperienza del movimento maschile di critica ai ruoli stereotipati imposti a donne e uomini che si va sviluppando, con grande ritardo nel nostro paese.

Nelle email inviate a “Maschile Plurale[2]” trovo, ad esempio, l’affermazione: “l’avvio di un percorso di riflessione sul maschile mi ha portato ad avere più dinamiche conflittuali con le mie colleghe universitarie e con le donne con cui ho un confronto politico”. Che radici ha questo conflitto e che forme tende ad assumere? C’è un nesso tra la ricerca di relazioni più libere e la crescita di una sotterranea insofferenza verso una postura femminile che non riconosce il cambiamento e che si rifugia in una rappresentazione dei sessi, e del conflitto tra questi, stereotipata e ripetitiva? In ogni conversazione da salotto riemerge la lamentazione femminile per vizi maschili quali l’incapacità di introspezione, la sciatteria o la fissazione per una sessualità scissa dalle relazioni, a cui corrisponde la battuta misogina da bar per l’attitudine femminile al pettegolezzo, alla gelosia, agli eccessi. Due rappresentazioni che trovano una corrispondenza in altrettanto stereotipate virtù maschili e femminili: rispettivamente determinazione, intraprendenza, o attenzione alle relazioni e attitudine alla cura. Contestare vizi o rivendicare virtù associate a ruoli stereotipati di genere prevede sempre un ambiguo rapporto con quei ruoli: da un lato ne denuncia le espressioni negative e dall’altro vi fa ricorso per valorizzare il proprio ruolo sociale. Il ricorso all’autovalorizzazione fondata in parte sull’assunzione di rappresentazioni stereotipate delle “virtù” femminili ha spesso tentato il discorso politico delle donne per affermare il ruolo e il valore delle donne nella società. Una tentazione rilevata e sottoposta a critica dal femminismo che ha, al contrario, perseguito non la valorizzazione de “la Donna” né tantomeno delle attitudini attribuitele tradizionalmente, ma la libertà delle donne, sfuggendo all’assunzione di rappresentazioni stereotipate dei generi e versioni essenzialiste della differenza sessuale.[3]

È frequente incontrare tra gli uomini un senso di insofferenza rispetto a un discorso pubblico che rimanda un’immagine caricaturale del maschile e l’attribuzione di questa al femminismo. In realtà questa reazione contiene dentro di sé due elementi: l’impossibilità di riproporre l’affermazione di una tradizionale immagine maschile a tutto tondo, e al contempo l’assenza di riferimenti per un’affermazione “positiva” della propria differenza in uno scenario di centralità patriarcale ormai irrimediabilmente incrinato. Per gli uomini, inoltre, la valorizzazione delle virtù tradizionali maschili è subito evidentemente associata ad un ruolo di dominio e ad una costruzione gerarchica delle rappresentazioni di genere.

In assenza di uno spostamento soggettivo degli uomini e di una figura socialmente visibile di maschile conflittuale con il modello mainstream si ha la sovrapposizione tra critica al sistema di dominio patriarcale e critica all’esperienza individuale di ogni uomo. Così l’insofferenza per l’attribuzione di responsabilità che non si sentono proprie può confondersi tra la strategia auto assolutoria, la sanzione di una rottura o l’assunzione della difesa di quel sistema per “stare dalla propria parte”.

Ciò è molto evidente in alcune reazioni alla denuncia della violenza maschile contro le donne come fenomeno sociale. Leggendo, ad esempio, i commenti all’articolo di Lea Melandri sull’uccisione di Stefania Noce[4] si trovano argomentazioni in cui  la “difesa” maschile porta ad anteporre la gravità dell’uccisione da parte di una donna filippina del proprio figlio appena nato, a citare non meglio definite statistiche sulla violenza femminile. Che senso ha contrapporre una madre che ha ucciso il figlio a un uomo che uccide la compagna, quasi fosse una gara a quale sia il sesso più cattivo? E perché reagire alla denuncia della violenza maschile contro le donne come ad una denigrazione degli uomini? Pare che le alternative siano due: o rimuovere il fenomeno e considerare ogni gesto semplice frutto di pazzia individuale, oppure avallare la generica condanna del sesso maschile come naturalmente violento. Se fosse così non ci sarebbe scelta. Ma possiamo riconoscere che la violenza maschile è un fenomeno sociale diffuso senza cercare risposte farneticanti come la tendenza delle madri a uccidere i figli maschi e invece vedere quanto le forme tradizionali di relazione tra donne e uomini, i modelli di comportamento, i ruoli stereotipati, l’immaginario, le aspettative reciproche, i modelli di sessualità siano all’origine di quella violenza? In questo caso la violenza maschile contro le donne si conferma come un fenomeno diffuso, che ci chiama in causa ma non ci condanna come “naturalmente” violenti: ci dice che cambiare quella cultura può sradicare la violenza ma anche liberare noi uomini da un destino e un ruolo segnati.

Stefania Noce, nel suo intervento parla proprio della libertà sua e mia: dice di non voler essere controllata o posseduta da nessuno e mi propone qualcosa di più ricco del possesso. Perchè difendere la violenza cieca e frustrata del ragazzo che l’ha uccisa invece di volersi conquistare un po’ di libertà? Lea Melandri osserva esplicitamente che in quell’intervento non c’è nessun vittimismo femminile, nessuna “campagna antimaschio”. E allora perche difendere “l’onore” degli uomini invece di guardare alla loro libertà possibile?

Questa impasse deriva da uno sguardo sul conflitto aperto dal femminismo che lo riporta all’eterno gioco delle parti tra i sessi, confondendolo con la reiterazione di una lamentazione femminile per i difetti degli uomini che in realtà confermerebbe l’immutabile natura dei due sessi incompatibili e complementari al tempo stesso.

Ma il femminismo è tutt’altro che la disapprovazione femminile un po’ di maniera, affettuosamente canzonatoria e rassegnata o petulante dei tradizionali vizi maschili che vediamo proporre nell’umorismo dei settimanali enigmistici.

Tantomeno è giustificata la sovrapposizione tra femminismo e un processo lineare di “civilizzazione” dei costumi maschili imposto dalla “modernità” e dalla società dei consumi che priverebbe gli uomini della corrispondenza all’autenticità della loro “natura”. La modernità, il mito dell’autocontrollo, del disciplinamento degli istinti e del dominio della razionalità su presunte pulsioni emotive è, inoltre, tutta interna alla costruzione maschile dei modelli di virilità.

Ma la virilità ha due facce tra loro complementari. Il richiamo sociale agli uomini a mostrare la propria vitalità e la propria soggettività attraverso la trasgressione e l’insofferenza alle regole, contrapposto al richiamo alle donne a mantenere un comportamento composto e timorato, genera un ulteriore livello di confusione o, se si vuole, un altro alibi per sfuggire alla responsabilità e alla fatica del cambiamento. L’insofferenza per la critica ai modelli normativi di virilità può così essere contrabbandata, forse anche inconsapevolmente, con una trasgressiva indisponibilità ad osservare  il rispetto delle norme imposte dalle buone maniere[5] e dal politicamente corretto.

C’è dunque un conflitto, distruttivo e al tempo stesso solo apparente, tra i sessi che ne ipostatizza le attitudini e ne postula contemporaneamente la complementarietà giustificando le reazioni violente maschili al cambiamento. Ma c’è anche un altro possibile conflitto possibile, creativo, basato sul riconoscimento dell’irriducibilità dell’esperienza maschile e femminile ma al tempo stesso che trova nella dinamicità di questa relazione lo spazio per affermare ogni singolarità. La lettura del conflitto come dinamica esclusivamente distruttiva e tesa alla negazione reciproca ci porta in un vicolo cieco.

Qui nascono le prime domande: in questa insofferenza maschile c’è anche una rottura, una spinta al cambiamento o solo fuga dalla propria responsabilità e dalla fatica di un’interlocuzione nuova con le donne?  Il modello di virilità tradizionale appare evidentemente un feticcio non più riproponibile a tutto tondo ma al tempo stesso resta un riferimento da cui appare pericoloso allontanarsi troppo pena la messa in discussione della propria identità sessuale.

Come fare i conti con quella rappresentazione percepita come ingiustamente liquidatoria della propria complessità e della propria individualità? E poi: come rappresentare una specificità maschile, un’attitudine che non si confonda col ruolo di dominio detenuto storicamente?

Il percorso maschile di rottura con i ruoli stereotipati di genere deve cercare una valorizzazione dell’identità maschile? E questa può trovarsi in una rappresentazione che, ambiguamente, torni allo stereotipo? Tornare alla nostra storia per cercare un’identità originaria, senza vedere che quella storia è al tempo stesso frutto delle nostre paure e luogo in cui abbiamo costruito la nostra estraneità a noi stessi può essere ambiguo e pericoloso. Si può così inseguire una figura positiva di guerriero come simbolo dell’attitudine protettiva maschile contro il culto distruttivo della guerra che segna la storia del maschile (come emerse, ricordo, in un incontro pubblico a Roma promosso da maschile plurale sulla guerra[6] nel 2001) o vagheggiare percorsi di iniziazione tra uomini come antidoto al senso di smarrimento che ci attraversa.

Il confronto con questa continua e controversa tentazione mi pone di fronte al fantasma di Robert Bly. Unico uomo invitato al National Women Council e poi divenuto riferimento del movimento maschile mitopoietico e autore di John Iron[7] che ha ispirato la denominazione del movimento dei “Maschi selvatici”[8]. L’esito del percorso di Bly, anche fuori dalle letture banalizzate revansciste e misogine che ne fanno molte associazioni esplicitamente reazionarie o comunque ostili al femminismo e alle normative orientate ad un riequilibrio di poteri e di diritti tra donne e uomini, mostra tutti i rischi di un approccio di affermazione di una differenza maschile basata sulla ricerca di “virtù” nella tradizione o in un’essenza originaria basata sulla fissità dei “ruoli” o delle “funzioni” dei sessi.

Si tratta di un posizionamento maschile che assume il terreno della differenza più che delle pari opportunità e va alla ricerca di un fondamento della “differenza maschile” su cui costruire un’affermazione positiva, la ricerca di una “grandezza maschile” solitamente  contrapposta al femminile. Le rivendicazioni di pari diritti, poteri e opportunità per donne e uomini vengono, in genere, liquidati come il portato di una volontà di appiattimento delle differenze, di aggressione alla radice etica maschile che resiste alla società dei consumi e alla modernità.

Quello che stona è il senso sottilmente frustrato, competitivo o vittimista e in cerca di rivincita rispetto ad una presunta denigrazione del maschile che rende queste prospettive per me poco interessanti e credibili.

L’insofferenza verso le “pari opportunità” coinvolge anche ogni forma di riequilibrio di poteri e si coniuga con un’altra esperienza più sottile di rancore, meno visibile e meno confessata: quella dell’uomo che vede “l’ingiustizia” della promozione sociale di donne non meritevoli di quei ruoli.

Proprio  la rottura con la “naturalità” dello scenario di una priorità maschile nell’impegno politico pubblico o genera una lettura critica di quello scenario o induce una rappresentazione di quella rottura come coercitiva e ingiustificata: pur essendoci più uomini che si impegnano, che si esprimono pubblicamente – corrispondendo in realtà a quel modello e a quell’aspettativa su cui si costruisce la politica e forse anche l’impresa -l’imposizione di quote fa spazio a donne poco attive. La stessa selezione delle donne, in strutture gerarchiche e poco partecipative, non corrisponde al riconoscimento della loro autonomia e originalità ma all’appartenenza o peggio all’apprezzamento del leader. Ciò che nel caso maschile è dissimulato dall’esistenza di modelli e linguaggi consolidati qui diviene “scandalo”. La carriera fatta da uomini gregari, conformisti, opportunisti non sorprende: è parte dei giochi di potere su cui si costruiscono “naturalmente” strategie, successi e gerarchie.

Alfredo Capone riconosce la “demoralizzazione” maschile: una depressione derivante dalle trasformazioni tecnologiche e sociali e acuita in parte da quella che definisce “una prassi antimaschilista di tipo biopolitico” del femminismo che generò eccessi di una minoranza «che tuttavia spingevano l’estensione del dominio della lotta verso ogni sorta di rappresaglia pubblica e privata». Femminismo e modernità tecnologica della società capitalistica possono apparire alleati nella crisi  maschile. Eppure la politica delle donne è tra le culture critiche di questa modernità, della neutralità del progresso tecnologico e della razionalità capitalistica. Come mai questo cortocircuito? Forse per l’ambiguo rapporto che c’è tra identità maschile, tradizione, modernità e razionalità tecnologica. La modernità è, infatti, al tempo stesso una forza che ha rotto la fissità dei ruoli sessuali nelle nostre società ma che, al tempo stesso, si è fondata su una razionalità che confermava la centralità del maschile come modello di soggettività basata sul controllo razionale della realtà e sulla capacità di autocontrollo.

Capone narra di un’esperienza di socialità maschile altra rispetto allo scenario europeo conosciuta come occasione per scoprire «con sorpresa che la percezione che avevo di me era cambiata e che il mio corpo di maschio apparteneva a una differenza legittima, insomma era una cosa buona»[9]. Capone si limita a rappresentare questa angoscia e questa percezione della possibile vitalità di una diversa socialità maschile capace di significare in modo creativo la differenza maschile vedendo bene come  le soluzioni identitarie e regressive finiscano in un vicolo cieco quando non nel ridicolo.  Al contrario di quanti si rifugiano in facili narrazioni e rappresentazioni auto consolatorie o compensative, Capone fa di questo una consapevolezza da cui partire per analizzare le aporie e i vicoli ciechi dei percorsi di costruzione dell’identità maschile oggi disponibili nel nostro scenario.

Nel manifesto di Uomini 3000[10] si ritrova questo tentativo di affermare il valore del maschile e di difendere dall’invasione femminile i luoghi di cui l’identità maschile avrebbe bisogno per affermarsi:

Riaffermare le differenze naturali: contro la Grande Bugia

Il femminismo nega che esistano differenze naturali tra i Due, nega che esistano istinti e inclinazioni, aspirazioni, attitudini e talenti diversi per natura. Questa negazione – la Grande Bugia – ha lo scopo di rendere indifendibili le ragioni degli uomini: è stata inventata a quel fine. E’ una fandonia che pervade l’intera cultura e che sta a fondamento delle politiche antimaschili. La verità deve venire ripristinata: esistono differenze naturali incoercibili che si riverberano in ogni ambito della vita pubblica e privata, che riguardano il modo di sentire, di pensare, di soffrire, di agire. I Generi sono due, sono profondamente diversi perché così ha voluto la natura. […]

Riconoscere il valore degli uomini

Con frequenza sempre maggiore si annuncia che gli uomini sono diventati inutili perché le donne si mantengono e si riproducono da sole. Questo grido ha lo scopo di svuotare alla radice l’autostima maschile, di insinuare nelle nuove generazioni il sentimento di inutilità della vita, di ridicolizzare la loro proiezione verso le donne e di precipitarli in un angoscioso smarrimento. Deve dunque essere stabilito che il mondo non può esistere senza gli uomini e che il loro valore non si misura sull’utilità che le donne ne traggono. Va invece proclamata la dignità dei sentimenti degli uomini, la grandezza del loro generoso donare, la purezza delle loro passioni, il fascino del loro silenzio e della loro frugalità, lo stupore della loro energia, l’eminenza delle loro creazioni, l’eccellenza del loro genio. Va finalmente proclamata la bellezza di essere uomini.

Riconsacrare il maschile.

Denunciati come covi di misoginia tutti gli spazi maschili sono stati invasi dalle donne e ne viene impedita la rinascita. Insieme allo smantellamento del sistema simbolico, avviatosi con la diffamazione del Fallo, quell’azione ha distrutto ogni sacralità del maschile. Deve perciò essere ricostituito l’ambito sacro della maschilità come nucleo inavvicinabile, intangibile ed escluso a priori alle donne tanto sul piano morale, psicologico e simbolico quanto nei luoghi, nei riti e nei gesti che lo materializzano.

Le espressioni del  vittimismo maschile per una presunta persecuzione e denigrazione sociale degli uomini sono una postura molto diffusa in rete e spesso molto molesta.

Le espressioni che si trovano in rete sono forse le meno interessanti perché stereotipate e parossistiche ma esplicitano però bene alcuni luoghi comuni di questa posizione: “c’è un’ostilità preconcetta verso gli uomini, il femminismo è un’ideologia oppressiva tesa alla distruzione sociale e psicologica degli uomini, non c’è uno specifico di violenza maschile o di uso prostituito dei corpi femminili, esiste un egoismo femminile che strumentalizza gli uomini e utilizza opportunisticamente la seduzione per costruire potere”.

Non si tratta solo dell’espressione di legittime posizioni politico-culturali più o meno condivisibili: i gruppi “antifemministi” in rete mettono in campo strategie aggressive molto invasive e scorrette: dal clonare siti di donne al titolare i propri siti con falsi riferimenti al contrasto alla violenza contro le donne per veicolare poi contenuti misogini, fino agli attacchi informatici verso blog, siti o anche pagine facebook di singole attiviste. Viene definito cyberstalking,[11] ha una dimensione internazionale e spesso si avvale di strumenti e infrastrutture tecnologiche che permettono di creare siti e identità digitali “fantasma”.

Sui siti delle associazioni di donne o dei centri antiviolenza, sui blog femministi o sui social network si sviluppa  così una sorta di “guerriglia” giungendo a clonare pagine, generare indirizzi con denominazioni ingannevoli o invadere la comunicazione su spazi di confronto non graditi con insulti e minacce[12].

Al di là  delle strategie di boicottaggio informatico se visitiamo i siti che esprimono in modo esplicito il rancore e il vittimismo maschile, possiamo verificare che l’obiettivo polemico di queste posizioni è rappresentato dalla comunicazione pubblica sulle relazioni tra i generi ed in particolare sulla violenza maschile contro le donne e le politiche di pari opportunità.

Il Sito Uomini 3000[13] si propone “dalla parte degli uomini” e spiega:

Nel conflitto tra i sessi, in corso da decenni, gli uomini sono stati spettatori silenziosi e passivi. In questo silenzio è maturata la corrosione quasi completa di ogni valore che possa dirsi maschile, di ogni autorità morale degli uomini, del loro prestigio e del potere di determinare la propria vita. Questo processo li ha poi privati del diritto di raccontare la loro verità, bollata a priori come falsa, irrilevante e ridicola.

In queste posizioni emerge, senza alcuna ironia, una sorta di rappresentazione paranoica di un sistema di persecuzione degli uomini e un vittimismo maschile rilanciato sistematicamente in contrapposizione a quelle che vengono percepite come rappresentazioni pretestuose, distorte e frutto di ostilità preconcetta verso il maschile. La negazione di un carattere sessuato della violenza di genere e il tentativo di rimuovere il nesso tra relazioni di potere, ruoli di genere e violenza porta ad ardite ricerche sulla violenza nelle coppie lesbiche, sulla prostituzione maschile (per il mercato femminile), sulla violenza femminile, fino al ricorso alle statistiche sulla maggior percentuale di morti maschili sul lavoro o nei conflitti armati.

Cosa vuole uomini 3000?

Porre fine al pestaggio morale antimaschile

Da decenni il genere maschile è sottoposto ad una campagna permanente di colpevolizzazione, denigrazione e dileggio. Sulla base di una storia e di una cronaca ricostruite a quel fine gli uomini nascono già colpevoli e debitori. Sono perciò chiamati a saldare questa colpa di Genere in tutti gli aspetti della vita e in tutte le forme. Alla colpa inventata si aggiungono la denigrazione, la derisione e la squalifica del loro modo di vivere, di sentire, di pensare e di agire. Dei loro sentimenti e delle loro passioni, delle loro creazioni e della loro sessualità. Dei loro successi e dei loro fallimenti, indifferentemente. A quella criminalizzazione e a questo dileggio deve essere posto termine sin d’ora e da subito va proclamato che anche gli uomini nascono innocenti. […]

La denuncia della “colpevolizzazione” degli uomini si associa al contrasto per il conformismo del politicamente corretto e permette di mescolare posizioni esplicitamente reazionarie con una postura “trasgressiva” e rivoluzionaria contrapposta a quella che viene indicata come l’ipocrisia del politicamente corretto e delle “buone maniere”. In realtà, come ho già detto, nella trasgressione maschile non c’è molto di nuovo: dai ragazzini che fanno schifezze a tavola la trasgressione è parte dei percorsi di costruzione normativa dell’identità maschile.

Colpisce che quello che viene riproposto non è la presunzione di una superiorità (anche per questi uomini evidentemente improponibile in modo lineare) ma piuttosto una posizione vittimistica che, in realtà, permette di denunciare l’opportunismo femminile contrapposto a una superiore etica maschile. Esplicitamente riferibile a questo approccio e al riconoscimento della crisi del dominio maschile è il sito degli “Uomini beta”[14]:

Il Movimento degli Uomini Beta affonda le sue radici nei valori dell’eguaglianza, della libertà, della democrazia e del superamento di ogni forma di oppressione e discriminazione di genere, di classe, di razza e di religione;

Il Movimento degli Uomini Beta ritiene che, nell’attuale contesto sociale, culturale e storico del mondo occidentale, gli uomini non appartenenti alle elite dominanti, sia maschili che femminili, siano il gruppo sociale e di genere che vive una condizione di oppressione e subordinazione sia nei confronti delle suddette elite che della grande maggioranza della popolazione femminile;

Lo schema, reiterato ossessivamente, è basato su un ribaltamento di ruoli: violenza delle donne, sessismo di chi denuncia la violenza di genere perché non contrasterebbe tutte le forme di violenza, intento di alimentare odio di chi denuncia comportamenti e ruoli oppressivi.

Un nodo è dunque il ruolo del femminismo, il suo impatto nelle vite degli uomini, l’ interpretazione delle sue ragioni, la sua relazione con la modernità e con i processi di secolarizzazione delle nostre società.

Andando nelle scuole non è raro trovarsi di fronte a ragazze che affermano “io non sono femminista perché non odio gli uomini e non voglio dominarli”.

Elisabeth Badinter[15] chiama in causa un “errore” di una parte del femminismo, frutto di un “dualismo antagonistico ed essenzialista”. A questa lettura si sovrapposizione il dubbio, veicolato anche da molte donne, di un femminismo che avrebbe “esagerato”.

In realtà pur non condividendo del tutto le conclusioni di Badinter va detto che essa non si riferisce genericamente ad un eccesso  di conflittualità del femminismo quanto piuttosto ad un limite che lei considera di manicheismo e di essenzialismo che avrebbe caratterizzato una parte del femminismo:

Il dualismo antagonistico secerne una nuova gerarchia dei sessi, proprio nel momento stesso in cui si crede di esserne liberati. Alla gerarchia di potere che si cerca di abbattere si contrappone una gerarchia morale. Il sesso dominante viene identificato con il male, il sesso oppresso con il bene. Tale sostituzione viene rafforzata dal nuovo statuto accordato alla vittima, e in primo luogo alla vittima infantile.[16]

L’errore, quindi, non sarebbe in troppa radicalità ma in quello che Badinter chiama “nazionalismo femminile” che rimanda a una “natura” maschile e femminile per valorizzare le attitudini femminili in politica e ipotizzare una propensione ferina del maschile.

Proprio il rischio di una generica colpevolizzazione degli “eccessi” del femminismo, che rientra in una più generale offensiva culturale normalizzatrice contro movimenti sociali e culture critiche, porta molte donne a esprimere una “resistenza” a questa riflessione percepita come fonte di ambiguità. Esiste, infatti, certamente, una rinegoziazione nelle relazioni personali tra donne e uomini di questi terreni conflittuali ma, restando in una dinamica individuale, prende, a volte, la forma ambigua di un distanziamento individuale dal percorso collettivo di trasformazione rappresentato dal femminismo, nella categoria dell’”attenuazione”, della sospensione temporanea o locale delle “ostilità”, anziché produrre una rimodulazione di questo conflitto con una mossa creativa di spostamento.

Ma il femminismo, la liberazione femminile, la critica alle forme di sessualità, alla costruzione stereotipata dei ruoli sessuali e delle rappresentazioni sociali di attitudini e destini maschili e femminili propone agli uomini solo accettazione depressa?  È possibile pensare un percorso e una riflessione maschile capace di interpretare questo cambiamento e misurarsi con questa nuova interlocuzione senza rimuoverne la contraddittorietà e senza cadere nella reazione revanscista?

Senza nessuna subalternità o piaggeria credo di aver incontrato nei femminismi uno sguardo libero, che rifiuta anche l’accomodamento identitario femminile sullo stereotipo e non si limita ad una compensazione di poteri e opportunità in uno scenario dato ma propone, per donne e uomini, un diverso terreno di liberazione.

La mia è probabilmente la generazione di uomini (una generazione che poco ha inciso nella politica, le istituzioni, la cultura) che più ha avuto modo di cogliere questa opportunità: più lontani da modelli identitari tradizionali che ancora informavano uomini di generazioni precedenti che si sono misurati con l’asprezza del conflitto agito dal femminismo nella società ma anche nelle relazioni individuali, abbastanza vicini a quella stagione di sviluppo di culture critiche che mettevano in discussione la razionalità che aveva governato il mondo nella politica, la scienza, la costruzione dei rapporti tra i sessi. Abbiamo percepito con nettezza e senza necessità di forzature ideologiche che quella ricerca che poneva al centro il nodo della sessualità, della percezione del corpo, del desiderio, ci riguardava. E non come dimensione esclusivamente teorica ma personale e politica.

Il femminismo (per noi prima di altre culture e pratiche politiche) apriva per gli uomini uno spazio di espressione anziché di interdizione.

Eppure, oltre le associazioni esplicitamente antifemministe o legate al revanscismo maschile esiste un’espressione sociale di rancore maschile molto più forte, più visibile e socialmente diffusa: è quella che nasce attorno alle vicende di separazione. I padri separati, gli uomini che contestano l’affidamento dei figli alle madri e l’imposizione del mantenimento economico agli uomini sono certamente l’espressione più larga, visibile e politicamente efficace del diffuso disagio maschile[17].

Il carattere strumentale che molte associazioni fanno del problema è molto evidente. Si può prendere ad esempio un comunicato della GESEF che, andando ben oltre le rivendicazioni relative all’affidamento familiare, propone una lettura ideologica dei rapporti tra i sessi molto più ampia:

Fermiamo la Violenza Femminista. Stop alla Propaganda Terroristica di Dati Falsi e Mistificati

[…]Tale propaganda mira a radicare nell’immaginario collettivo l’idea di un ambiente domestico scenario di delitti e terribili violenze, dove vittima è sempre e solo la donna mentre il carnefice è esclusivamente di sesso maschile.  […]Cosicché l’attenzione sessuale  diventa molestia, l’esercizio del dovere coniugale dal parte del partner  diventa stupro, un banale litigio diventa violenza fisica,  una critica al vestito o alla pettinatura é considerata violenza psicologica, un blando rifiuto diventa limitazione della libertà personale, la necessità di chiarire situazioni ambigue diventa violazione della privacy, la richiesta di una equa distribuzione delle risorse familiari diventa ricatto economico. […]Al tempo stesso si tace della violenza femminile e materna: le cronache ci forniscono amari resoconti di  omicidio, uxoricidio ed infanticidio, oltreché della  partecipazione ad episodi di abuso sessuale che attestano il medesimo potenziale di brutalità.  Anche se allo stesso reato si conferisce raramente un carattere penale quando a commetterlo sono delle donne: ciò mette in pericolo l’immagine che hanno di se stesse, e  si tende a giustificarle –  talora a legittimarle – con argomenti che rasentano il grottesco. Le sottaciute inchieste europee informano che il 10% delle violenze domestiche sono rappresentate da mogli che picchiano i mariti. […] In Italia l’unica indagine esistente è stata effettuata dalla scrivente GESEF su un campione di genitori che si sono rivolti alle sue strutture per aiuto e supporto. Attesta  che nell’ambito del conflitto separativo un marito su tre è fatto oggetto di denunce per abuso sessuale sui figli o sulla partner, finalizzate ad allontanarlo definitivamente dai figli. Denunce che risultano sistematicamente false, ma la cui prassi giudiziaria provoca conseguenze devastanti sia sul piano psicologico che economico degli accusati. Rileva altresì che oltre il 50% dei mariti ha subito violenze fisiche di varia natura ed entità.

[…]In tutto il mondo infanticidio e  figlicidio restano primato assoluto delle donne. […] Infatti la frangia separatista del femminismo nostrano che ha organizzato l’evento, impossessandosi della tematica “violenza alle donne” l’ha trasformata in violenza maschile alle donne, tappezzando le strade di Roma con manifesti diffamatori contro gli uomini.

Gli slogans esibiti ed urlati durante il corteo sono stati una fiorescenza della colorata cialtroneria vetero femminista anni ’70, come qualcuno ha poi scritto. Cui si è aggiunta una vera e propria offensiva misandrica di regime per imporre l’idea che qualunque uomo che si muove tra le pareti domestiche è un potenziale assassino. Viene chiamata in causa non la violenza esercitata da singoli delinquenti, ma quella collettiva che pervaderebbe culturalmente l’intera popolazione maschile. Una manifestazione, dunque, contro gli uomini e contro la famiglia. […] La violenza più subdola  sta nella loro campagna di discriminazione e criminalizzazione aprioristica. Mirata a far digerire normative e prassi giudiziarie limitanti la libertà individuale, che decretano il definitivo ritorno alla presunzione di colpevolezza ed al processo inquisitorio. Il cui scopo è quello di porre ciascun uomo – anche delle future generazioni – in una condizione di sudditanza psicologica, emotiva e morale di fronte al potere indiscutibile della percezioni femminile, in base alla quale viene definita la liceità o meno di qualunque comportamento maschile. Condizione che –stante l’assenza di contraddittorio e possibilità di difesa – induce alla disperazione i soggetti più deboli e ne  fomenta risposte incontrollate  e brutali.

La recente approvazione di uno stanziamento di € 20.000.000 (soldi dei contribuenti perlopiù uomini) per contrastare la violenza sulle donne è parte integrante del progetto. Il fondo è destinato a finanziare  i gruppi femministi  (centri antiviolenza, comitati pari opportunità, ecc) da cui è partito il parossistico allarme sociale appositamente ingegnato e la conseguente manifestazione nazionale del 24 novembre scorso. […] L’arma della colpevolizzazione, umiliazione e vilipendio dell’intero genere maschile non […] pone alcun rimedio [alla violenza]: è finalizzata invece ad alimentare l’odio sociale, la guerra tra i sessi, l’insicurezza delle donne da poter così convogliare sotto la “tutela” di avvocate e psicologhe dei centri antiviolenza, l’annichilimento degli uomini da “rieducare”, l’isolamento affettivo degli individui.[18]

Ma a piegare le esperienze personali di sofferenza ad una lettura ideologica spesso misogina finalizzata a una proposta politico-culturale espressamente conservatrice, non ci sono solo le associazioni. È a questo proposito significativa l’argomentazione di Claudio Risé che prende posizione contro il divorzio, rappresentandolo come strumento teso al tempo stesso a disgregare il sistema familiare tradizionale e a colpire indiscriminatamente gli uomini.

La minaccia più grande, non tanto per la vita dei padri, ma per la stessa sopravvivenza della famiglia, nell’Occidente contemporaneo è infatti il funzionamento marcatamente antipaterno, di quella che noi chiameremo la FABBRICA DEI DIVORZI. Un organismo multiforme, dotato di enorme potere e influenza, che impiega e muove una buona fetta del reddito nazionale per disperdere le famiglie esistenti. [negli USA] nel 2000, nell’80% dei giudizi, le madri hanno ottenuto la custodia esclusiva, privando i padri del loro diritto costituzionale di prendersi cura, custodire e nutrire i loro bambini. Eppure, secondo le procedure del no fault divorce, divorzio incolpevole, accordato automaticamente dopo pochi mesi di separazione tra i genitori, non erano stati accusati di aver fatto nulla di male. Semplicemente, le loro mogli non li volevano più. […][19]

Si tratta solo di un esempio di una posizione teorica molto articolata che fa da riferimento al revanscismo maschile nel nostro paese sulla base di riferimenti alla cultura psicanalitica e che, negli ultimi anni, ha assunto una svolta più esplicitamente reazionaria e legata al conservatorismo cattolico. Questa lettura ideologica e strumentale aiuta molto poco le ragioni degli uomini che vivono la sofferenza derivante da una separazione.

Ma il rifiuto degli esiti esplicitamente conservatori e “maschilisti” delle varie associazioni di uomini separati o per i diritti dei padri non deve far dimenticare il senso di ingiustizia, il dolore per la separazione dai figli e dalle figlie, il senso di claustrofobia per essere relegati fuori dallo spazio relazionale. La strumentalizzazione  fatta del disagio vissuto da questi uomini non può portare a rimuovere le gravi condizioni materiali e relazionali in cui molti di loro si trovano a vivere.

È evidente che quello delle separazioni è un terreno minato, segnato da molti conflitti individuali, rivalse, strategie legali che rischiano di viziare ogni lettura che tenti di generalizzare i singoli casi. Per tentare un approccio equilibrato è necessario evitare le generalizzazioni improprie ma, al tempo stesso, tentare di riconoscere alcuni dati emergenti e non relegabili alla singolarità dei casi.

Cominciamo dunque col dire che in generale è ancora molto diffusa una scarsa disponibilità dei padri ad assumere la cura dei figli. Si tratta di un dato che emerge anche dalla disparità di utilizzo dei congedi parentali. Questo dato, però, non può offuscare il numero crescente di padri che scelgono di costruire con i propri figli e le proprie figlie una relazione intensa di cura e rimuovere le tante resistenze sociali e culturali allo sviluppo di queste esperienze. Al singolo padre che rivendica il mantenimento di un rapporto assiduo con i figli dopo la separazione non si può quindi contrapporre una generica valutazione dell’indisponibilità maschile alla cura. Al tempo stesso è ancora molto diffuso il fenomeno di padri che non ottemperano all’impegno a versare l’assegno per il sostentamento dei figli e dell’ex coniuge così come sono certamente presenti comportamenti individuali scorretti da parte di donne che fanno dell’indebita pretesa economica un’occasione di rivalsa o semplicemente una strategia opportunistica. Allo stesso modo è opportuno tener conto di uomini il cui reddito non emerge perché frutto di attività  con ampia evasione fiscale.

I dati ISTAT pubblicati nel 2011riportano, poi, che la quota di separate, divorziate o riconiugate in famiglie a rischio di povertà è più alta (24%) rispetto a quella degli uomini nella stessa condizione (15,3%) e a quella delle donne in totale (19,2%). Le percentuali più elevate di donne a rischio di povertà si trovano tra le single (28,7%) e tra le madri sole (24,9%). Sempre secondo lo studio dell’Istat, dopo la separazione, a veder peggiorare la propria condizione economica sono soprattutto le donne (il 50,9% contro il 40,1%), chi al momento dello scioglimento non aveva un’occupazione a tempo pieno (54,7%) e chi aveva figli (52,9%). Inoltre, dopo la separazione i figli non vedono o vedono meno i genitori o i parenti del padre e della madre (rispettivamente, nel 18,6% e nel 8,7% dei casi). A seguito dello scioglimento dell’unione, l’abitazione è assegnata dal giudice o tramite altro accordo più frequentemente alla donna (40,8%), meno spesso all’uomo (34,6%), raramente ai figli (6,3%); la casa in cui vivevano i coniugi non è destinata né a loro, né ai figli nel 16,8% dei casi. La donna è più spesso assegnataria dell’abitazione se al momento dello scioglimento dell’unione sono presenti figli (45,3%) e ancor più quando l’immobile era di sua proprietà (86,5%, mentre per gli uomini proprietari si arriva al 69,4%) o di proprietà congiunta con l’ex-partner (54,7%). Sempre secondo l’Istat, chi ha cambiato abitazione (41,3%) è tornato per lo più a casa dei genitori (il 32,5% degli uomini e il 39,3% delle donne), oppure ha preso un’altra abitazione in affitto (il 36,8% e il 30,5%).

I numeri, dunque, non autorizzano letture estreme o vittimistiche. Ma questo non rimuove il portato di sofferenza di queste esperienze e, soprattutto, non serve a risolvere la percezione di un’asimmetria nell’esperienza di donne e uomini. Un’asimmetria che diviene motivo di una lettura vittimistica e rancorosa ma che va esplorata e analizzata.

La differente collocazione di uomini e donne nei casi di separazione e di conseguente affidamento dei figli non nasce in quel momento ma si fonda su una differenza di ruoli sociali e di attribuzione di attitudini e aspettative ai due sessi che plasmano lo spazio sociale nel suo insieme.

La distinzione tra spazio pubblico e privato su cui si è creata una gerarchia tra i sessi, su cui abbiamo pensato attitudini, virtù e destini di donne e uomini è al fondamento della gerarchia tra i sessi e della disparità di potere, autonomia, autorevolezza sociale e libertà tra questi.

Il pregiudizio che attribuisce alle donne una vocazione alla cura, sulla base del quale il Tribunale decide di affidare ad essa i figli in caso di separazione, è lo stesso che agisce quando si decide a chi riconoscere una promozione, chi assumere, a chi affidare la guida di un Partito. Contrastare questa rappresentazione stereotipata è dunque un terreno che riguarda uomini e donne la cui lettura semplificata degli effetti ultimi in una dinamica meramente competitiva può dare una facile risposta alla rabbia individuale ma non  ne mette in discussione le radici. Ogni volta che si ironizza sulla poca virilità di un uomo che “sta a casa a fare le pappine o a cambiare i pannolini”, ogni volta che si interdice con l’ironia l’espressione maschile di sentimenti e tenerezza, ogni volta che si liquida con sufficienza una donna perché emotiva o al contrario le si attribuisce la detenzione di “attributi maschili” per la sua determinazione sul lavoro, si prepara quella sentenza di affidamento, si è complici di quella scelta che genera sofferenza e solitudine.

E poi c’è la dimensione economica. Come ha agito in una situazione di ordine per creare gerarchia tra i sessi ora diviene motivo per quella che viene percepita come una vessazione. Quando la diversa disponibilità economica tra uomini e donne, e dunque il loro diverso livello di autonomia e di cittadinanza, era connotata da una presunta naturalità di ruoli e vocazioni questo determinava una dipendenza femminile che offriva agli uomini al tempo stesso strumenti di controllo e opportunità di riconoscimento sociale. “Sono quello che porta i soldi a casa, sono un uomo che mantiene una famiglia”.

Quando la famiglia perde la sua indissolubilità, quando le donne accedono, seppur con molti limiti al lavoro, questi elementi fanno scandalo di fronte al disordine di ruoli che si è generato. E la detenzione del denaro, il ruolo di bread winner da sanzione della propria centralità e della propria funzione diviene condanna, ingiusta vessazione.

Ha un legame con questa asimmetria la sofferenza maschile rispetto alle scelte riproduttive.  Anche in questo caso si tratta di riconoscere come la costruzione di un potere (normativo, simbolico, tecnologico) sul corpo delle donne lascia gli uomini di fronte alla miseria che hanno generato per sfuggire al proprio limite, quando l’impalcatura di significati che la sosteneva entra in crisi. Anziché scegliere l’inseguimento frustrato di un potere ormai svuotato e obsoleto forse potremmo misurarci con l’esperienza di quel limite e, su questa consapevolezza, costruire anche una nuova interlocuzione con le donne, anche un nuovo conflitto.

A questo proposito torna il testo di Badinter che si apre proprio con un’argomentazione che tiene insieme mutamenti normativi riguardanti il diritto di famiglia e il divorzio con le tecnologie contraccettive e riproduttive per sancire “la fine del patriarcato. Tu sarai padre se io vorrò, e quando vorrò.” [20]

Anche Manuela Fraire riflette su un’associazione tra crisi del simbolico patriarcale e trasformazioni tecnologiche che marginalizzano il ruolo riproduttivo maschile.

A tutto ciò va aggiunto il potere della scienza medica che con la complicità femminile sostituisce il corpo dell’uomo con il suo seme, il suo nome con l’anomia. La siringa dell’inseminazione artificiale si presta particolarmente bene a rappresentare l’attributo fallico di una fantasia auto generativa femminile che svuota il corpo dell’uomo e riempie quello della donna[21].

In questa angoscia maschile che si tramuta in vittimismo o rancore possiamo trovare qualche risorsa? Le donne vedono nella relazione un luogo di senso o quella fantasia auto generativa di cui parla Fraire e che gli uomini hanno alimentato per sé per millenni seduce anche le donne? Su questo reciproco riconoscimento di interdipendenza, di vulnerabilità e di parzialità è possibile costruire una relazione più ricca e libera tra uomini e donne?

Ma c’è un ulteriore e meno esplicita tonalità del rancore maschile: è il risentimento per il potere seduttivo femminile che mostra la fragilità della presunta autosufficienza maschile. La risposta maschile basata sul potere e sulla “punizione” sessuale tenta di rimettere in ordine i ruoli, riconfermare che questo fosse quello che la donna voleva, ma anche coprire l’angoscia della vulnerabilità e della dipendenza con il potere di acquistare ciò di cui scopriamo di avere bisogno. Potendo comprare o comunque acquisire si può far finta che quella fastidiosa sensazione di dipendenza e bisogno non sia altro che la misura della propria pulsione al godimento che posso soddisfare grazie alla disponibilità di “consumo” che acquisisco col denaro o il potere.

Ognuno di noi ha misurato la sofferenza per quella condizione di illibertà che ci dà l’attrazione per l’altra. Certo: è un’esperienza comune a donne e uomini ma anche qui c’è un’asimmetria.

Come osserva Paola Tabet in un libro significativamente dedicato allo scambio di sesso, denaro e potere tra i sessi:

La posta in gioco è […] il non diritto delle donne a una sessualità propria, la trasformazione obbligata della sessualità delle donne in sessualità di servizio. Il dominio maschile si costruisce su un lavoro complesso – e non disgiunto da violenza – di controllo e annientamento della sessualità delle donne […]. L’idea chiara è che la donna invece, non essendo motivata dal proprio desiderio (non è pensata né pensabile come soggetto di sessualità e desiderio), offre un servizio all’uomo e deve quindi ricevere una contropartita […]. [I]l dono, si può dire, suppone e costantemente impone una differenza nei soggetti sessuali. Dare sistematicamente […] in cambio dell’atto sessuale di un altro non solo l’atto sessuale proprio, ma un dono in aggiunta, implica non riconoscere la stessa urgenza, necessità e autonomia alla sessualità dell’altro. Questo modello relazionale è legato a un rapporto di dominio che non si limita a negare l’autonomia della sessualità femminile, ma porta con sé una rappresentazione di quella maschile:  [La sessualità] si configura come uno scambio asimmetrico. [in cui]  gli uomini si trovano a chiedere rapporti che le donne non hanno voglia di concedere. Non scambio di simile con simile [22]

Il sesso degli uomini è rappresentato non avere un suo valore nello scambio tra i sessi e chiede dunque la mediazione del denaro o del potere.

Paradossalmente l’asimmetria di potere tra donne e uomini – asimmetria che si sostanzia sia nel potere maschile  di disporre dei corpi femminili ma anche nella rimozione sociale del desiderio femminile e dunque nella negazione di una sessualità femminile autonoma non limitata a sessualità di servizio – viene ribaltata in una lettura rancorosa verso la strumentalità e l’opportunismo femminile. La denuncia della strumentalità e della furbizia femminile nell’uso delle armi della seduzione è nuova occasione di vittimismo maschile.

Come in uno degli “editoriali” del sito “Uomini beta”:

Reciprocità e spontaneità sono due concetti che la grande maggioranza delle donne non sa neanche cosa siano. Per lo meno per quanto riguarda il rapporto con i maschi non dominanti (beta), cioè la grande maggioranza degli uomini, che è quello che a noi interessa. Tradotto in parole ancora più povere, se gli uomini (beta) non si proponessero, non andassero di loro propria iniziativa verso le donne, l’incontro fra i due sessi non avverrebbe mai, non avrebbe neanche luogo. Detto in modo più rozzo ma forse ancora più efficace, se anche gli uomini adottassero gli stessi comportamenti delle donne, l’umanità si sarebbe estinta già da un bel po’ di tempo.

E sulla base di queste considerazioni testé fatte, ci sembra assolutamente verosimile confermare la tesi contenuta all’inizio di questo articolo: e cioè che nel rapporto fra uomini e donne non c’è alcuna reciprocità. Nella grande maggioranza dei casi sono gli uomini ad andare verso le donne. E’ molto raro che accada il contrario e quando ciò accade significa che l’uomo o gli uomini in questione sono maschi alpha, cioè uomini appartenenti alle elite dominanti. Ma questa è appunto l’eccezione che conferma la regola e la nostra analisi.

Noi riteniamo che questo aspetto dell’ontologia e/o della cultura e del modo di essere femminile, che normalmente viene considerato dalla grande maggioranza degli uomini come un fatto più o meno naturale, scontato e dato per acquisito, sia in realtà uno dei più significativi, e anche dei più gravi, del manifestarsi delle donne nel mondo.

Ma cosa nasconde l’incapacità/non volontà/riluttanza/diffidenza/fastidio/ e il più delle volte addirittura l’insopportabilità, per le donne, ad andare verso gli uomini?

Innanzitutto l’incapacità di relazionarsi con l’altro da una posizione di parità. Pretendere che sia sempre e solo l’altro a fare il primo passo significa porsi automaticamente in una posizione di potere nei confronti dell’altro. Se l’altro si muove è evidente che sta già manifestando un interesse nei confronti dell’altra e quindi le sta già di fatto conferendo un potere. Il fatto stesso che egli si muova per primo, manifestando di fatto il suo interesse, la pone in una posizione di vantaggio (e di potere) nei suoi confronti. Non solo. Nel momento in cui è l’uomo, sempre e comunque, a proporsi, è la donna che si trova oggettivamente nella posizione di chi decide. Di nuovo il concetto di potere, che torna sistematicamente e implacabilmente ogniqualvolta si affronta questa tematica. Ma accanto al concetto di potere entra in ballo in questo tipo di relazione anche quello di “dovere”. […] Quindi l’uomo deve proporsi, deve andare versus la donna. Se non lo fa è praticamente condannato alla solitudine affettiva (ammesso che su questi presupposti si possa veramente costruire una relazione autenticamente affettiva…) e alla totale assenza di vita sessuale.

Naturalmente non è affatto detto che proponendosi egli ottenga il risultato sperato, anche perché è la donna che dice l’ultima parola, né potrebbe essere altrimenti, date le circostanze.

Ma non è tutto. Non solo l’uomo ha l’obbligo (anche se non scritto) di proporsi ma lo deve fare anche secondo schemi e modalità gradite alla controparte. Deve insomma mettere in atto una serie di comportamenti al termine dei quali la donna, laddove valutasse tali comportamenti gratificanti e sufficienti, potrebbe decidere di concedersi, sempre secondo tempi e modalità che verranno da lei decisi e determinati.

Ma non è finita. Quali saranno i criteri di selezione che la donna, nella grande maggioranza dei casi, sceglierà di seguire per decidere un eventuale partner? Naturalmente quelli dell’ordine sociale dominante. E ci sentiamo di affermare con una notevole dose di certezza, sia pur empirica, che tra un uomo più vicino per una serie di caratteristiche di ordine sociale, economico o di provenienza familiare alla categoria dei dominanti (alpha), e un uomo decisamente appartenente alla categoria dei non dominanti (beta), ella sceglierà nella quasi totalità dei casi, il primo.

Naturalmente, in questo frangente specifico, non stiamo parlando di un maschio alpha doc, ma di qualcuno che nella scala gerarchica sociale, maggiormente gli si avvicina o gli assomiglia, anche se per difetto. Infatti, anche in questo caso, come abbiamo visto, stiamo parlando di un uomo che deve comunque proporsi.

Cosa che non avverrebbe mai se fossimo in presenza di uomini effettivamente dominanti (alpha). […] Ma il concetto di dovere è l’esatto contrario di quello di “piacere”, sul quale dovrebbe invece secondo noi fondarsi la relazione fra i generi. E’ evidente che se si fa una cosa per dovere, sarà assai difficile che la si faccia anche per piacere. Può succedere talvolta che ciò accada, ma certamente non è la regola. E in ogni caso, se la si fa innanzitutto per il proprio piacere, il concetto di dovere viene ad essere automaticamente disinnescato. […] E cosa può esserci di spontaneo in questo? Nulla, dal momento che è uno schema prestabilito a priori. Se ci fosse spontaneità questo sistema di regole non esisterebbe affatto e gli uomini e le donne si incontrerebbero appunto spontaneamente, nel sereno, naturale, libero e reciproco gioco amoroso.

Ma è evidente che in questo modo i concetti di reciprocità e di spontaneità sono stati assassinati in favore di quelli di potere e di dovere.

Ma se la reciprocità e la spontaneità sono state assassinate, è altrettanto evidente che il delitto è stato perpetrato anche nei confronti della possibilità di una relazione autentica fra gli uomini e le donne. Che infatti al momento, tranne le solite rare eccezioni che confermano la regola, non esiste.

Se paradossalmente, applicassimo queste logiche anche all’altra grande questione umana, l’amicizia, avremmo commesso l’ennesimo delitto.

Ma l’amicizia, per nostra fortuna, è relativamente immune da queste stesse logiche. […] nell’amicizia non è previsto lo scambio sessuale né lo scambio di alcun genere. Non vige insomma la regola del do ut des che è stata invece applicata alla relazione fra i generi.[23]

In realtà uomini alfa e beta, pur disponendo di differenti opportunità di potere e quindi di differenti risorse nella conquista delle donne, sarebbero accomunati dall’obbligo a far ricorso al potere o al denaro per sollecitare l’interesse femminile. Il potere di affermare il proprio desiderio come unico motore delle relazioni tra i sessi si rivela un dono avvelenato che condanna gli uomini a costruire potere o ad accumulare denaro per poter accedere al corpo femminile e conquistare lo sguardo femminile.

Berlusconi, (certamente un maschio alfa con molto potere, molti soldi, molto successo sociale) nelle telefonate a Tarantini ostenta ironicamente questa condizione piuttosto frustrante: «Così le ragazze sentono che c’è qualcuno che ha il potere di farle lavorare […] Sono persone che possono far lavorare chi vogliono. Ecco quindi le ragazze hanno l’idea di essere di fronte a uomini che possono decidere del loro destino. Ecco l’unico ragazzo sei tu, gli altri sono dei vecchietti però hanno molto potere» (corsivo mio).

C’è dunque, nel gioco delle parti tra i sessi, un prezzo da pagare per gli uomini: la rimozione del desiderio femminile e la disparità di potere tra i sessi ci dice che la disponibilità femminile è solo frutto di opportunismo. L’estremo dell’uomo vecchio con molto potere o ricchezze con una donna giovane e bella, il rapporto del cliente con la prostituta sono solo l’estremizzazione di una coppia a cui sembriamo tutti condannati e condannate. Il rito dell’uomo che offre la cena ci rimanda a uno scambio che sottende a una asimmetria di potere, autonomia, desiderio. In una parola di soggettività. Proteggere, conquistare, sedurre, controllare, possedere, si confondono tra loro.

Nel dibattito sullo scambio sesso, denaro potere abbiamo letto analisi sulla legittimità e sulla potenzialità trasgressiva di una scelta femminile di giocare questo scambio disinvoltamente e quasi come rivalsa. Meno si è indagato sulla carica di rancore maschile che emerge in questo uso del potere nell’impotente contrasto all’angoscia della dipendenza e della vulnerabilità.

La percezione frustrata di un opportunismo femminile che muove il commento di “uomini beta” fino alla misoginia non rivela forse la miseria generata da questa costruzione di potere su cui il maschile ha basato la propria risposta?

Ma lo spostamento generato dalla seduzione femminile, la rottura di questo equilibrio, di questa autosufficienza ha due ulteriori ingredienti che rimandano a due forme di risentimento maschile: il primo è l’incrinarsi della solidarietà tra uomini: dalle lamentele degli amici del calcetto per l’indisponibilità di chi si fidanza, alla percezione di un nuovo legame che ci porta a rompere quel patto di fratellanza tra maschi basata sull’uso del corpo femminile. La rimozione della soggettività femminile e il patto tra uomini come luogo di conferma della virilità portano a percepire l’istaurarsi di una relazione con una donna come la rottura con un impegno “etico”: quello dell’autonomia, della relazione tra uguali, libera dal bisogno. La relazione tra uomini basata sulla finzione della rimozione dell’interdipendenza, e sulla simulazione dell’incontro tra individui auto fondati, artefici di se stessi teme la rivelazione che il desiderio e l’amore portano con sé.

Il secondo elemento derivante dal “potere seduttivo femminile” riguarda la sua capacità di indurci a fare e pensare cose che non avremmo mai fatto.

Spesso, ad esempio, la violenza è autogiustificata dalla responsabilità della donna che avrebbe indotto a quel gesto inconsulto dettato dalla sofferenza, dal troppo amore, dalla capacità di esasperarci. Così la violenza diviene paradossalmente la giusta punizione per averci fatto divenire violenti o meglio per aver fatto emergere quella violenza che la passione ci ha impedito di controllare: “il sangue non è acqua”, “non ci ho visto più, con il sangue agli occhi” “lei mi ha ridotto così”. Nei gruppi di ascolto di uomini che hanno compiuto atti violenti o maltrattamenti è frequente il rifiuto ad essere etichettati come tali. Non (solo) per semplice strategia difensiva ma per un più profondo rifiuto ad essere identificati con l’atto violento che viene attribuito ad uno smarrimento della propria capacità di autocontrollo di cui la donna sarebbe in genere responsabile.

Anche qui l’antidoto ad un esito frustrato, lo spazio di libertà, è paradossalmente proprio nel limite: nel riconoscere il desiderio femminile rimosso e nel riconoscimento della propria parzialità e dei legami che ci costituiscono.

Sì. Potranno dire molti uomini: riconosco che queste tensioni sono frutto degli stereotipi, e che non sono vittima di un complotto femminile.  Ma io? La mia sofferenza, la mia rabbia, la mia solitudine, il mio desiderio, il mio smarrimento?

Questa risposta è innanzitutto nella responsabilità di ognuno di noi: quale prospettiva è capace di rispondere ai conflitti e alle domande che ci attraversano?  Spesso il vittimismo e il rancore appaiono la soluzione che rimuove la responsabilità di misurarsi con i propri limiti, i propri desideri, la propria autonomia.

Ma per opporre alla rivalsa frustrata l’interlocuzione libera con le donne e la costruzione libera di sé c’è bisogno anche di una dimensione collettiva – oggi occupata quasi solo dal revanscismo- capace  di dare visibilità e di sostanziare una diversa domanda di libertà maschile. Una domanda a cui va data forma, espressione, memoria. Su cui è necessario costruire immaginario,  capacità di comunicazione. Bisogna essere capaci di svelare i luoghi comuni in cui ci si rifugia, anteporre ironia al livore, desiderio di libertà alla pulsione rancorosa, offrire riferimenti per contrastare la paura del ridicolo, e per dare risposte diverse alle angosce che attraversano ognuno.

Il rancore maschile è una trappola pericolosa, un frutto avvelenato di un cambiamento confuso, ma è anche una risorsa se sapremo ascoltarlo, attraversarlo, senza rimuovere frettolosamente le sue espressioni più aspre e contraddittorie ma cercando di interrogarne le radici profonde.

Alcuni testi

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Banti Alberto M., L’onore della nazione. Identità sessuali e violenza nel nazionalismo europeo dal XVIII alla Grande Guerra, Einaudi, Torino, 2005

Beccalli Bianca, Martucci Chiara (a cura di), Con voci diverse. Un confronto sul pensiero di Carol Gilligan, La Tartaruga, Baldini e Castoldi, Milano, 2005

Bellasai Sandro, La maschilità contemporanea, Carocci, Roma,2004

Bellassai Sandro, L’ invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell’Italia contemporanea, Carocci, 2011

Boccia Maria Luisa, Zuffa Grazia, L’eclissi della madre, Nuova Pratiche Editrice, Milano,1998

Connell R.W. , Maschilità – Identità e trasformazioni del maschio occidentale, Feltrinelli, Milano. 1996

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Deriu Marco, La fragilità dei padri. Il disordine simbolico paterno e il confronto con i figli adolescenti, Unicopli, Roma,2004

Diotima (a cura di), L’ombra della madre, Liguori, Napoli, 2007

Gilmore David D., La genesi del maschile. Modelli culturali della virilità, La Nuova Italia, Firenze, 1993.

Giuffrida Amalia (a cura di), Figure del femminile, Monografie della Rivista di psicoanalisi, Borla Edizioni, Roma 2009.

Leccardi C. (a cura di), Tra i generi. Rileggendo le differenze di genere, di generazione, di orientamento sessuale, Guerini, Milano

La Cecla Franco,  Modi bruschi, antropologia del maschio, Milano, Bruno Mondadori2000

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Ventimiglia Carmine, Paternità in controluce. Padri raccontati che si raccontano, Franco Angeli, Milano, 1996

Zoja, Luigi Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri, Torino, 2000

 


[1] www.comunicazionedigenere.it

[2] www.maschileplurale.it , oggi anche come gruppo facebook

[3] Vedi, ad esempio, su questo la riflessione critica di Lea Melandri in Lea Melandri, Le passioni del corpo, la vicenda dei sessi tra origine e storia, Torino,Bollati Boringhieri, 2001, pp. 39-40.

[4] http://27esimaora.corriere.it/articolo/stefania-uccisa-perche-donna/#.

[5]Claudio Risè, Il maschio selvatico. Ritrovare la forza dell’istinto rimosso dalle buone maniere, Red edizioni,  Roma 1993.L’ambiguo rapporto con la società delle buone maniere che avrebbe sottratto agli uomini il riferimento alla vitalità del proprio istinto rimanda alla ricorrente paura dei perdita della propria virilità messa in pericolo dal mutamento sociale. Al tempo stesso la virilità si fonda sulla capacità di autocontrollo e di ancoraggio a “valori” sociali contro l’eccesso emotivo e irrazionale attribuito al femminile.

[6] Per una parola maschile sulla guerra, 12 dicembre presso la sala del Carroccio in Piazza del Campidoglio

[7] http://www.scribd.com/doc/9271303/Robert-Bly-Iron-John-a-Book-About-Men a questo indirizzo è possibile scaricare la traduzione italiana del testo

[8] http://www.maschiselvatici.it/

[9] Alfredo Capone, Il viaggio ad Aleppo. Metamorfosi della genealogia maschile, in Carmela Covato, Memorie di cure paterne. Genere, percorsi educativi e storie d’infanzia, Unicopli 2002. p 222

[10] http://www.uomini3000.it/228.htm

[11] Vedi ad esempio: http://27esimaora.corriere.it/articolo/uomini-che-odiano-le-donne-sul-web/

http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2010/07/31/cyberstalking-come-individuarlo-e-difendersi/

[12] Sull’argomento vedi La minigonna di internet, Laurie Penny, Independent, Gran Bretagna tradotto da “ Internazionale”, numero 927, 8 dicembre 2011

[13]  www.uomini 3000.it

[14] http://www.uominibeta.org/ “I principi di Movimento degli Uomini Beta”

[15] Elisabeth Badinter, La strada degli errori. Il pensiero femminista al bivio, Feltrinelli, Milano 2004

[16] Ib, pag. 44

[17] A questo proposito vedi M. Deriu , “Disposti alla cura? Il movimento dei padri separati tra rivendicazione conservazione”, in Elena Dell’Agnese, Elisabetta Ruspini (a cura di), Mascolinità all’italiana. Costruzioni, narrazioni, mutamenti, UTET, Torino, 2007

[18] http://www.gesef.org/

[19]Claudio Risè, Il padre. L’assente inaccettabile, cit., pp. 71-83.

[20] Elisabeth Badinter, p. 7

[21] Manuela Fraire, “L’oblio del padre”, in Amalia Giuffrida (a cura di), Figure del femminile, Monografie della Rivista di psicoanalisi, Borla Edizioni, Roma 2009.

[22] PaolaTabet, La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, pp 157 e seguenti

[23] Reciprocità e spontaneità di Fabrizio Marchi sul sito www.uominibeta.it

Posted in Critica femminista, Disertori, Pensatoio, Scritti critici.


11 Responses

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  1. M. says

    Anch’io credo che la discussione debba proseguire sull’altro blog, visto che di fatto l’abbiamo spostata lì, concedimi solo un ultima replica qui, perché è della mia vita che si sta parlando ed è giusto che io possa difenderla.

    “Fermo restando che ovviamente non ho modo di verificare quello che dici”
    “tenendo presente che questa è solo la sua campana”

    Ci terresti tanto a precisare sempre che potrei non dire il vero se io ti raccontassi una storia diversa in cui sono una moglie maltrattata dall’ex compagno che non mi versa gli alimenti?
    Non ti offendere ma è questo quello che intendo quando parlo di pregiudizi.

    Riguardo al fatto che lui avrebbe potuto farle un richiamo legale, ti assicuro che non è così semplice. Non lo sarebbe stato se ad essere violento fosse stato il convivente figuriamoci un ragazzino di 11 anni.
    Sai come è difficile per una donna che subisce abusi dimostrarlo, non lo è meno per un padre che come unica testimonianza ha quella di una bambina che purtroppo spesso rivela cose spiacevoli al padre ed un secondo dopo le ritratta. Per la cronaca abbiamo deciso di registrare i pomeriggi che la bimba passa con noi perché lei dice tante cose … anche se l’avvocato dice che non serve a nulla.

  2. Paolo84 says

    M, forse ho sbagliato a postare anche qua, propongo di mantenere la discussione solo sul blog Generi.
    comunque riposto per l’ultima volta la mia risposta:
    Fermo restando che ovviamente non ho modo di verificare quello che dici, ma se il figlio di uno di questi signori picchiava la bambina allora credo che gli estremi per un richiamo legale ci fossero, certo non toglierla alla madre, ma almeno invitare la signora a stare più attenta nell’interesse della bambina (a cui entrambi i genitori vogliono bene, spero). Anch’io aspetterei di avere una relazione seria prima di presentare la mia compagna a mio figlio, volevo solo dire che non si può far intervenire la legge solo perchè la tua ex moglie ha una vita sentimental-sessuale molto vivace se non c’è il fondato sospetto che la bambina subisca abusi da parte di questi uomini.e poi insomma non conosco la signora ma per quanto possa essere disinibita non credo che organizzasse orge alla presenza di sua figlia!

  3. M. says

    Ormai la discussione avviene su entrambi i blog quindi posto anche qui la mia risposta

    @Paolo1984
    é giusto che entrambi possano rifarsi una nuova vita ma non a spese di uno dei due.
    Lui ha investito tutto, anche i soldi della sua futura eredità in quella casa che ora è abitata da un altro uomo.
    Ti faccio una domanda: trovi che sia più traumatico per una bambina di 3 anni cambiare casa o subire la presenza dei vari compagni della madre, ora che oltretutto sta crescendo?
    Lui prima di presentarmi alla bambina ha aspettato che la nostra relazione diventasse seria ed è avvenuto in maniera graduale. Io dormo da lui quando c’é anche la bambina da poco, quando abbiamo accertato che la bimba non risente della mia presenza, lei posso assicurarti che non ha fatto altrettanto. So che mi pentirò di entrare così nel dettaglio perché rischio di rendere la nostra storia riconoscibile, ma ti dico addirittura che uno di questi conviventi aveva un figlio preadolescente che spesso è stato anche violento con la bambina ed il mio compagno era totalmente impotente.
    Lui è felice di spendere i suoi soldi per la bimba ma non certo di sapere che il mantenimento non è speso per lei, che nonostante sia la “figlia del medico” (non mi fraintendere non lo dico per classismo ma perché come tale viene considerata dai giudici) va in giro con vestiti lisi e ormai troppo piccoli per la sua taglia. E mi fermo qui con i dettagli privati …

  4. Paolo84 says

    X M.
    Rispetto molto la sua storia personale (tenendo presente che questa è solo la sua campana), vorrei provare a dire alcune cose: nessuno, sicuramente non io, ha mai creduto che le donne fossero migliori degli uomini, siamo intellettualmente e moralmente pari nel bene come nel male quindi anche una donna può essere bugiarda e comportarsi male quanto un uomo (la vicenda delle false accuse è molto grave, in effetti), secondo punto: una donna separata ha tutto il diritto di frequentare altri uomini così come l’ex marito può vedere altre donne, finchè non ci sono prove o perlomeno fondati sospetti che gli uomini che la madre frequenta facciano del male alla bambina non ha senso mandare i carabinieri.
    Se l’ex coniuge è economicamente indipendente non ha diritto al mantenimento per sè, i giudici questo lo hanno riconosciuto mi pare ed è positivo.
    che la legge tuteli i bambini (impedendo il trauma di dover cambiare abitazione) mi pare giustissimo dato che il soggetto più debole di tutti sono loro, è giusto che il tuo ex marito paghi il mantenimento a sua figlia meno giusto che debba pagare pure per il bambino che la ex ha avuto col nuovo compagno. I genitori devono provvedere ai figli ciascuno secondo le proprie possibilità (quindi anche ma non soltanto economicamente) fino a quando questi non siano economicamente indipendenti…mi spiace ma se fai un figlio e lo riconosci lo devi mantenere, si finisce di essere sposati mica di essere genitori

  5. M. says

    Grazie mille cybergrrlz, immaginavo che avrei dovuto eventualmente chiedere a voi di toglierlo, ma non ho fretta 🙂 pensavo di cancellarlo più in là, anche tra un mese o più, quando chi ha voglia di leggere e commentare l’avrà già fatto.

  6. cybergrrlz says

    Ciao a tutti/e e buona discussione (dite pure) 🙂

    @M. ho letto tutto molto attentamente e a parte dispiacermi della situazione non ho difficoltà a crederti.
    Ho letto oggi il post di VeroMummio e l’ho trovato interessante, molto diverso dalla media dei commenti che trovo in giro su questi argomenti. Alcune cose mi lasciano perplessa ma appena ho un attimo di tempo vorrei anche rispondergli con un altro post.
    Mi piacerebbe sapere di più di quello che vi è successo e comunque sono tenuta a dirti che questo non è un forum, non è facebook, ma è un blog e dunque quello che scrivi resta perché non sei più in grado di cancellarlo a meno che non mi chiedi di farlo e lo cancello io per te. Dimmi cosa sia meglio per te. E del resto parliamo poi.
    Grazie per questo tuo racconto così privato.
    Ciao

  7. M. says

    Sono una donna, compagna di un uomo separato, leggo spesso questo blog ed altri siti da voi linkati trovandomi quasi sempre d’accordo con il vostro pensiero e con le vostre battaglie, ma purtroppo, quando si affrontano temi che riguardano padri separati non posso fare a meno di notare che spesso pregiudizi e generalizzazioni minano la possibilità di costruire un vero dialogo ed ingenerano un profondo dolore in chi sta vivendo il dramma di una separazione conflittuale sulla propria pelle.
    Riporto le parole di veromummio prese da http://treguadigenere.wordpress.com/2012/05/13/svelare-fraintendimenti-dissolvere-lodio/ perché sintetizzano bene il mio pensiero e sono un buon punto di partenza per spiegare ciò che vivo e, soprattutto, il modo in cui lo vivo.

    “L’idea generale che prevale non è la demonizzazione delle donne in quanto cattive. Piuttosto il tentativo di discutere di legislazione e aspetti culturali che permettono e incentivano comportamenti crudeli e prevaricatori. Noi non crediamo che la donna sia più crudele dell’uomo in materia di separazioni, ma che la legge sia semplicemente sbilanciata e iniqua. Se l’occasione fa l’uomo ladro, non è il ladro che si deve colpire, bensì l’occasione stessa.”

    Il mio compagno non è un misogino, non crede affatto che le donne siano tutte streghe, ma al contrario ritiene che l’attuale legislazione favorisca spesso conportamenti disonesti da ambo le parti. Lui stesso, prima di conoscermi, ha frequentato donne separate con storie anche dolorose alle spalle che ora si trovano a dover lottare per arrivare a fine mese con mutui da pagare ed ex mariti che non versano un euro perché lavorano in nero e nessun giudice si preoccupa di verificare come facciano a girare su auto costose e permettersi viaggi che le loro ex mai potranno sognarsi.
    Lui guadagna più della sua èx, non perché uomo ma perché di mestiere fa il medico, mentre lei è un’impiegata, diplomata, con posto fisso, che guadagna molto più di me, che, pur avendo una laurea, sono precaria.
    A chi dice, generalizzando, che le donne (tutte? perché siamo tutte uguali?) non vogliono farsi mantenere, vorrei far sapere che lei ha chiesto il mantenimento non solo per la loro bambina ma anche per se stessa, ma per fortuna le è stato negato. Almeno questo.
    Non potendo raccontare tutta la vicenda processuale e privata per ovvi motivi mi limito a soffermarmi su alcune questioni spinosissime di cui spesso si discute qui ed altrove.

    Lei si è innamorata di un altro, lo ha tradito e lasciato (avendo prima l’accortezza di ripulire il conto corrente in comune), ma sebbene lo sappiano tutti, amici e parenti (tanto che gli danno del cornuto alle spalle e non solo), non è stato possibile dimostrarlo.
    Al contrario, lei, che alla separazione pensava da tempo e si presentata preparatissima, si è procurata testimoni pronti a dichiarare che lui è un violento. Siete liberissimi di non credermi, ma lui non è un violento, la violenza fisica, verbale e psicologica non gli appartiene, e queste accuse sono servite a lei per fargli firmare, ob torto collo, una consensuale totalmente iniqua.
    Queste accuse sono false, ma se qualcuno qui si permette di accostare queste due paroline, “false accuse”, rischia il linciaggio.
    E vi dico anche altro: tutte le volte che lui si rifiuta di sottostare alle sue richieste economiche (quando lei, ad esempio, cerca di farsi pagare la palestra per sè, caricandone le spese su quella di sua figlia, e non ci riesce perché lui proprio fesso non é), lei si vendica non facendogli vedere la figlia ed è, tempo fa, arrivata a fargli sapere, con un tono che sa di minaccia, che la piccola ha un’irritazione genitale, facendogli intendere che potrebbe arrivare anche ad accuse più pesanti.

    Altra questione controversa riguarda la casa coniugale, da lui comprata con i soldi del suo lavoro e con quelli dei suoi genitori, che hanno fatto sacrifici per poi veder tornare a casa loro un figlio al quale era stato tolto tutto, soldi e affetto. Ma il dolore di questa madre sembra non contare nulla.
    Il giudice ha stabilito che una bambina di appena 3 anni ha il diritto di continuare a vivere in quella casa per non subire altri traumi dovuti al cambiamento delle proprie abitudini.
    Quella casa è stata quindi data alla madre della bambina per il bene esclusivo della bambina, e lei, in quella casa ha fatto entrare tre uomini diversi, senza chiedersi se fosse un bene per la bambina.
    Lui ha sopportato questo a lungo, perché non se la sentiva di mandarle i carabinieri a casa, ma quando le ha fatto capire che aveva intenzione di agire per vie legali lei è rimasta incinta del suo attuale convivente, così nessun giudice manderà mai via da quella casa il padre del nascituro, perché è chiaro che ora c’é anche questo bimbo da tutelare.
    E, ancora una volta, per il supremo interesse dei bambini, saranno tutelati gli interessi della madre.
    L’avvocato del mio compagno gli ha chiaramente detto che l’unica cosa che lui potrebbe ottenere è di poter respingere la sua richiesta di un aumento degli alimenti, che puntualmente è arrivata, tra l’altro anticipata dalla stessa bambina che un giorno ha detto al padre che, poiché è in arrivo il fratellino, la mamma ha bisogno di più soldi.

    Concludo questo lunghissimo commento con un ultima considerazione ed ancora una volta prendo spunto dalle parole di veromummio (che giuro di non conoscere 🙂 ):
    “i soldi prima di essere potere economico sono sacrifici e fatica, sul corpo di chi lavora.”

    Per legge, se lui supera il suo stipendio base, sul quale è stato fissato il mantenimento deve corrispondere un terzo di questi guadagni. Lui non vive certo di stenti, ma non ha il tenore di vita di un medico, che invece, sempre per legge, la bambina ed indirettamente la madre, devono mantenere. Tra il mutuo della casa coniugale che ancora paga, l’affitto della casa in cui vive, le spese per la bimba e le spese legali, sono anni che, esclusa la settimana che passa fuori con sua figlia, non si concede una vacanza. A lui piace viaggiare, il suo sogno sin da bambino è visitare il Giappone, ma non è mai riuscito a mettere da parte i soldi necessari per farlo. Potrebbe fare straordinari, aumentando i turni di notte, un bell’impegno visto che già così, per dividersi tra me, la bimba, la madre anziana che ha bisogno di lui, a mala pena gli resta il tempo per dormire, ma (e sono d’accordissimo) non lo fa perché di regalare altri soldi all’ex proprio non gli va.
    Sempre la legge stabilisce che un viaggio non è necessario ma è considerato un lusso, i motivi per guadagnare di più senza essere tenuto a dare parte del proprio guadagno all’ex, sono altri, ad esempio se noi decidessimo di avere un figlio, a lui sarebbe consentito fare straordinari perché ci sarebbe un altro bimbo da mentenere e tutelare.
    La rabbia ed il rancore non nascono dalla vacanza negata ma dal fatto che a lui non venga riconosciuto appieno il diritto di rifarsi una nuova vita, che debba essere sempre considerato come colui che ha l’obbligo di provvedere al mantenimento di qualcuno, che sia la figlia avuta dal precedente matrimonio o un ipotetico figlio che potrebbe avere con la sua nuova compagna.

    Ho scritto più di quanto avrei voluto, perché sono questioni private e forse non è giusto esporle così, ma certi commenti ed atteggiamenti feriscono. Attendo le vostre risposte e, non me ne vogliate se tra qualche giorno cancellerò questo mio sfogo, perché, come ho appena detto sono cose molto private e non me la sento di lasciarle esposte sul web in eterno.

  8. Guit says

    Ho accolto con grande piacere FikaSicula nel forum e ho dialogato con Paolo essendo uno degli uominibeta. Non commento adesso i temi trattati per l’eccessiva stanchezza, ma ho già scritto due volte a Paolo che sul discorso delle dinamiche dell’attrazione da lui posto in gran parte sono d’accordo. Non so da chi abbia estratto la sua interpretazione del pensiero di UB, posso rispondere qui a solo titolo personale, ma su quella questione non vedo queste grandi differenze di vedute. Il gesto di FS è stato bello e coraggioso, malgrado non la vediamo su molte cose nello stesso modo. Nel forum ci può scrivere chiunque e si potrebbe volendo estrapolare, strumentalizzando, qualsiasi pensiero organico maschile, per questo trovo giusto distinguere. Del resto anch’io lo faccio dalla mia parte. Saluti.

  9. Paolo84 says

    Quanto ai padri separati: non voglio negare i loro drammi, ma quando vedrò una delle loro associazioni battersi per i congedi di paternità, per occuparsi dei figli assieme alla compagna, anche durante il matrimonio e non solo dopo la separazione, allora prenderò sul serio le loro rivendicazioni

  10. Paolo84 says

    ho provato a parlare sul web con alcuni uomini beta: in pratia pensano che le donne non vanno con loro solo perchè non sono ricchi. Ho provato a spiegare loro che quella che descrivono è solo una parte della realtà, che non tutte le donne sono venali, che alcune ti amano a prescindere dal tuo portafogli e che se anche una donna sta con un uomo di successo non è detto che sia solo per i soldi così come un uomo non si innamora di una donna solo per il suo fisico (ma l’attrazione fisica è componente fondamentale di ogni relazione amorosa e vale per entrambi i sessi)..niente da fare, loro vivono il sesso come un loro diritto costituzionale e non come un dono reciproco quindi la donna che glielo nega sta facendo loro un affronto. Questa è una mentalità sbagliata
    Quanto al potere seduttivo delle donne, bè sarebbe assurdo negarlo, e sinceramente non ci vedo nulla di male e non capisco come questo “potere” possa giustificare un atto di violenza contro una donna. Una donna può essere sexy quanto vuole, questo non da’ all’uomo il diritto di allungare le mani senza il suo consenso. Basterebbe che tutti lo capissero e si starebbe tutti/e meglio

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