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Sciacalli fascisti a Lampedusa vogliono spezzare la catena della solidarietà

Chissà come ci rimarrà male l’organizzazione di estrema destra (che non citiamo perchè loro cercano solo visibilità), quando la gente inviata da Roma che andrà lì a fare “azioni di contrasto contro l’invasione” troverà stranieri e lampedusani, uomini e donne, a lottare insieme per tentare di trovare risposte all’emergenza.

Tunisini e lampedusani che ripuliscono le spiagge, volontari lampedusani che cucinano per gli stranieri, donne lampedusane – con pensioni misere, senza soldi, con famiglie da mantenere, con vite precarie da gestire – che si tolgono il pane di bocca per darlo a questi “figli di mamma”, come li ha definiti una anziana e generosa signora, che arrivano dal mare stremati, bagnati, affamati e assetati.

Ebbene si, perchè la strumentalizzazione politica, quella che basa la propria esistenza sull’odio, ha già tentato e ancora tenta di soffiare sul fuoco. Non porta aiuto, assistenza, solidarietà attiva, ma va lì a dire che le donne non potranno più uscire di casa, che quelli che arrivano sono tutti ladri, che i lampedusani hanno il dovere di cacciarli via. Cercano minuziosamente l’incidente, come squadristi andati a fare le ronde a sorvegliare che in quel caos tutti righino dritti e restino a fare la fame in fila per due, per creare ad arte un meccanismo mediatico di “emergenza contro gli invasori”. Sorveglieranno che gli stranieri non rivolgano parole e sguardi alle donne perchè un sorriso sarà denunciato come una molestia. Sorveglieranno le donne che non dovranno tradire le regole “della razza” (sarà per questo che le donne stanno partecipando attivamente alla gara di solidarietà?). Addebiteranno agli stranieri qualunque incidente. Così rintuzzano l’arma della paura e accendono le torce per guidare i linciaggi e sollecitare militarizzazioni.

Ma la gente di Lampedusa è migliore di questi fascisti che vengono  “da fuori” e che hanno tutto da imparare dall’umanità che la gente dell’isola dimostra anche nei momenti di maggiore disagio.Umanità e solidarietà che sono la migliore arma in assoluto per disinnescare qualunque miccia e per convogliare in quella catena della solidarietà tutte le energie disponibili.

Qualunque cosa leggiate dovete sapere che su quell’isola si muovono interessi che riguardano soprattutto chi vuole costruire nuovi Cie in Italia. Avere il via libera per gli appalti e nuovi finanziamenti lasciando che l’isola esploda e che si crei dopo una militarizzazione – contro gli stranieri e i la volontà dei lampedusani – una alkatraz a cielo aperto.

Poi ci sono gli strumentalizzatori di mestiere, quelli che tentano di ottenere visibilità mediatica andando a istigare odio e a sollecitare paure dove non c’è odio e non c’è paura.

Tanto per rinfrescarvi la memoria, potete leggere:

A Lampedusa va di scena l’umanità

Potete vedere il video pubblicato su Repubblica che parla dei cittadini che nel rispetto delle tradizioni degli stranieri cucinano cous cous per loro.

QUI potete seguire la diretta del presidio attivo di Melting Pot Europa per il progetto Welcome a Lampedusa. In baso condividiamo il terzo dei loro report da che sono sull’isola e una straordinaria cronaca dal Cie .

Giriamo ancora l’appello ai palermitani:

*****APPELLO AI PALERMITANI:*****
A LAMPEDUSA mancano: COPERTE, CALZE, SCARPE, MUTANDE, PRODOTTI PER L’IGIENE (SHAMPOO – BAGNO SCHIUMA – SAPONE) centro raccolta a Palermo presso: Associazione Malaussene (piazzetta resuttano 4), da ven. a lun. ore 19.00 – 21:00 – Laboratorio Zeta (via boito 7) il martedì ore 18:00 – 23:00
URGENTISSIMO: entro mercoledì 30 marzo!!! (da Radio 100passi)

Il report di Melting Pot Europa:

Lampedusa, Alkatraz del Mediterraneo

Nuove e ordinarie strategie di brutalità e confinamento in Europa

Da più di 24 ore siamo su questa isola, Lampedusa. Se è difficile intuire la fase e capire come agire rispetto agli stravolgimenti che stanno avvenendo su scala planetaria, è altrettanto difficile riuscire da qui, da questa terra spettacolarizzata e carcerizzata, trovare la lucidità necessaria per raccontare quello che si consuma sotto i nostri occhi.

Verso e oltre il porto vecchio di Lampedusa
Già fin dalla mattina centinaia e centinaia di giovanissimi ragazzi si sono riversati sulla palata principale del porto vecchio. La prima immagine che ci appare mentre lentamente ci avvicinavamo al porto per incontrare i migranti, è quella di un formicaio umano, la grande frenesia, di un unico corpo scomposto e ansioso, alla ricerca di pace e di riposo, di risposte e libertà. Appena arrivati in prossimità del porto, abbiamo capito che la giornata sarebbe stata lunga. Intanto perché iniziavano a circolare le prime voci di possibili trasferimenti, poi avvenuti durante il primo pomeriggio con alcuni aerei (circa 200 le persone trasferite con questa modalità, destinazione probabile Manduria Puglia), poi perché la tensione è rimasta costante per tutta la giornata, da parte soprattutto dei giovanissimi, tensione nel cercare e trovare risposte ai propri fragili e deboli sogni. Quelli di una vita migliore, naufragata sulle coste bellissime, di un’isola abbandonata al suo destino. Un destino che trova nel mare il suo significato, quel mare crocevia di sogni, di culture, quel mare trasformato dalla Fortezza Europa, in una frontiera spettacolarizzata, plasmata chirurgicamente per respingere, confinare violentemente e brutalmente la mobilità dei corpi in fuga e in cerca di protezione. Se poi ai corpi dei migranti si devono sacrificare i corpi di altre 5.000 persone, abitanti di un’isola aspra e dura, quanto bella, ciò non importa. L’importante è che continui quello che abbiamo visto e contrastato negli ultimi dieci anni, trasformare i migranti approdati, in clandestini, in barba ad ogni norma, ad ogni minima garanzia per la persona e per la sua dignità.

Il Porto: primo dispositivo di confinamento e produzione di immaginario
E allora il Porto diventa un luogo simbolico di arrivo ma anche di imbarbarimento: rifiuti sotto al sole, che si trasformano in odori acri e materiale decomposto, coperte sporche e umide accatastate una sull’altra, tonnellate di bottigliette di plastica sparse ovunque. Dove saranno tutte le persone che hanno bevuto quell’acqua? Dormito in quelle coperte? Quale il loro destino? Attesa, detenzione, confinamento, espulsione, sono le uniche cose che ci vengono in mente. Quando i migranti si avvicinano a noi, vorremmo poter sorridere serenamente, poter dare risposte rassicuranti, ma gli unici dispositivi e interventi che abbiamo sentito e visto praticare, in Italia e in Europa, che si tratti della continua produzione di clandestinità o irregolarità forzata, che si tratti di sfruttamento o discriminazione, ci indicano chiaramente proprio come sul terreno della cittadinanza e della sua difesa, si sia limitato quello che di più bello e vero portano con se questi giovani uomini: il sogno di poter scegliere, di poter decidere di andare o di restare, di poter cambiare o autodeterminare, la propria vita. Mentre tutti questi pensieri ci attraversano – non riusciamo a fermarli – sentiamo forte salire la tensione, accadono alcune cose significative.

I Pasti
La prima è che durante la somministrazione dei pasti a pranzo, si è sollevato un coro generale, quasi salmodiante, che si avvertiva anche da lontano, perché i pasti distribuiti erano stati trasportati su un furgone della nettezza urbana. La qualità del cibo non sembra ottimale (piatti pronti e imballati), così come le quantità. Cercando di raccogliere alcune informazioni attraverso alcune associazioni locali per capire chi gestisce il servizio viveri, appare chiaro che nella “gestione umanitaria dell’emergenza” ci sia un certo business da parte di alcune coop. Si parla di 30 euro al giorno per migrante.

Sbarchi o Recuperi?
La seconda è che nel pomeriggio abbiamo assistito a tre “recuperi”. Circa duecento i nuovi arrivi. Questo crediamo sia un aspetto molto importante da segnalare. Gli arrivi dell’ultima settimana non sono sbarchi, le carrette del mare, non arrivano autonomamente sulle spiagge di Lampedusa, ma vengono individuate a largo e trainate o traghettate al porto dalle motovedette della finanza o della Marina militare. Su questo punto i Lampedusani sono molto insistenti, come a voler confermare che gli abitanti dell’isola hanno svelato e capito il piano del governo, piano che chirurgicamente e strategicamente ha trasformato quest’isola in un centro di identificazione ed espulsione a tappe.
Infatti mano a mano che passano i giorni, i giovani di Tunisi, vengono fatti avanzare sul molo, per ordine di arrivo. L’organizzazione è completamente delegata da parte delle autorità presenti (forze dell’ordine comprese) ad alcuni migranti che vengono identificati come capi gruppo, la discriminante e che sappiano parlare italiano. Sono questi capi gruppo, a cui viene delegato l’aspetto di controllo sugli altri migranti, che li organizzano e li fanno sistemare in file indiana. Il paradosso è che si autorganizzano verso le identificazioni presso il centro locale (possibile anticamera per la successiva espulsione) e verso nuove detenzioni in altri campi come il Cie provvisorio di Manduria in Puglia.

Minori
Quello che colpisce è vedere nel caotico stiparsi di centinaia e centinaia di persone, tantissimi ragazzini, stretti nei loro giacchetti o avvolti nelle coperte. Quattordici, quindici, sedici anni, queste le loro età. Colpisce parlando con loro che a differenza di quasi tutti gli altri tunisini presenti, non parlino francese ma solo arabo e che provengano dai villaggi rurali intorno alla capitale e che molti siano orfani di entrambi i genitori. Altri invece sono stati spinti dalle famiglie a partire. Proviamo a spiegargli che in Italia per i minori stranieri non accompagnati è previsto uno status, una protezione speciale, ma quando chiediamo se sono entrati i contatto con degli operatori ci viene risposto che nessuno ha parlato con loro. Save the Children che opera sull’isola e che abbiamo contattato, dice che sono tantissimi, che sono stati tutti censiti e sistemati in alloggi sicuri e protetti (Museo del mare), ma che preferiscono dormire all’agghiaccio con gli adulti con cui sono partiti, vicini di casa o amici di parenti, adulti ai quali sembrano essere stati affidati dai famigliari.

Tendopoli e dormitori sotto il cielo
Tutto intorno al porto la collina che lo sovrasta e la spiaggetta limitrofa sono trasformati in un enorme tendopoli improvvisata con teli di fortuna e legni di alberi raccolti dal mare. Difficile quantificare quante siano le tende che appaiono alla nostra vista, sembrano montagne di sacchetti di plastica abbandonate in quel luogo da anni, ma all’interno ci sono persone sdraiate che cercano riposo o protezione anche durante il giorno dai caldi raggi del sole. Qui si trovano i migranti appena sbarcati o arrivati da qualche giorno. Per gli altri, arrivati da una settimana, c’è un’altra tendopoli improvvisata ed allestita nei pressi del centro di identificazione, posto al centro dell’isola.

Evacuazione come produzione di clandestinità
Il piano di evacuazione annunciato non sembra essere adeguato per rispondere alla necessità di risolvere da subito la situazione. Per duecento che partono in direzione di nuovi dispositivi di imprigionamento, ne arrivano altrettanti. Naturalmente della possibilità che per decongestionare la situazione, venga riconosciuta ai migranti che hanno sfidato i confini dell’Europa la libertà di arrivare e di andare, di scegliere dove stare, attraverso lo strumento della protezione temporanea, nessun segnale. Anzi. Mentre l’isola e i suoi abitanti soffrono rispetto alla possibilità di tornare ad una vita normale (come si fa a tornare ad una vita normale quando scorrono ogni giorno queste immagini di sofferenza e assoggettamento di migliaia di persone abbandonate a se stesse?!), la fabbrica della clandestinità è a pieno regime. Nuovi e improvvisati centri di identificazione ed espulsione vengono allestiti sulla terra ferma, per trasformare ancora una volta la lunga attesa e l’auspicata partenza verso il luogo di destinazione scelta da migliaia e migliaia di persone nell’ennesima produzione di violenza e comando del confine.

Welcome
Chiedere oggi, agire e costruire dal basso nei prossimi giorni, una grande campagna per la protezione dei migranti e la libertà di circolazione europea, è l’unico modo che intravediamo per riaffermare il diritto dei cittadini di Lampedusa e allo stesso tempo quello dei migranti.

Reportage dal Cie:

Lampedusa – l CIE di Contrada Imbricola e i rifugi per minori non accompagnati

Reportage, foto, video, del Progetto Melting Pot Europa

Lampedusa – Centro Contrada Imbricola = Cie.
Al centro dei riflettori da diversi anni per l’inadeguatezza della struttura. Dal porto partono ogni giorno i pullman con una cinquantina di migranti – destinazione Cie per essere identificati. Addentrandosi per le stradine non asfaltate, seguendo giovani tunisini a piedi e proseguendo di mini accampamento in mini accampamento: l’odore del pesce su fuochi improvvisati, i panni stesi su stendini di fortuna, le domande in francese per capire chi sei, cosa fai qui, in mezzo al nulla, dall’alto all’improvviso rete e cemento. L’imponente struttura del Cie si inalbera tra ciotolato e cespugli e rivela immediatemente mille contraddizioni e una complessiva assurdità. Il sentiero è ben tracciato. La rete non tiene più. L’accesso libero.

In entrata e uscita. Dentro come fuori: accampate centinaia e centinaia di persone. Molte ammassate in stanze sovraffolate. Le condizioni igienico-sanitarie assenti. Caos. Dentro come fuori. Lo stesso odore di cibo, di vestiti bagnati, di inadeguatezza di servizi, di sovraffolamento. Sulle pareti della prima stanza a sinistra le scritte a bomboletta ricordano luoghi di provenienza: “w la Tunisia”. Appena eravamo saliti sulla collina l’avevamo riconosciuto, ce lo ricordavamo dopo i nefasti del 2009 quando a seguito della conversione da centro di accoglienza in centro di detenzione, i migranti rinchiusi dentro la struttura strapiena diedero alle fiamme tutto, scatenando una rivolta che mise alle strette Maroni e l’intero governo italiano. Le mura bianche e gli alti prolungamenti antiarrampicamento, le sbarre alle finestre e gli operatori della cooperativa che gestisce il centro assediati durante lo spostamento dei vettovagliamenti. Il cie, o ciò che ne rimane dopo gli infiniti ingressi della settimana, è una nuova struttura che non detiene e non accoglie più allo stesso tempo. Non si entra perché espulsi e non si esce perchè in procinto di essere rimpatriati. Non esiste convalida di trattenimento, anzi in molti pagherebbero per trovarvi riparo pur di non dormire al freddo la notte. Ci si rifornisce, ci si accampa o si va a trovare qualche amico di quartiere con cui si è partiti dalla Tunisia.

A prima vista l’accoglienza non è gestita razionalmente, le reti che circondano il campo e che lo allungano da quello che all’apparenza rappresentava lo scheletro del vecchio centro di detenzione, sono aperte. Appena entrati veniamo condotti dagli stessi migranti a riprendere nelle stanze. Accampati l’uno sopra l’altro – persino sotto il letti – tanti ragazzi vivono alla fortuna in piccoli container tra docce e vie allagate. La precarietà sanitaria è evidente nonostante tentino in tutti i modi di autorganizzare la propria convivenza. La struttura inizialmente era composta di due sezioni, l’una per gli uomini e l’altra per donne e bambini. Dopo l’addensarsi degli arrivi su impulso delle associazioni la cooperativa ha destinato altre strutture esterne al campo per le categorie vulnerabili. I minori erano stati condotti esclusivamente al museo del mare accanto al campo da calcio e il comune, nella notte tra il 23 e 24 la stessa struttura di accoglienza eccezionale veniva occupata dagli adulti ed ora nello stesso luogo vi convivono tutti.

Abbiamo riconosciuto lo stesso museo per la presenza al di fuori di minori di età compresa tra i 13 e i 17 anni, appena entrati abbassando lo sguardo ci siamo accorti che le scarpe erano immerse nel pavimento completamente allagato. Un ragazzino ci ha fatto da guida all’interno della struttura, tra un pianoforte ed un anfora antica. Insieme al Cie il museo rappresenta una forma di campo di transito, la cui via di accesso e di uscita è libera ma il cui spazio risulta saturo per l’eccedenza delle presenze.

Altro denominatore comune di luoghi simili è il racket dei posti letto, venduti da chi per primo li occupa – anche più di uno – e poi li rivende al miglior offerente. In tutto ciò i più vulnerabili, non solo i minori, partono svantaggiati. Non riescono ad avere un tetto o perché soli, fragili, o magari senza soldi. La forma campo a Lampedusa non si concretizza nei luoghi di accoglienza o di detenzione, la stessa isola è un campo le cui strutture per il rifugio non sono altro che pedine irrilevanti di una scacchiera la cui fine è l’imbarco verso altre zone d’Italia, o della Tunisia chi può dirlo.Rimane difficile pensare a quanto possano essere state informate dei loro diritti, a quanto possano essere stati informati di ciò che accadrà nei prossimi giorni e di dove andranno a finire.

Si attende la consegna di un biglietto, prima della quale i migranti vagano di giorno come Don Chichotte e di notte come fantasmi in preda ad una sete di speranza che solo il futuro e speriamo l’avanzare del viaggio potrà loro saziare.

Posted in Anticlero/Antifa, Omicidi sociali, Pensatoio, Precarietà, R-esistenze.


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