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Quanto è difficile amare una lei!

Questo è un racconto di una nostra cara amica che vuole restare anonima. Lei spera serva a fare riflettere qualcun@. La ringraziamo e abbracciamo. Buona lettura!

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Mi sveglio. Meccanicamente faccio il bagno, mi scelgo qualcosa da indossare, che sia più o meno un mix di comodo e carino, mi trucco anche se lo odio e scendo. Vado alla stazione e aspetto il treno. Mi guardo in giro, ad aspettare ci sono una marea di persone, penso “chissà  se ce la farò a prendere questo treno”. Alla fine il treno arriva e facendomi spazio riesco ad entrare.

Siamo stretti, un po’ troppo. Non sono claustrofobica e mi piace il contatto fisico, ma questo è troppo. Mi sento una  sardina nella scatoletta. Cerco di mettermi il più dietro possibile, c’è uno che inizia a spingere troppo da dietro, lo guardo incazzata ma non cambia nulla. Penso, “adesso gli dico che mi ha rotto e che potrebbe starsene fermo”, ma poi penso che mi direbbe “non è colpa mia, stiamo stretti”. Taccio.

Arriva la mia fermata, è l’ultima. Evviva sono libera. Esco dalla stazione e aspetto il pullman, anche qui tanta gente aspetta. Mi rompo di aspettare, tanto nella mia città nulla è puntuale. E’ una bella giornata, decido di farmela a piedi. Passo per un mercato, vedo delle prostitute.  Le vedo tutti i giorni e non so come comportarmi. A volte le guardo, vorrei sorriderle ma poi penso “che cavolo le sorrido a fare? Fanno una vita di merda”. Allora le passo accanto, e proseguo con un senso di sconfitta.

Cammino per la città dei miei sogni, per una ragazza di provincia il capoluogo è meta ambita. Respiro a fondo, penso che qui si respira un’aria diversa. Arrivo all’università, seguo i corsi affannandomi a prendere appunti utili, parlo con qualche collega. La mattinata trascorre veloce ed è già ora di pranzo. Quindi riprendo il treno sperando di trovare una situazione migliore della mattina. A volte succede e sono felice. Mi piace sedermi e guardare dal finestrino del treno, mi piace guardare lì fuori e immaginare qualcosa di bello.

Arrivo a casa e la solita scena ha inizio: metti a posto la spesa, prepara la tavola,  siediti, mangia e cerca di non farli arrabbiare. Ti chiedono: come è andata? Bene, è la risposta più conveniente. Se riesci a non farli arrabbiare non dovrai subire le loro urla. Ma ogni volta qualcuna dice quella parola di troppo, che boom… la bomba esplode. Inizia lo spettacolo che rivedo ogni giorno per due volte (pranzo e cena): voi siete delle pessime figlie, non fate niente, non valete niente, quelle delle altre famiglie sì che sono perle… e poi si arriva al fatidico “io alla vostra età”.

Mangio veloce, cerco di non ribattere, tanto è inutile e ieri che l’ho fatto mi sono sentita peggio, mi alzo e scappo in camera. Se tutto va bene non mi costringeranno a ritornare a tavola. Cerco di pensare ad altro, a cosa fare nel pomeriggio. Dovrei studiare, sì dovrei farlo. Studio. Poi non ce la faccio più, penso a lei. E’ la prima ragazza che mi piace. Non so che fare. Vorrei parlarne con qualcuna. Con le mie sorelle sarebbe fantastico, abbiamo costruito da pochi anni un bellissimo rapporto, adesso ci parliamo… ma sono lesbofobe. Non capirebbero.

Ne parlerò con la mia migliore amica, lei mi ha già ascoltato, sa tutto. Ci organizziamo, vado a prenderla a casa e poi andiamo a prendere un caffè. Ci sediamo,  salutiamo un po’ di gente, ci si conosce tutti/e in questa piccola provincia. Tutt* sanno tutto di tutt*. E’ asfissiante. Le chiedo di sederci ad un tavolino lontano da quell* che conosciamo, se no non riesco a parlare. Le parlo. Finalmente libera di sfogarmi. Le dico tutto quello che provo, le mie paure e le mie ansie. Lei mi guarda. Dice che lo so come la pensa, che per lei mi sto fissando ma quello che sento è forzato, non è quello che provo davvero.

Le dico che non è così, ma lei resta inflessibile. Mi sento sola, anche se so che lei non mi abbandonerà, ma allora perché ho paura che lo faccia? Che si allontani? Smetto di parlare delle mie cose e parliamo di altro. Il pomeriggio passa e arriva la sera. Usciamo con degli/lle amici/che. Bello. Arrivo a casa e cerco, tra le urla di mia madre che ci ribadisce quanto non serviamo e siamo inutili, di prepararmi. 

Mia madre vede che mi sto vestendo e inizia l’interrogatorio: dove vai, con chi, quando e a che ora torni. Le domande verranno ripetute più volte e alla fine, prima di uscire, sento: mi raccomando, non fare tardi. Scendo le scale, salgo nell’auto di chi mi è venuto a prendere. Penso che mio padre dovrebbe smetterla di impedirmi di prendere la macchina solo perché sono una donna. Se avessi un’auto potrei sentirmi autonoma, almeno un po’.

La serata è divertente, bevo e cerco di non pensare. Parlo con alcune persone, con quell* del gruppo  che credo mi possano capire e invece si comportano come i peggio maschilisti. Se dico che starei con più uomini, che forse legata ad un letto non sarebbe male mi guardano manco fossi la depravata di turno, poi parlo di lei e fioccano i "è solo una perversione", "ma ne sei sicura?" ecc..

Taccio perché oggi no, non posso affrontarli come faccio sempre, se no poi divento pesante e nessun* mi sopporta. La prossima volta risponderò. Lo faccio a fasi alterne. Ingoio il rospo e cambio discorso. Nel frattempo mio padre mi ha già chiamata venti volte per sapere se avevo intenzione di rientrare. Sono appena le 24, stanno esagerando. Ignoro volutamente le loro chiamate, poi mi ritrovo la mia migliore amica che mi guarda imbarazzata con il cellulare in mano. “E’ tua madre” mi sentirò dire. Le rispondo che non so quando ritornerò e che la macchina non è mia. Lei urla qualcosa dall’altra parte del telefono, sono abituata e non ci faccio caso, le dico che rientrerò tra poco e chiudo la conversazione.

Chiedo scusa alla mia amica per l’imbarazzo e cerco di non pensare a cosa accadrà quando rientrerò. Si và a prendere il cornetto o il caffè, per poi salutarci. Mi riaccompagnano a casa, cerco il nome sul citofono poi mi ricordio che finalmente dopo battaglie infinite mi hanno fatto quel dannato mazzo di chiavi. Ci sono voluti più di vent’anni ma ce l’ho fatta… che amara soddisfazione. Entri a casa, mia madre è lì che mi aspetta e con la faccia assonnata mi dice che mi ha aspettato tutta la sera, che lo so che se non ci siamo tutte a casa non riesce a dormire, che se questa sera non dormirà o dormirà poco sarà colpa mia.

Mio padre lo sentirò domani a pranzo a ripete più o meno le stesse cose e ad intimare di chiudermi fuori casa la prossima volta. Vado a dormire, ma prima mi strucco. Sono stanchissima ma non riesco a prendere sonno. Penso che domani più o meno sarà così e che vorrei riuscire ad essere più libera e a parlare di più, e soprattutto vorrei vivermi questa infatuazione o quello che è, perchè mi stanno facendo venire i dubbi, come tutte le altre. Vorrei che il fatto che sia una lei non cambiasse nulla. Spero che domani sia diverso. Chiudo gli occhi.

Posted in Fem/Activism, Omicidi sociali, Storie violente.


2 Responses

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  1. paola says

    Cara postatrice, vedo che certe discutibili abitudini di tanti genitori resistono attraverso i decenni, e la cosa non mi è di gran conforto, ma sembra che faccia parte del ruolo genitoriale, e tant’è. Peggio, invece, per la lesbofobia maschilista degli amici, questa è più grave. Ma tu resisti, e cerca solidarietà tra chi non ha fobie… e sopratttuttto, non mimetizzarti, ti assicuro che la situazione si complicherebbe!
    Auguri per la tua vita.

  2. kuna says

    quante storie simili a questa esistono…troppe