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Le 13 rose. Forme di coesione sociale e delle donne di partito in italia

"Le 13 rose" è un film di Emilio Martínez Lázaro. Siamo alla fine della guerra civile spagnola e ha vinto il dittatore fascista generale franco. Tredici ragazze della brigata socialista si riorganizzano per una semplice azione di informazione dei cittadini. Un volantinaggio. La diffusione di una idea che costerà loro la morte.

Non è un bel film anche se forse può essere visto. Sembra una fiction ritagliata per canale cinque dove i maschi fanno i maschi e le femmine fanno le femmine senza nessuna confusione dei ruoli. Ci sono gli schemi delle misoginia solita applicata a questo genere di storie, la donna che denuncia invece che i maschi che al passaggio dei fascisti fanno il saluto nazista. Una eccessiva retorica sulla differenza tra colpevoli e innocenti. Tra quelli che immaginavano azioni di resistenza civile e quelli che pagarono per "errore" giusto perchè furono considerati complici di altri ai quali, per esempio, prestarono del denaro. C’è la costruzione di queste personalità femminili, spavalde, giovani, ma quasi caricaturali. Imperdibile è la donna, cattolica ma "giusta", che finisce tra le 13 per sbaglio la cui fucilazione viene descritta come se fosse la crocifissione delle madonna. Mancava solo l’aureola e per il resto c’era tutto.

Detto ciò quello che emerge, sebbene in maniera assai schematica, appiattita su una divisione binaria che decontestualizza tutta la questione dalla guerra precedente, dalla resistenza, dalle tantissime donne e i tantissimi uomini antifascist* morti, fucilati, trucidati dai franchisti, è che nel corso di una dittatura la circolazione delle idee è quella che subisce la peggiore repressione. C’è il ricatto alla popolazione costretta alla delazione per non subire pene detentive, torture o pena di morte. C’è la paranoia costante del dittatore di dimostrare la propria potenza riuscendo a prendersela con un gruppo di ragazzetti senz’armi accusati niente di meno che di progetti di assassinio al generale. C’è la criminalizzazione dell’opposizione politica e c’è la criminalizzazione della solidarietà. Un po’ come in italia che si viene arrestati se si dimostra solidarietà nei confronti degli stranieri.

Viene fuori la dittatura in tutto il suo orrore, nella sua esibizione muscolare di prevaricazione, limitazione delle libertà civili e individuali, dove l’unica forma di coesione sociale che viene favorita è quella contro un nemico e il nemico diventa l’opposizione.

C’è un che di familiare in questa modalità di costruzione sociale che evidentemente è difficile scrollarsi di dosso e che ricorda molto anche l’italia. Un paese in cui è possibile fare ricerche su ricerche sulla sociologia dei gruppi per arrivare sempre alla medesima conclusione: non c’è mai una forma di coesione per costruire. C’è sempre una coesione per distruggere. L’unica forma di coesione sociale che si riesce a realizzare è di fronte ad un nemico, oggi berlusconi, domani chissà. 

Tale prassi è quella che spinge le persone a raggrupparsi per vincere la paura che altri, consapevolmente hanno indotto. Perchè la paura è il collante e l’altro, il diverso o la diversa, sono i nemici.

Il gruppo che si coalizza per opporsi al nemico berlusconi non è sociologicamente e antropologicamente diverso dal gruppo che si aggrega contro il nemico straniero/immigrato. Si tratta comunque di aggregazioni con obiettivi a soggetto. Non si persegue un’idea. Si demonizza l’avversario. Berlusconi, bin laden, etc etc, come se quei governi senza di loro sarebbero diversi.

Tali forme di aggregazione sono trasversali ai generi, alle classi sociali, alle etnie, alle culture. Più sono visibili le differenze interne più è necessario un nemico esterno per rimuovere i conflitti, evitare confronto e crescita ed eliminare alla base la possibilità di forme di coesione che progettano, crescono, si sviluppano e un giorno, chissà, potrebbero perfino diventare un ricambio culturale, prima che politico e sociale, in italia e altrove. E’ una formula che appiattisce le differenze e che è utile al bipartitismo ipocrita (vale per pd e pdl) in cui tutti dicono che hanno grandi partiti con enorme dialettica interna (tutte cazzate) e nei quali per stare uniti e per far stare buona la base devono immaginare il comunista mangia bambini da una parte e il dittatore dai poteri extrasensoriali dall’altra (su questo stesso schema ha tentato di muoversi il risorto "femminismo" delle donne di partito – del pd – riferendosi al dibattito sesso-potere – nemico unico: berlusconi – dello scorso novembre).

Un gruppo che strozza idee, diversità e alternative in nome di un elemento di coesione di questo genere non sarà mai temibile per chi dirige e governa perchè sarà sempre impegnato in una guerra che non esiste. 

Fintanto che c’è chi riterrà che la crescita di ciascuno possa rappresentare una limitazione per chiunque altro allora è indispensabile comprendere che esistono forme di convivenza con regole create secondo il principio dell’autodeterminazione dei popoli, delle culture, delle etnie, dei generi, di tutti e di tutte. Che quello dovrebbe essere l’obiettivo e non la costante guerra contro qualcuno.

Tutto ciò, però, riguarda molto poco il pessimo film ma scaturisce da altre riflessioni dovute a letture e studio che ahinoi in quel film non troverete. Comunque la pensiate, buona visione.

Posted in Anticlero/Antifa, Omicidi sociali, Pensatoio, Vedere.