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Dalla scuola politica UDI: Le trappole dell’emancipazione, la costruzione della libertà

Riceviamo e volentieri condividiamo lo scritto di Rosanna Marcodoppido reso come contributo nella scuola politica dell’UDI che si è tenuta nei giorni scorsi a Genova. Buona  lettura!

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SCUOLA POLITICA UDI 2010
Genova 2/3/4/5 settembre

Le trappole dell’emancipazione, la costruzione della libertà

Rosanna Marcodoppido

Il vocabolario ci informa che emancipare significa “rendere libero dalla patria potestà, rendere indipendente il figlio che giunge a maggiore età. Togliere dalla schiavitù o dipendenza da altre persone.” Emanciparsi equivale ad uscire dallo stato minorile, liberarsi da un vincolo, da una soggezione; l’esempio riportato è “la donna si è emancipata”.
Emancipare viene infatti dal latino “mancipium” che indica cosa acquistata e “causa mancipii” era definita la condizione dello schiavo nell’antica Roma.

Eva Cantarella nel suo libro “L’ambiguo malanno”, uscito nel 1981 e ancora oggi fondamentale per capire da dove veniamo visto che riflette sulla condizione e immagine della donna a partire dal neolitico, ci ricorda che presso i Romani la patria potestas determinava solo formalmente una condizione diversa dalla schiavitù: nella sostanza i figli, maschi e femmine, si trovavano in una situazione di causa mancipii proprio come conseguenza della sottoposizione alla patria potestà. Il padre poteva esporre, vendere o uccidere i suoi figli. Mentre però il figlio maschio all’età di 14 anni si emancipava, la figlia restava sotto tutela a vita, passando, una volta sposata, dalla tutela del padre a un potere familiare (manus) simile a quello al quale il matrimonio l’aveva sottratta.

La tutela era giustificata con una presunta debolezza/inferiorità delle donne e ha determinato nei millenni, presso ogni cultura, quel complesso sistema di dominio degli uomini sulle donne a cui abbiamo dato il nome di Patriarcato.
Le donne hanno accettato in silenzio tutto questo? Visto che la Storia l’hanno scritta fino al secolo scorso soltanto gli uomini, non è facile rintracciare ribellioni, forme di resistenza, conquiste, sconfitte cocenti.

Ad Atene le donne erano escluse da ogni forma di partecipazione politica e la loro collocazione sociale era definita unicamente in relazione all’uomo: mogli, concubine, prostitute. Una relazione basata sul possesso, come stabilivano chiaramente le leggi. Ma qualcosa le nostre antenate avranno certamente e a più riprese fatto sia nel privato che nella sfera pubblica, delle reazioni ci saranno sicuramente state come dimostrano ad esempio, nonostante la persistente misoginia dell’autore, le commedie di Aristofane sulle Ateniesi che, insieme ad altre donne rappresentanti di altre città in guerra, fanno lo sciopero del sesso per costringere gli uomini a instaurare la pace ( Lisistrata) o che, stanche di essere governate dagli uomini, prendono il potere e propongono l’improponibile: esclusione degli uomini dal governo, abolizione della famiglia, del denaro e della proprietà privata (Ecclesiazuse).

Anche le Romane non dovevano essere proprio contente. E’ vero che, avendo avuto il compito di educare i figli per farne dei cittadini, godevano per questo, e solo per questo, di una dignità sconosciuta alla donna greca, ma proprio questo loro compito diventava lo strumento del loro mancato riconoscimento come persone e pretesto per escluderle dalla gestione della cosa pubblica . Una certa emancipazione raggiunta dalle donne dell’aristocrazia a partire dalla fine della Repubblica e sancita da alcune leggi, era nella pratica sociale in continuazione riprovata, demonizzata e ridicolizzata e comunque non doveva in nessun caso mettere in discussione la morale familiare. In questo senso si comprende la grande diffusione dei culti bacchici, prevalentemente celebrati dalle donne, durante i quali avveniva la trasgressione: si beveva vino, si attuava un rovesciamento dei ruoli sessuali, si praticavano accoppiamenti etero e omo.

I testi di autori latini e non solo ci restituiscono fatti, commenti che si caratterizzano troppo spesso per misoginia, disprezzo nei confronti delle donne. Purtroppo poco ci è dato sapere su cosa le donne del passato pensassero di sé e degli uomini.
A lungo rimaste figure mute della Storia, di loro sappiamo da quanto hanno detto gli uomini. Eppure non poche, le poete ad esempio, sono riuscite a lasciare preziose testimonianze scritte, tracce irrinunciabili per noi donne di oggi in cerca di una genealogia che ci aiuti a costruire senso autonomo e libertà per il nostro sesso.

Saffo, vissuta nel VII secolo a.C., in una sua famosa poesia fa una orgogliosa dichiarazione di differenza rispetto al maschile; io così l’ho letta e così mi piace proporvela: “Dicono alcuni sulla terra nera / esser la cosa più bella uno stuolo / di navi, altri di fanti o cavalieri. / Io, ciò che ami.”
Compiuta Donzella (1200), prima poeta della letteratura italiana, lamenta la prepotenza paterna che vuole imporle uno sposo: “Ca’ lo mio padre m’ha messa in errore, / e tenemi sovente in forte doglia: / donar mi vole a mia forza segnore.” E, non volendo avere un uomo a cui obbedire trova, con tante altre, come forma di resistenza e via di fuga il convento, ma : “lo padre mio mi fa stare pensosa, / ca di servire a Cristo mi distorna”.

Nel 1500 Laura Bacio Terracina esorta nella sua poesia le donne a “lasciare l’ago, il filo, il panno” e a studiare per dimostrare di non essere come gli uomini le dipingono nei loro scritti.
Ma è alla più nota cortigiana veneziana del ‘500, Veronica Franco, che dobbiamo la testimonianza limpida della piena consapevolezza sia dell’ingiustizia sottesa all’oppressione femminile, sia della superiorità delle donne: “Povero sesso, con fortuna ria / sempre prodotto, perch’ognor soggetto / e senza libertà sempre si stia. / Né però di noi fu certo il difetto, / che, sebben come l’uom non sem forzute, / come l’uom mente avemo ed intelletto.” Continua dicendo che la donna, per non aprire conflitti, “s’accomoda e sostien d’esser vassalla. / Ché, se mostrar volesse quanto vale, / in quanto alla ragion de l’uom saria / di gran lunga maggiore, e non che uguale.”
Sono solo alcuni esempi di singole voci di donne, che ovviamente non potevano essere le sole a pensarla così.

E’ nella storia moderna che cominciano ad apparire testi femminili collettivi
Nell’Inghilterra del ‘600, unico periodo repubblicano della storia inglese segnato da rivolte, liberazione da tutti gli ordini compreso quello religioso, “femmine impudenti” prendono la parola per chiedere di parlare nelle chiese e nelle piazze, di riunirsi e presentare petizioni: “Essendoci assicurato che siamo state create ad immagine di Dio, che esiste da parte di tutti gli individui un uguale interesse in Cristo e che anche noi abbiamo diritto alla nostra porzione di libertà all’interno di questa Repubblica, non possiamo non stupirci ed addolorarci di apparire così spregevoli ai vostri occhi da essere ritenute indegne di inoltrare Petizioni o presentare le nostre lagnanze a questa Onorevole Camera”.

Ma occorre aspettare le Rivoluzioni francese e americana e, in Italia, la breve ma intensa esperienza delle Repubbliche giacobine per leggere scritti di donne sempre più consapevoli e puntuali nella denuncia della prepotenza maschile, del pregiudizio sull’inferiorità femminile e di una prassi politica che le esclude, smentendo così i principi stessi che a parole vengono professati. Per brevità non mi soffermo sul contenuto dei numerosi cahiers de doléances delle Francesi o sulla straordinaria figura di Olympe de Gouges. Denunce e richieste in nome dell’uguaglianza? Certo, ma c’è anche chi rivendica la superiorità della propria differenza, come la donna veneziana obbligata all’anonimato che nel 1797 scrive: “E’ vostro dovere il chiamare le donne a Consiglio per dare al sistema di libertà e uguaglianza il conveniente vigore e autenticità”. E ancora: “Il pregiudizio di non istruire le femine è nato dalla forza e dall’insidia degli uomini, che sarebbero con uguale istruzione molto inferiori a noi altre, in ogni genere a proporzione della minor acutezza del loro ingegno.” (La causa delle Donne. Discorso agl’Italiani della Cittadina***)

La nascita dell’unità d’Italia è all’insegna della moderazione e viene accolta dalle donne lombarde, fortemente penalizzate dallo Statuto Albertino, con una Petizione in cui si chiede il superamento della minorità giuridica delle donne per “l’affermazione la più larga possibile dell’emancipazione della donna”.
Anna Maria Mozzoni, figura tra le più autorevoli e acute dell’epoca, chiede la parità giuridica e l’eliminazione di ogni tutela, la riforma del diritto di famiglia, pene dure per lo stupro, diritto al lavoro in ogni settore della vita produttiva e culturale e nel 1877 stila la “Petizione per il voto politico alle donne”

Nel 1880 fonda a Milano insieme a Paolina Schiff la “Lega promotrice degli interessi femminili” che dà l’avvio alla nascita del movimento politico delle donne in Italia, ricco di elaborazioni teoriche e di pratiche politiche ancora in gran parte sconosciute e attraversato da ambivalenze e conflitti che come vedremo, arrivano fino ai nostri giorni.

Nel programma della Lega si legge : La Lega si propone di operare giorno per giorno, ora per ora nei singoli casi pratici, promuovendo gli interessi femminili con l’occhio fisso alla demolizione dei principi autoritari e violenti sul terreno economico, giuridico o politico, e, rimuovendo i pregiudizi che difendono quei principi, aprire la via ad un avvenire sociale che completi nella uguale importanza dei suoi termini il concetto di umanità.” (da notare la netta critica alla falsa neutralità del concetto in uso allora (solo allora?) di umanità)

L’emancipazionismo italiano tra ottocento e novecento si propone di costruire una nuova soggettività femminile e di ridefinire il concetto e i contenuti della cittadinanza. Il diritto di voto, la parità salariale, ma anche “educare la donna al sentimento delle sue forze”, come scriveva Linda Malnati. Si evidenzia da subito la necessità di agire su più livelli: da un lato il terreno economico, giuridico, politico, dove occorre demolire “i principi autoritari e violenti” contrastando le discriminazioni, dall’altro le coscienze con il loro carico di pregiudizi e misoginia introiettati anche dalle donne.

Sono da tempo convinta, e ne ho scritto, che il Patriarcato non è solo una questione di potere. Ha fatto molto di più e di peggio: ha messo al mondo, con le sue strutture materiali e simboliche, due figure false: l’uomo “superiore” e la donna “inferiore” nascondendo ad entrambi la verità sulla propria differenza e togliendo quella libertà che solo sulla autenticità può essere costruita. Ha deformato pesantemente, e di tempo ne ha avuto, i cuori e le menti di donne e uomini rendendo pressoché impossibile un incontro nella verità di quello che si è. Per questo il cammino delle donne verso l’affermazione di sé come soggetti non è riconducibile soltanto ad una classica lotta per il potere (sia pure inteso come “poter essere”) fondata sull’analisi delle strutture sociali e sulle conquiste di leggi, ma richiede soprattutto un lavoro ineludibile su di sé e sulle dinamiche psichiche che hanno reso possibile per millenni una asimmetria così forte tra i due generi.

La consapevolezza di doversi impegnare per trasformare la società e nello stesso tempo cambiare sé stesse attraversa in vario modo tutta la storia politica delle donne, come il dilemma Uguaglianza/Differenza. L’enfasi posta dalle emancipazioniste dei primi del ‘900 sulla differenza intesa come “natura femminile” è evidente nelle parole di Maria Montessori: la donna “viene a socializzare anche le virtù domestiche; sarà in società ciò che fu in famiglia.” Si riferisce chiaramente alla madre e moglie oblativa, alle virtù sinonimo di sacrificio, quelle virtù del cuore che “segnano vittorie interiori”. In effetti le strutture di servizio attivate dalle organizzazioni emancipazioniste sono veri e propri laboratori sociali. Ma come sostiene Lea Meandri: “Se da un lato l’emancipazionismo creava le basi per lo Stato sociale, dall’altro era chiaro che l’ingresso delle donne nel pubblico avveniva sotto il segno della complementarietà”. L’ambiguità era basare il proprio progetto di cambiamento sulla “potenza materna” che, nella esperienza reale, porta a vivere di vita riflessa e al ridimensionamento della propria individualità. Non si volle, non si seppe andare dentro di sé a vedere senza retorica l’esperienza reale della madre.

La storica Annarita Buttafuoco suggerisce tuttavia di tenere presente la censura sociale a cui erano sottoposte quelle che avevano la pretesa di fare politica per cui era più facile farla occupandosi di assistenza, una assistenza, occorre sottolineare, carica di intenzionalità politica. Inoltre sostiene che mettere al centro il materno come valore era un modo per scardinare la centralità del padre nella famiglia e nella società. D’altro canto il modello maschile, con la sua specifica libertà e il suo indubbio potere esercitava una forte attrazione/identificazione per quelle donne che chiedevano di entrare nella sfera pubblica appellandosi solo all’uguaglianza, tanto che più tardi, nel 1942, Sibilla Aleramo scrive: “Stranezza e tristezza degli equivoci che si perpetuano! Il femminismo sorse per la coscienza di un malessere diffuso e oscuro: ma quasi immediatamente batté false strade. Si credette che l’emancipazione della donna consistesse nell’emulare l’uomo…rifiutandosi di riconoscere la legittimità di una interiore autonomia e ricercare i modi per effettuarla.

Se si trattasse invece di somigliare a sé stesse? Se fosse tutto in noi da creare, da estrarre alla luce? Da qui bisognava partire e non si seppe.” Anche lei mostra una certa confusione: creare ed estrarre non sono sinonimi. Dunque questa nostra differenza ce l’abbiamo già tutta dentro e basta estrarla o dobbiamo crearla, costruirla politicamente? Lascio per ora aperta questa domanda.

I tempi certamente non erano maturi e non c’è dubbio che le drammatiche condizioni di vita delle donne di allora, e in particolare delle lavoratrici, ha imposto come urgenza una pratica politica fondata sulla solidarietà e la richiesta di quelle leggi di tutela su cui non erano d’accordo le femministe radicali come Anna Maria Mozzoni.

Di fatto queste donne generose e coraggiose si trovarono strette tra lotta per l’uguaglianza dei diritti e affermazione del valore della differenza che, in mancanza di una riflessione profonda su sé stesse, finiva col coincidere proprio col pregiudizio maschile della “natura femminile”.
Il movimento si spaccò alla vigilia della prima guerra mondiale tra pacifiste ed interventiste. Ci pensò poi il fascismo ad interrompere drammaticamente il percorso delle donne verso l’autonomia e la libertà.

Nel secondo dopoguerra si riavvia faticosamente il cammino delle donne italiane, forti della loro partecipazione alla lotta di Liberazione e alla Resistenza. Nel 1949 l’Udi, la maggiore organizzazione per l’emancipazione della donna in Italia, conta più di un milione di iscritte, impegnate, come le donne del Cif (Centro Italiano Femminile), per la ricostruzione del Paese dopo i disastri della guerra. Tutte insieme, con un lavoro trasversale avevano nel ’45 dato vita al Comitato nazionale pro-voto.

Ventuno sono le donne elette all’Assemblea Costituente, impegnate tutte perché nella Costituzione venga riconosciuto alle donne il diritto alla parità nel lavoro, nella società e nella famiglia, quella famiglia di cui criticano con competenza giuridica e perfino con ironia l’impianto gerarchico.

In quegli anni notevole è impegno dell’Udi per la pace e il disarmo -estensione del ruolo materno e del valore della cura come qualità alta della politica- ma anche per il diritto al lavoro femminile, visto come importante strumento di autonomia e precondizione per la libertà. Ritorna un tema caro alle emancipazioniste filantropiche del secolo precedente: il valore sociale della maternità vista come scelta libera e consapevole e dunque da supportare con servizi sociali adeguati.

L’impegno maggiore dell’Udi almeno fino agli inizi degli anni settanta è rivolto, in nome dell’uguaglianza, più ad una richiesta di ingresso nella polis che ad una sua riformulazione e ha portato all’approvazione di numerose leggi antidiscriminatorie che aprono le porte al mondo del sapere, del lavoro, della politica operando una profonda trasformazione nella percezione di sé di tantissime donne. La differenza, vissuta come categoria che porta in sé il rischio del disvalore e della discriminazione, resta ovviamente come dato della realtà che si impone, a volte come valore altre come tutela, determinando differenti punti di vista e una certa confusione, come nel caso della legge sulla violenza sessuale.

Dal disagio dell’emancipazione che consente sì di uscire dal privato ma di fatto, viste le forti resistenze al cambiamento da parte degli uomini, costringe a stare nel mondo del lavoro, della politica, della cultura (penso a cosa è ancora oggi la scuola) secondo logiche e contenuti maschili, nasce tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta il neofemminismo.
Carla Lonzi parla da subito della necessità di una discesa in sé stesse da contrapporre a quella che chiama “rivoluzione esteriore”: “Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell’uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell’esistenza”, propone cioè un lavoro sul senso, sul simbolico poiché “L’ immagine femminile con cui l’uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione.”

La politica del neofemminismo è nella fase iniziale scavo nell’interiorità, nell’esperienza personale di ciascuna attraverso la pratica dell’autocoscienza, fatta in piccoli gruppi in spazi privati. E’ il punto di avvio per lo svelamento della differenza femminile al riparo dallo sguardo svalutante degli uomini ed è l’inizio della costruzione di una inedita nominazione della realtà, a cominciare da quella legata al corpo e alla sessualità, individuati come luoghi privilegiati dell’oppressione. Vengono affrontati in particolare alcuni nodi dolorosi come la violenza nei legami d’amore, la complicità erotico/sentimentale con l’uomo e il rapporto problematico con la propria madre, vista come figura di grande miseria simbolica.

L’autocoscienza, col suo insostenibile carico di sofferenza, viene ben presto via via sostituita da pratiche politiche nel sociale tra cui, fondamentale, l’esperienza dei consultori autogestiti. La frattura con le donne del movimento di emancipazione, in primo luogo con l’Udi, sembra insanabile. La storia politica dell’emancipazione –passaggio obbligato per noi donne occidentali verso l’autodeterminazione- viene a torto letta solo come piatta omologazione al maschile e dipendenza dai partiti della sinistra parlamentare: persino l’impegno trasversale delle donne per ottenere un nuovo diritto di famiglia lascia indifferenti le neofemministe, in genere ferme in atteggiamenti antiistituzionali e diffidenti nei confronti della legge come strumento di liberazione.

L’incontro alla fine ci fu, era nelle cose, era nel comune riconoscimento di un drammatico vissuto femminile, la violenza sessuale/sessuata innanzitutto, assunta da tutte e da ciascuna come proprio problema, perché era vero che, come si gridava tutte insieme nei cortei nella seconda metà degli anni settanta “Per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa”. I percorsi, tra conflitti, scontri e reciproci riconoscimenti iniziano ad intrecciarsi pur parzialmente; il partire da sé diventa modalità imprescindibile per la conoscenza di sé e del mondo e produce una critica serrata al concetto di politica e alle sue forme.

L’Udi ne è profondamente segnata e nel 1982 in occasione dell’XI Congresso dichiara sciolta la propria struttura verticistica mutuata dalle organizzazioni del movimento operaio e dà l’avvio ad una sperimentazione di forme inedite della politica come l’autoconvocazione e l’autoproposizione perdendo a lungo, nella sua dimensione nazionale, quella visibilità e riconoscibilità che riacquisterà con le campagne degli ultimi anni: femminicidio, 50 e 50 ovunque si decide, la staffetta di donne contro la violenza sulle donne, immagini amiche.

Dalla pratica dell’autocoscienza e del partire da sé ha inizio un riattraversamento critico delle varie discipline da parte di numerose studiose. Da una soggettività femminile assunta nella sua differenza posta consapevolmente come fondamento di conoscenza sono nati in tutto l’occidente i nuovi saperi delle donne, che hanno posto l’accento sulle radici maschili della cultura e messo a dura critica la pretesa degli uomini di rappresentare da soli l’intera umanità ponendosi come soggetto neutro e universale. I soggetti sono in primo luogo soggetti incarnati in un corpo sessuato.

La sessuazione del soggetto produce, nell’intreccio tra biologia, dinamiche intrapsichiche e relazionali e Storia, la differenza tra i generi ed è da questa differenza assunta come dato della realtà libero da gerarchie che occorre partire per rinominare l’esperienza umana e costruire una nuova civiltà.

In Italia negli anni ottanta, nelle pratiche discorsive del femminismo, soprattutto in ambito filosofico, la differenza viene assunta da molte come unica chiave di lettura, in opposizione all’uguaglianza, dando vita ad elaborazioni molto suggestive ed interessanti, ma che restano in un certo senso intrappolate nella logica contrappositiva del pensiero binario, proprio del Patriarcato e propongono una concezione essenzialistica dell’identità sessuata. Inoltre l’abbandono della categoria dell’uguaglianza -che al di là dei rischi di appiattimento al maschile aveva prodotto pratiche di solidarietà e dato forza ed efficacia all’agire politico- e l’enfasi sul differire anche nella relazione tra donne, hanno portato ad una frammentazione segnata da conflitti e abbandoni, trasformando spesso la titolarità di sé di ciascuna, tanto faticosamente conquistata, in individualismo, incapacità a dire “noi”.

Agli inizi degli anni novanta varie voci si levano per sostenere la necessità di lasciare in tensione feconda uguaglianza e differenza, perché è in questo intreccio che si compie l’esperienza materiale e simbolica di donne e uomini. La storica Anna Rossi Doria nel 1992 scrive “Probabilmente la dicotomia uguaglianza/differenza è logicamente e storicamente errata ( si potrebbe ad esempio sostenere che il contrario di uguaglianza nel senso della giustizia è disuguaglianza e il contrario di differenza nel senso di molteplicità è unicità.”). In seguito, in un articolo apparso sul Manifesto nel 2001, Maria Luisa Boccia ricorda che Carla “Lonzi evita di riprodurre una logica dualistica, sfuggendo a una duplice insidia. Quella di racchiudere il pensiero e la differenza femminile in uno spazio totalmente altro –una scorciatoia che una parte, neppure piccola, del femminismo ha imboccato- e quella di ritrovarsi in posizione mimetica del maschile”.

Tutta l’Udi è attraversata da questo dibattito, come dimostrano le differenti pratiche politiche dei vari gruppi territoriali e momenti nazionali importanti come i Congressi.
Sul piano istituzionale, nei luoghi di lavoro, nelle università, si vanno intanto affermando le politiche di pari opportunità, con loro strutture e una interlocuzione con la società e la politica dei partiti che ha prodotto e produce spostamenti significativi man mano che viene superato il concetto di parità legato al modello maschile.

L’uscita di moltissime donne dalla cultura patriarcale, che ha dato vita all’affermarsi della libertà femminile producendo l’unica rivoluzione non violenta del ‘900, ha determinato la crisi della mascolinità e del virilismo. Una parte di uomini ha reagito ribadendo e rafforzando vecchie formule della virilità: stupri, femminicidi, tratta a fini di prostituzione, utilizzo e disprezzo dell’immagine femminile. Sono sorti anche gruppi tesi a rivendicare quel potere perduto. Altri, non molti purtroppo, hanno colto la crisi come occasione per riflettere seriamente su di sé, sempre più consapevoli non solo di essere soggetti parziali, caratterizzati da un fondamento biologico più debole a fronte del primato femminile sulla procreazione, ma anche di essere soggetti storicamente portatori di una identità che non ha più pretesti di legittimazione né nel privato, né sul piano sociale, culturale e politico.

Sono nati gruppi di autocoscienza maschile che faticosamente, nel dileggio o indifferenza dei più, stanno nominando la miseria e la pericolosità di un modello identitario fondato sul potere e la violenza. Uomini che riconoscono il debito nei confronti delle donne che hanno costruito libertà per sé e per il proprio genere.

Stefano Ciccone, dell’associazione Maschile Plurale, nel suo libro “Essere maschi” uscito nel 2009, ritiene “miope e ingenerosa la sufficienza liquidatoria con cui attualmente si guarda alla prospettiva di emancipazione (….). La vita di queste donne ha offerto al contempo e a me e a uomini della mia generazione un’immagine del femminile che ci ha imposto –e permesso al tempo stesso- di andare ormai oltre l’inservibile convinzione dei nostri padri di ineluttabilità del proprio ruolo di dominio, e di misurarci con una forza femminile che ha agito nello spazio sociale, nelle nostre relazioni faminilari, nel nostro immaginario” Negli ultimi anni sono sorti in tutta Italia gruppi di confronto politico, a partire da sé, formati da donne e uomini; così Stefano riporta, dal suo punto di vista, questa esperienza: “uomini che assumono il terreno proposto dal femminismo della sessuazione dei soggetti come luogo di conflitto e tentano di esprimere, in questo spazio di interlocuzione, la propria ricerca di libertà. Una relazione dunque di differenza, di reciproca autonomia di percorso e di autonoma ‘fondazione’”.

La differenza non è quindi dato naturale, ma costruzione culturale e politica che fa i conti con il passato, con il contesto relazionale e sociale in cui si vive e le sfide che esso pone. Alcune categorie alla base della elaborazione sulla differenza femminile degli anni settanta/ottanta oggi, grazie ai cambiamenti che abbiamo prodotto, non sono più proponibili (penso, per esempio, alla ‘miseria simbolica della madre’); né possiamo parlare di omologazione ogni volta che una donna non si comporta come l’idea del femminile richiederebbe.

La nostra storia di donne ci insegna che l’alterità, ogni alterità, a partire dal rapporto con la madre, si costruisce non solo nella differenziazione, ma anche nel riconoscimento dell’altra/o, mantenendo in tensione uguaglianze e differenze: è questo il solo modello di individuazione/separazione che consenta di sfuggire alle logiche proprie del dominio, del razzismo, del fondamentalismo.

Per questo la libertà femminile non può non misurarsi con la costruzione di una differenza maschile libera da quei ruoli e da quegli stereotipi che sono ancora così tragicamente presenti nella società e nelle nostre vite. Oggi credo siano maturi i tempi per andare verso quello che anni fa definii “separatismo dialogante”, dove rimane centrale la relazione tra donne, una relazione capace però di aprirsi a pratiche politiche di interlocuzione con quegli uomini che intendono rifiutare le eredità avute dai loro padri. Le esperienze fatte in questo senso da più parti, anche da alcune di noi, testimoniano la fecondità relazionale e politica di queste pratiche.

Questo è particolarmente urgente in questa nostra confusa e contradditoria contemporaneità, in una società mercantile, fondata sul valore assoluto del profitto e del danaro, che costringe tutte e tutti, donne e uomini, a diventare in primo luogo oggetti indifferenziati di consumo.

Un consumismo usa e getta che pervade anche le relazioni, basato sul valore di un apparire narcisistico che ha invaso da tempo anche la politica. Il mondo è andato sotto alcuni aspetti da tutta un’altra parte rispetto al nostro progetto di emancipazione e di libertà. Faccio solo un esempio, per restare nel tema di oggi: che fine ha fatto il nostro “vogliamo lavorare ma vogliamo dire come”, scritto in un manifesto dell’Udi di trenta anni fa? Come è stato possibile arrivare ad un modo di produrre che in genere poggia, per tutte/i, sulla disumanizzazione e sulla precarizzazione del lavoro?

Siamo costrette a rilevare, insieme a innegabili passi in avanti, dati sconfortanti e sconcertanti del nostro quotidiano. Dove abbiamo sbagliato?
Molto ancora resta da fare e soprattutto da capire.
La speranza resta sempre quella di mettere al mondo una inedita civiltà nelle relazioni tra donne e uomini, un modo meno violento, più libero e più vero di vivere la nostra comune umanità.

Posted in Fem/Activism, Iniziative, Pensatoio, Scritti critici.


One Response

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  1. Loredana says

    Complimenti dell’articolo! Ho condiviso su FB e spero che sia veramente una scuola per tutte/i!!!