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Le guerriere fuori sede

Mi preparo all’ennesima manifestazione, ce n’è in media una ogni settimana e farsele tutte è un lavoro. Non te lo puoi permettere se sei precaria e l’unico motivo che ti spinge a muoverti è la voglia di spaccare tutto. Ci trovi sempre i compagni e le compagne che sono blindati in look da catastrofe e poi quell’aria di guerra e di vittoria e una vittoria non l’ho vista mai da quando ho cominciato ad attraversar le strade. O meglio forse si, giusto qualcuna, quel dito medio così sfrontato in faccia allo sbirro che provocava e si vedeva che aveva voglia di darcele in testa, le manganellate, e batti e batti, quel rumore sordo, e ti sembra un’eresia non essere munita di un fottuto casco che all’occorrenza ti salva almeno l’ultimo neurone che t’è rimasto.

E le bandiere coi banchini alla partenza, sempre gli stessi che se stai nella capitale ti vendono la maglia con i colori della squadra del cuore e quelli con il Che che tanto sono tutte uguali e non gliene frega un cazzo a nessuno della differenza. Ci sono i giovani che stanno avanti con gli scudi e ogni volta pensano di superare le barriere e sono quelle barriere che li seppelliscono, ma già fare battaglia in piazza è festa se te ne sei stato tutto l’anno a romperti la schiena tutti i giorni a fare lavori infimi per pagarti l’università.

Ci sono quelli che vanno al mercato ortofrutticolo al mattino, giù col freddo, e poi le compagne che la sera stanno a fare le cameriere e di giorno frequentano le lezioni quando possono e se non sono troppo stanche e la vita le trascina via quasi che fosse un fiume grosso con questi sbirri che stanno a fare gli argini e anche volendo non ti puoi arrampicare, non puoi uscire, devi solo scivolare restando in vita e facendo attenzione a non annegare.

Io manifesto e manifesto e di manifestazioni ne ho fatte veramente tante, riuscendo quasi illesa tutte le volte, che di mio sono stata sempre un po’ pavida perché io spacco e spacco ma poi ti piglia la strizza e quello che sai fare meglio è spaccare il capello in quattro nelle assemblee fiume che ‘sti cazzi potremmo pure evitarcele tante volte dato lo scarso effetto preventivo che hanno.

E quegli amori di frontiera, che li vedi i compagni che sono tanto rivoluzionari e poi guardano sempre quella bona che della tua intelligenza non gliene fotte un cazzo e allora ci sono quelle che per sembrare fighe si armano di san pietrino che somigliare agli altri pare l’unico modo di sentirsi esteticamente compatibili. Già, perché c’è l’estetica della manifestante e poi ci sono quelle che il san pietrino ce l’hanno in tasca dalla nascita e possono buttarlo sugli stereotipi che le violentano ogni giorno o giusto in aria e a chi tocca tocca.

C’è che ti devi mettere le scarpe adatte e poi allenarti e correre e se ti porti l’acqua e il maalox hai una speranza di vederci ancora. Che schifo quel bruciore al lacrimogeno e che cazzo vuole quello che mi punta il suo dito contro. Rientra in riga, dentro e dentro, cordoni stretti che non si può neppure prendere un caffè e poi la confusione e c’è chi scappa qui e là e ognuno a proprio modo fa la rivoluzione tranne la tizia lì affacciata al balcone che assiste come se vedesse la televisione e a commentare ci fosse qualcuno delle tele di regime.

Mentre stai a correre e c’è la ragazza che conosci che “oh ciao… ci si vede…” e quella disegna sul muro una scritta contro il potere dello Stato, tempi da relazioni instabili, le vedi e poi non le vedi più, c’è quel coglione che ti fa scoppiare il pedardo giusto sotto il culo e poi arriva l’incazzato che ohhh e ohhh e ohhh e urla e poi ti schianta sul muro una bottiglia che si rompe per fare girare tutti mentre distingui sulle mani dei vicini di platea i numeri degli avvocati, nel caso ci fosse bisogno, e sembriamo tutti con un numero di protocollo addosso, timbrati e archiviati.

Dall’alto si distinguono in modo chiaro quelli che fotografano e filmano per conto della questura e quelli ti prendono le misure che pare una cazzata metterti un fazzoletto in faccia perché loro ti riconoscono dai lacci delle scarpe se non hai l’intelligenza di cambiarli quando hai finito la tua guerra. Poi c’è il videomaker che riprende scena dopo scena per denunciare la violenza del potere e quella violenza gli arriva tutta in faccia e gli spacca la telecamera con un anfibio, nero, pesante, vendicativo. Nessun testimone nelle guerre. Gli unici testimoni sono quelli che vincono e noi non vinciamo mai.

Poi gira voce che hanno arrestato questo e quello e tutti in marcia verso la questura “liberi subito… e non scassate il cazzo” che siamo qui dalle sei di stamattina e diocane mi sono fatta tremilachilometri per venire a dire ridateci a francesco, roberto e giacomino e io manco li conosco ‘sti compagni e resto a prendere freddo che se ti sposti a nord sono temperature polari e a noi che ci muoviamo dal sud dovrebbero darci le coperte all’arrivo. Ma tanto poi si corre e serve a riscaldarci e quando alla sera, saputo che i compagni sono stati rilasciati, ti presenti ai pulman si contano morti e feriti e siamo tutti sfatti, facce stranite e si cerca complicità tra quelli che conosci, finisci a pomiciare con uno che non te lo saresti cagato proprio di striscio perché senti un gran freddo e due braccia servono a consolare le sconfitte. La guerra è persa ma tu hai fatto la tua parte, sai che gloria e che storia e vaffanculo, questo qui non sa manco baciare e ha la lingua ruvida, mi serve solo per dormire e per guadagnarmi il cuscino gli devo dare una toccata che così anima bella lo tranquillizzo e pure lui è sazio di sconfitte e consolazioni. Che siamo noi? Il riposo del guerriero. Guerriero un cazzo. Quello stava a contemplare le strisce pedonali mentre sfuggivo il manganello.

Ma chi l’ha detto poi che averci guerre tra i curriculum ti fa stare meglio? Ma si, che ti viene tanto lo sguardo da vissuta e te lo vendi bene quando c’è il compagno che come unico strumento di comunicazione usa il testosterone, ma vaglielo a spiegare che tu sei femmina e non puoi stare disarmata mai perché tutta la tua vita è una guerra.

La casa è asciutta, dopo l’umido della città lontana e riponi nell’armadio gli abiti da rivoluzionari@ per ripigliarti quelli da combattente della tua resistenza quotidiana. E studi, cresci, lavori, ridi, piangi, vivi, muori, ami e ricordi. “C’era un bel po’ di confusione, vero?”, ma si, era un casino e tra qualche anno posso dire c’ero anch’io che tanto ti escludono sempre dalle analisi a posteriori che le fanno i due/tre coglioni che ci stampano dei libri e campano di rendita perché hanno fatto le lotte, loro, e invece tu stavi a fare l’uncinetto mentre eri in piazza.

Di quello e di quell’altro sentirai che s’è rifatto di militanza borghese e scopri poi che il tizio era figlio di papà e quello che ti eri pomiciato l’ha detto a tutti, e ha raccontato cose turche ché mica l’ha detto che baciava male e che dopo la prima toccatina se n’è venuto dopo tre secondi, e t’ha pure chiamata puttana, che ‘sti rivoluzionari sono rivoluzionari dello scroto e c’hanno l’altarino delle conquiste sul campo di battaglie.

Non è mica niente, solo un racconto, fatto di storie multiple messe assieme di tante compagne e compagni e si, poi ditemi, se in queste storie non ci siete anche voi…

Posted in Anti-Fem/Machism, Narrazioni: Assaggi, R-esistenze.


9 Responses

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  1. maria says

    mi piace come vi siete riappropriati dell’immagine all’inizio, che ricordo spinoza l’aveva privata della sua forza visiva con un commentino idiota, invece qui riacquista la sua valenza simbolica (la tizia stufa della violenza che è come se dicesse ‘sì sono qui e allora? vuoi manganellarmi perché rubo spazio’?).

  2. cybergrrlz says

    scusate 🙂

    ma se a qualcuna il post non piace perché invece di “fare a pezzi” non ne scrivete un altro sul vostro modo di vedere le manifestazioni? il blog è sempre aperto a tutte: fikasicula@grrlz.net

    baci

  3. Marinella says

    giulia, dàje, ci voleva proprio l’intervento della dura e pura. non hai capito niente. ma non è mica colpa tua. deve essere che dalle tue parti vi crescono così. guarda come ti esprimi: “le compagne t’avrebbero fatto a pezzi”. a pezzi dici?
    ecco, io sono contenta di aver letto questo post e sono contenta che lo abbiano pubblicato. quello che mi fa generalmente cagare è una giulia qualunque che si permette di mimare l’aggressione squadrista delle “compagne” che non tollerano altra espressione a parte la propria.

    Ciao a tutte e complimenti a chi ha scritto il post! 🙂

  4. giulia says

    sono indispettita da:
    1) le compagne indispettite dai compagni che guardano la ragazza bona. scusate, ma purtroppo LE PERSONE sono attratte superficialmente dall’aspetto fisico, o no? noi donne e intelligenti siamo attratte a prima vista dai cessi? non mi pare. che poi dietro un fisico non proprio statuario possa nascondersi un universo di meraviglie e’ un altro discorso.
    2) “e allora ci sono quelle che per sembrare fighe si armano di san pietrino”??? gia’ commentato da lupa.
    3) “mi serve solo per dormire e per guadagnarmi il cuscino gli devo dare una toccata”. cioe’ ti stai prostituendo per un angolo di cuscino??? mah!!!
    4) ma chi l’ha scritto quest’articolo? t’e’ andata bene che ti hanno pubblicato qui; l’avessero trovato da qualsiasi altra parte le compagne t’avrebbero fatto a pezzi.

  5. Lupa says

    Un pò esageratino eh…poi vai a sapere chi prende in mano un sanpietrino solo per moda o perchè se lo sente? mi sembra un giudizio di valore che non ha una base concreta

  6. Arguzia says

    Uno dei migliori post di sempre. Ecco.

  7. mirco says

    mooolto bello

  8. Lorenzo Gasparrini says

    Grazie. E dàje.

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  1. 15 ottobre: la giornata dei ventagli rossi! « Malafemmina linked to this post on ottobre 13, 2011

    […] ci faremo incatenare a domicilio da quelli che ci rubano le lotte. Saremo stanch* e consapevoli e manifesteremo con lo spezzone che ci rassomiglia. E invitiamo tutt* a dire in piazza i motivi del dissenso, […]