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La famiglia: quel luogo in cui le donne vengono educate alla dipendenza da relazioni sbagliate!

Quante sono le donne che possono seriamente dire di essere uscite indenni dalla vita trascorsa in famiglia?
Quante sono davvero sopravvissute? Chi non ha riportato ferite ed handicap gravissimi che rendono loro tanto più difficile il presente?

Quante sono quelle che continuano a rimuginare rancori e si portano dentro una tale dose di veleno da non riuscire a vivere con serenità?
Dove sta dunque l’amore familiare, quello di cui si parla tanto, la leggenda dell’amore disinteressato, quello in cui nessuno mai ti fa del male e ti ricatta e poi ti usa e infine ti molesta inevitabilmente fino alla fine dei tuoi giorni?

Ci sono donne che in famiglia sono cresciute tutte intere, in un modo o nell’altro, sperimentando quel piccolo nucleo sociale come preparazione a quell’altro un po’ più ampio che è rappresentato dalla società.
Donne che hanno affrontato i conflitti e li hanno superati o comunque li hanno capiti fino in fondo e hanno fatto pace con se stesse e con le proprie famiglie.

Ci sono donne, invece, e sono la maggior parte, che da quelle famiglie sono venute fuori devastate, senza speranza o prospettiva futura, e quello che è più grave è che ogni loro disagio viene attribuito a qualunque cosa meno che alla famiglia di provenienza.
Perché la famiglia non si tocca. La famiglia non si analizza. La famiglia non si mette in discussione.

Cos’è in fondo una famiglia? E’ un primo nucleo di società in scala ridotta dove c’è generalmente un capo, che quasi sempre corrisponde alla figura maschile, una operaia che esegue ordini e assicura la continuazione della specie, che è la donna, e poi ci sono i figli che dovrebbero crescere per avviare altre famiglie all’infinito senza smettere mai.

In quel piccolo nucleo sociale accade di tutto. Le donne possono essere uccise, violentate, offese, insultate, ricattate, messe a tacere, intimidite, terrorizzate, schiavizzate. Quando le donne si difendono viene contestata la loro aggressività. Se si separano allora vengono punite perché interrompono un circolo vizioso che non ammette difetti. E’ una macchina rodata a suon di frustate e la catena di montaggio non può cessare neanche se l’ingranaggio si inceppa e c’è qualcuno che vuole dare vita ad una nuova catena produttiva.

Le donne di famiglia crescono accanto a qualcuno che non riconosce mai i loro meriti. Nella migliore delle ipotesi la disistima viene instillata a parole, a gesti, con gli sguardi, con meccanismi relazionali che comunque non arrivano a livelli di rottura definitiva.
Nella peggiore delle ipotesi la disistima coincide con le botte, il mancato riconoscimento coincide con gli insulti, le urla, la violenza.

Dovete capire che un bambino o una bambina quando crescono in famiglia non hanno chiaro in testa che i genitori sono persone imperfette e molte volte un po’ stronze. Non hanno gli strumenti per potersi confrontare e per poter distinguere senza subire le conseguenze di quegli atteggiamenti.

Se un bambino o una bambina vengono insultati o picchiati dovranno impiegare anni e anni prima di comprendere che non c’è mai una ragione plausibile perché i bambini possano essere insultati e picchiati.
Non esiste un motivo, ma proprio nessuno, per cui un adulto possa terrorizzare e intimidire il proprio figlio o la propria figlia, così come non esiste ragione per cui un uomo possa fare violenza su una donna.

Invece accade spesso e accade che le figlie, e scusate se ci concentriamo su quelle sebbene i figli ci interessano tutti, siano punite, ricattate o aggredite in un meccanismo che insegna loro che le botte coincidono ad una “giusta reazione” dovuta ad un cattivo comportamento.

Sin da piccole ci dicono che altri hanno il diritto di insultarci e farci sentire difettose e accompagnano insulti e sberle con la frase “è per il tuo bene” oppure “te la sei voluta”.

L’educazione a recepire la violenza come un dato di fatto dal quale non si può sfuggire viene impartita proprio a cominciare dalla famiglia e in qualche caso dai sistemi educativi, la scuola, altri contesti sociali.


Una bambina
sviluppa la propria autostima sulla base del giudizio dell’adulto che si trova a fianco e se quell’adulto distrugge quell’autostima, la disprezza, mina fortemente la sua sicurezza, e la educa a immaginare che l’unica forma di relazione possibile con chiunque altro dovrà passare attraverso il meccanismo premio-punizione, allora quella figlia diventerà dipendente da quelle modalità.

Diverrà una persona che ha sempre bisogno di conferme perché non riesce a trovarne dentro di sé e da adulta si troverà ad avere a che fare con uomini che useranno la lusinga se lei mostrerà di compiacerli e il disprezzo se lei non farà esattamente quello che loro vorranno.

Quello che viene fuori dalle famiglie è una donna asservita, già frustrata prima di definire la propria individualità, che non riesce a recuperare in autonomia, che dipende dal senso di utilità che gli rimanderà indietro la persona con la quale ha a che fare.

Tante donne che non sono state esattamente incoraggiate e apprezzate in famiglia poi si sono ritrovate ad avere a che fare con uomini apparentemente bisognosi che imprimevano proprio attraverso quel “bisogno” il proprio potere nel rapporto di coppia.

“Ho bisogno di te” in fondo significa questo: c’è lui che ti sta dando la chance di colmare questo bisogno ed è nella soddisfazione del SUO bisogno che sta tutta la tua utilità.
E’ lui che domina, che ha gli strumenti per produrre ricatti e violenze psicologiche, che può farti sentire utile o perfettamente inutile. E’ lui il padrone e tu sei il suo cane. Lui lancia l’osso e tu lo raccogli. Se lo raccogli come lui vuole ti dirà che sei tanto brava. Se non lo raccogli o lo raccogli un po’ come pare a te ti dirà che sei meno di niente.


E il problema
è che il tuo umore dipende dalle sue variazioni d’umore e che tu dipendi completamente dai giudizi altrui senza aver maturato mai, nel frattempo, un solo grammo di autostima.

Di uomini che dominano donne cresciute con un grande vuoto di autostima e sicurezza ce ne sono tanti.
Il rapporto è di reciproca dipendenza. Lui è quello che dovrebbe essere salvato e lei dovrebbe essere la salvatrice.
Può capitare anche il contrario e in quel caso è abbastanza sconvolgente vedere come comunque gli uomini abbiano la capacità di abbattere le donne più vigorose per ridurle a casi umani e poi assisterle, perché è quello il ruolo che essi vogliono sostenere, quello in cui hanno pieno controllo della situazione.

In un modo o nell’altro le donne restano in balìa di situazioni assurde perché dipendono dall’altro, attendono un riconoscimento, un riscatto che non arriverà mai.
Non ci sarà un solo uomo che vi aiuterà ad uscire da una dipendenza e anzi quando si accorgerà che state per interrompere il gioco loro innescheranno altri meccanismi per riportarvi indietro. Tenteranno di provocarvi, di attirare la vostra attenzione, di accentrare tutto come hanno sempre fatto.

Il soggetto che concede assistenza in modo coatto perché vuole che gli si dica “bravo” (come il caso di quei mariti che patologizzano le loro mogli portandole dallo psichiatra e imbottendole di psicofarmaci per averle sotto il proprio controllo) e quello che si fa assistere perché vuole il potere di vita e di morte della donna con cui vive hanno comunque una cosa in comune.

Trovano donne che sono impreparate ad affrontarli e scansarli. Trovano donne addestrate alla dipendenza che prima di ammettere che quegli uomini sono esseri atroci impiegano anni e anni.
Non perché non ne abbiano le capacità, ma perché per comprendere i limiti dell’altro bisogna prima operare una decostruzione e una analisi totale della propria vita.

Le donne che aprono gli occhi per se stesse vedono anche l’altro per quello che è.
Le donne che sono pronte a misurarsi con i propri limiti e le proprie fragilità saranno perfettamente in grado di vedere i limiti dell’altro. Per vedere i limiti dell’altro bisogna togliere di mezzo il proprio senso di colpa, a volte la vergogna, per aver sopportato per anni situazioni terribili.

Questo percorso non ha nulla di semplice e spesso trova ostacoli violenti.
Per ogni donna che apre gli occhi c’è un uomo che non è in grado di esistere da solo come persona adulta, ce n’è uno che non è in grado o non ha voglia di crescere altrettanto e insisterà nell’applicare quel meccanismo premio-punizione (ti picchio perché te la sei voluta, hai fatto qualcosa che mi ha fatto arrabbiare) come se lui fosse sempre il centro del mondo.
Non si rassegnerà con facilità e tenterà comunque di rimettersi al centro dell’attenzione e non sarà quasi mai intenzionato a coesistere in maniera equa con la parte di voi donne che si risveglia e che richiede eguale spazio di esistenza.

L’altro ostacolo è dentro di voi. Dovete perdonarvi. Dovete volervi bene. Dovete vedervi come persone fragili contestualizzando la vostra fragilità senza dimenticare mai le responsabilità che voi avete verso voi stesse.


Avete diritto
di andare avanti, di scoprire che il mondo è bello senza dipendere da nessuno, di recuperare vera autonomia che non è semplicemente quella economica ma è innanzitutto quella emotivo/affettiva.


Quando
riuscirete ad andare avanti per la vostra strada senza lasciarvi demolire dai giudizi altrui avrete raggiunto un livello di autonomia mentale, creativo, ideale, emotivo e affettivo che vi darà la spinta per fare tutto il resto.

Non vi daranno fastidio gli insulti del vostro ex, giacchè non vi aspetterete certo che sia lui a dovervi dire che la vostra crescita, l’aver aperto gli occhi a tal punto da indurvi a separarvi da lui sia una cosa fantastica.

Vi dirà sempre che voi siete “sbagliata” perché non fate più il cagnolino che riporta indietro l’osso. Perché pretendete un tipo di rapporto diverso, che si fonda su altri presupposti, in cui voi avete diritto ad eguale dignità.

Se riuscite a liberarvi del passato avrete un grande presente.
E non potrà esserci nessuno che vi farà vacillare. Nessuno mai potrà farvi tornare indietro o procurarvi dubbi circa le vostre scelte.

Sarete libere. Libere di fare la cosa giusta o di sbagliare.
In ogni caso, finalmente, avrete un vero rapporto con voi stesse che non è mediato da niente e da nessuno.
E diteci se è poco.

Posted in Fem/Activism, Narrazioni: Assaggi, Pensatoio, Scritti critici.


5 Responses

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  1. Lorenza says

    la donna sarà libera solo quando sarà libera dal vincolo della famiglia. Per questo io propongo (e non solo io) una società basata sulla tipologia matriarcale, dove la donna (e così anche l’uomo) non è più imprigionata nel vincolo della famiglia e del matrimonio, le relazioni sono affettive e non amorose, esiste una cooperazione più effettiva tra gli appartenenti del gruppo o della comunità, la sessualità non è più imprigionata (da cui, invece, oggigiorno derivano tutte le forme di perversione e violenza), dove tutti i bambini possono rivolgersi a tutte le persone che lo compongono come madre o padre. http://unanuovaera.wordpress.com/…l-matriarcato/

  2. fikasicula says

    cristina, il senso è proprio quello che dici tu. ma se una donna non apre gli occhi non potrà fare tutto il resto e bisogna dirlo che non è una cosa semplice, altrimenti ci diciamo soltanto bugie.

    la fase successiva possiamo scriverla e la scriviamo tutti i giorni ovvero potresti scriverla tu e darci una mano a parlarne a partire dal tuo punto di vista. noi ne saremmo felici.

    ciao

  3. cristina says

    “Per ogni donna che apre gli occhi c’è un uomo che non è in grado di esistere da solo come persona adulta” – ma per ogni donna che apre gli occhi ci sarà un figlio o una figlia che cresceranno più consapevoli e saranno in grado di creare relazioni sane e costituire famiglie sane.

    Questo articolo è dolorosamente necessario e formalmente corretto, ma troppo troppo semplicistico, pessimista, negativo.
    Si considera un solo punto di visa all’interno di un argomento complesso e fortunatamente più ricco di così: se tutto fosse così determinato, che senso avrebbe crescere, coltivare autocoscienza e consapevolezza, “aprire gli occhi”?

  4. m.g. says

    mi salverò questo articolo per rileggerlo ogni tanto.è talmente vero che ho le lacrime agli occhi. purtroppo arrivo da un contesto familiare violento, brutale, dove il padre padrone ha imposto la sua legge a suon di botte e ricatti psicologici e chissà che altro. io non ne sono ancora uscita fuori, la mia autostima alle volte è a pezzi, tante volte sono stata quella che si ribellava e che si meritava botte e umiliazioni perchè se la cercava. e questo modello me lo sono portata dietro con una mole di rabbia che alle volte non riesco a controllare e che spesso mi si ritorce contro. in questi contesti, come sempre, è la donna a pagare più di tutti. o vittima o strega cattiva che non si sottomette. al figlio maschio viene perdonato tutto, la femmina viene annullata e massacrata dentro e fuori. costruire rapporti sani e autonomi fuori da questi contesti è difficile e duro, io faccio attenzione a tutto, non abbasso mai la guardia, combatto e non mi arrendo anche se cercare di capire cosa è rimasto dentro di me sotto le macerie e sotto tanta rabbia è un lavoro estenuante. grazie perchè date senso alla mia rabbia, perchè non mi sento la sola, perchè non voglio più essere vittima e voglio poter odiare chi mi ha messo al mondo e mi ha rovinato la vita senza sentirmi dire sempre “in fondo è tuo padre”. vaffanculo.

  5. elis says

    grazie per questo post, mi ci sono riconosciuta molto e mi serviva qualcuno che mi desse una scrollata -anche virtuale- in questo momento.
    E’ vero che la famiglia viene descritta come luogo d’amore e poi è proprio il primo posto in cui si viene denigrate, anche dalle donne stesse, a quante di noi la propria madre ha detto “devi fare questo o quellonon devi vestirti cosìnon dovresti fare questo PERCHé SEI UNA SIGNORINA” ? il tutto di solito condito da un padre totalmente indifferente, se non ostile. E poi si finisce per attaccarsi al primo uomo che ci fa sentire bene anche solo per un attimo, perchè crediamo di dovergli essere grate per essere il primo che ci apprezza, e sopportiamo perchè non vogliamo finire di nuovo da sole, non vogliamo ricominciare di nuovo una vita senza la certezza che a qualcuno piacciamo a volte, da qualche parte. Il punto è capire che l’unica persona a cui dobbiamo piacere siamo noi stesse, dobbiamo andare a testa alta e troncare i rapporti appena iniziano a non farci più stare bene, appena inizia a esserci qualcosa che non va. E non dobbiamo inventarci giustificazioni per quello che abbiamo fatto per coprire quella vocina dentro che ci dice che abbiamo sbagliato, che dovevamo accontentarci perchè adesso moriremo da sole e nessun’altro ci vorrà. Purtroppo non è facile, ma spero che con questo post invoglierete qualcuna a provarci.
    scusate se mi sono dilungata =)