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Perchè le donne che subiscono violenza maschile devono nascondersi?

Quando vieni fuori da una storia dolorosa, di quelle che ti lasciano segni sul corpo e sull’anima, per prima cosa pensi a difenderti. Quando la persona che ti ha procurato quelle ferite ciclicamente ricompare nella tua vita per dirti che lui c’è, è lì, non ti ha dimenticata e non ti permette di dimenticarti di lui, nonostante il fatto che lui abbia un’altra famiglia, nonostante sappia che tu hai un’altra vita, lui resta legato a quel passato e tu sei obbligata a farlo con lui.

Caterina, la chiameremo così, ha vissuto una storia pesante, di quelle che dimentichi con difficoltà. E’ una sopravvissuta, come tante tra noi, che ha continuato ad esistere dovendo però modificare tutta la sua vita.

Se vivi in un piccolo paese, se non ti è permesso uscire fuori di casa perchè lui attraversa quelle strade come un signorotto ottocentesco, arrogandosi il diritto di esistere disseminando denigrazioni per acquisire legittimazione sociale, a te non resta che andartene. 

E se anche decidi di cambiare vita, lavoro e città, con tutte le difficoltà che questo comporta, prima o poi lo vedrai riapparire nella tua esistenza perchè per lui quel legame non si è mai concluso.

A Caterina è capitato di ricevere qualche telefonata. Chiamate fatte a verifica di un legame che era concluso. Lui diceva "pronto", lei diceva "pronto, chi parla?" e lui inscenava la sua pantomima aggressiva:

neanche mi riconosci?

ma chi sei? 

sei tu che mi devi dire chi sono… le persone non si dimenticano così…

ahhh, ecco chi sei. Senti: non ho più familiarità con la tua voce, non parliamo da anni, per me sei un fantasma che spunta dall’oltretomba. Pretendi che io mi ricordi di te?

ah, per te sono un fantasma?

ma cosa vuoi? per quale motivo hai chiamato esattamente?

per farmi dire che sono un fantasma…

ah, davvero? ma prova ad andare avanti… pensi di avere il diritto di intrufolarti nella mia vita quando vuoi e ti aspetti perfino che io sia lì pronta a ricordare come se non fosse cambiato nulla?

La conversazione andava avanti in questo modo fintanto che lui trovava altre innumerevoli ragioni per fare l’offeso e lei, nel bel mezzo di una dimensione kafkiana, finiva per mandarlo a quel paese e dirgli di non chiamarla mai più.

Ad ogni conversazione, man mano che il tempo passava, tutto diventava sempre più surreale. Lui che giudicava le scelte di lei e lei che provava a dirgli che non ne aveva il diritto. Lui che la disturbava in ore assurde della sera e lei che gli sbatteva il telefono in faccia. Lui che la rimproverava perchè pretendeva di essere riconosciuto immediatamente ad ogni "pronto" e lei che malediceva il giorno in cui qualcun@ gli ha dato il numero telefonico. Pensate quanto sarebbe stato più grave se ci fosse stato di mezzo un figlio…

Le persecuzioni non avvengono sempre in modo plateale. Ci sono metodi insidiosi, insistenti, tenaci e costanti ma più a lunga scadenza. E quei metodi superano le barriere chilometriche, telefoniche, vincono perfino sulla credibilità della vittima e vincono.

Caterina vive così da vent’anni ed è un tempo assai lungo considerando che lei ha rinunciato ad avere qualunque tipo di contatto con lui. Ha chiesto la separazione legale, non ha voluto alimenti per non avere più alcun contatto con lui, si è fatta aiutare dalla sua famiglia e ha cambiato città e regione.

Pensava di aver messo tanti chilometri tra lei e il suo ex. Pensava di essere al sicuro, di non dover più provare la sensazione provata mentre lui la perseguitava, le sfondava la porta di casa, la aspettava all’uscita dal lavoro per farle scenate. Pensava di non dover più ricordare il momento in cui l’aveva stuprata e picchiata. Pensava di non dover più ricordare il momento in cui l’aveva lasciata senza vita. Caterina è una donna forte e si è risvegliata. Non ci sente da un orecchio, ha fortissimi mal di testa per la lesione al cranio, ha la trachea riparata e le costole ricalcificate e doloranti ma è viva.

Caterina ora ha un’altra storia, un compagno, un figlio, una famiglia che le vuole bene, una vita che tutto sommato le piace anche se ha dovuto reinventarsi, lasciare affetti e certezze altrove per ricominciare. Non ce l’avrebbe fatta senza la sua famiglia perchè in giro per il mondo non c’è nessuno che aiuta le donne vittime di violenza e le parole di solidarietà restano solo parole. Per vivere ci vuole altro. 

Quando cambi città e vai in un posto in cui nessuno ti conosce e in cui tu non conosci nessuno sei una persona senza storia. Ci sono tante donne latitanti in giro per il mondo, che si nascondono per sopravvivere, che tentano di trovare uin po’ di serenità e nessuno le aiuta. In nessun posto c’è uno speciale sportello in cui puoi andare a mostrare le tue ferite per chiedere un sostegno. 

Caterina ci racconta queste cose perchè immagina che tante altre donne possano avere i problemi che lei ha avuto e che ha superato solo per puro caso e per una serie di coincidenze fortunate.

Il problema che si pone oggi è però un altro. Tutte le amiche di Caterina stanno su facebook e le chiedono di attivare un account.

Lei lo fa e per farsi rintracciare dalle amiche mette una sua foto, il suo nome e cognome e descrive in qualche modo la sua identità.

Dopo un po’ scopre che su facebook c’è anche il suo ex marito e allora utilizza tutti gli strumenti per la privacy che sono consentiti per diventare invisibile. In un modo o nell’altro il suo ex marito è riuscito ad ottenere "l’amicizia" di una sua conoscente e dunque a vedere tratti di conversazioni in cui lei interagiva. Caterina ha eliminato la conoscente e dopo un po’, però, si è chiesta se tra le persone con account sconosciuti che le chiedevano amicizia per un motivo o per l’altro non ci fosse anche lui con un nick name falso.

Caterina ha finito per cancellare il suo account e per tornare all’uso del telefono e delle mail per restare in contatto con le amiche.

Il punto sul quale lei si concentra, a prescindere da facebook del quale non le importa niente, è che questo genere di strumenti sovraespongono, sul piano della scarsa tutela della privacy, le persone che come lei dovrebbero essere tutelate. Un falso problema in realtà perchè il web è interamente un luogo di sovraesposizione perchè non tutela l’anonimato e la privacy di nessuno. Bisogna esserne consapevoli e scegliere come e perchè usarlo.

Abbiamo avuto un lungo scambio di mail e alla fine diciamo qui quello che abbiamo detto a lei.

Sappiamo perfettamente, anche per esperienza personale, cosa voglia dire tentare di ritrovare equilibrio e serenità mentre c’è qualcuno che continua a perseguitarti per anni ma proprio perchè lo sappiamo siamo assolutamente certe che nascondersi non è la soluzione.

Non è Caterina a dover vivere una latitanza, lontana da tutto ciò che le è caro, costretta a vivere una vita a metà, a non respirare a pieni polmoni, a non consumare tutto l’ossigeno disponibile, a non calpestare il suolo delle strade che l’hanno vista crescere e a dover spezzare il legame con le sue radici. 

E non è certo il suo ex marito, tracotante, arrogante, invadente, persecutorio, ingombrante, a poter occupare tutte le strade del suo paese, reali e virtuali, a riempire le strade reali e virtuali della sua versione dei fatti nonostante pendano su di lui denunce per percosse, maltrattamenti e violenze, con tanto di certificati medici allegati, ritirate da Caterina solo per spezzare definitivamente il rapporto che aveva con lui, per non trascinarlo ancora, per non vederlo mai più, per andare avanti.

L’italia, così come il mondo, è piena di donne invisibili che attraversano le strade a testa bassa mentre uomini arroganti parlano per loro. Se chiudi le orecchie quando parlano senti la voce degli uomini ventriloqui venire fuori dalle loro bocche. Senti che la voce dei maschi prevarica su tutto e su tutte e che quelle donne sussurrano appena i loro bisogni, piene di sensi di colpa, senza coscienza dei propri diritti perennemente negati. Sono tante le donne che vivono strisciando, in silenzio, senza fare rumore, e quelle che invece diventano visibili, non strisciano, parlano con parole proprie, fanno rumore, vengono additate come sovversive e vengono minacciate, intimidite, uccise, offese, insultate, perseguitate.

L’italia è piena di donne rassegnate che "levano l’occasione" (come si dice dalle nostre parti), che sostengono che se sai che lui è una merda allora sei tu che devi cambiare strada perchè se ti succede qualcosa è un po’ come se te la cercassi, che affermano che devi essere tu a dover abbassare i toni "perchè noi siamo donne e le donne sono più femminili e pacate", che ti richiamano all’ordine se te ne fotti di tutte queste raccomandazioni da caserma e se smetti di fare il soldatino gentile e obbediente, che ti rimproverano di essere "troppo aggressiva" se imprimi nei luoghi e con le persone a cui tieni il tuo diritto di esistenza.

Ha fatto male Caterina a non esigere gli alimenti. Ha fatto male a cambiare città e regione per colpa dell’ex marito, a vivere tutte le difficoltà che ha vissuto addossandosene tutte le conseguenze, ha fatto male a ritirare le denunce per maltrattamenti perchè un tentato omicidio non si può lasciar correre e uno che tenta di ammazzarti una volta senza che nessuno lo responsabilizzi circa la sua azione immagina di poterlo fare ancora e ancora. Ha fatto male Caterina a cancellare il suo account su facebook per questo motivo (per mille altri invece va benissimo!). Che lei tuteli la sua privacy è un fatto ottimo. Che lei impari ad usare gli strumenti del web con consapevolezza è fantastico ma che lei trasformi il web in un riflesso del suo mondo reale in cui è sempre lui a vincere non va bene per niente.

I maschi usano il web come ulteriore luogo di squadrismo. Si alleano per cacciarti via e per farti tacere se gli stai sulle scatole e dici cose scomode. Lo fanno con le donne che conoscono e con quelle che non conoscono.

Il web non appartiene agli uomini esattamente come la realtà. Caterina ha sbagliato a fare quello che ha fatto perchè si è condannata ad una esistenza in cui lei continua a scappare e lui comodamente si permette di perseguitarla.

Ha sbagliato ma era sola, in un tempo, come d’altronde anche adesso, in cui nessuna legge poteva aiutarla, perciò la comprendiamo e ogni nostra parola è dovuta per rispetto e sorellanza, per andare oltre la solidarietà retorica. Se Caterina avesse avuto questo problema ora e ci avesse scritto non l’avremmo lasciata sola. Piuttosto ci saremmo accampate per le strade del suo paese per stabilire un principio sacrosanto: lei è una vittima e non la colpevole. Non è lei che deve nascondersi.

Stabilire che lei è una vittima non significa accettare che le donne siano sempre viste solo come vittime o solo come carnefici (il solito sante o puttane!). C’è una via di mezzo che è quella della rivendicazione, quella in cui smettiamo di essere vittime per diventare protagoniste della nostra esistenza. Vivere senza avere la forza di rivendicare spazio per se’ significa condannarsi al ruolo di vittime in eterno ed è proprio quello che vogliono fare tutti, con ogni immagine afflitta e sofferente accostata ad ogni notizia che parla di violenza sulle donne, con ogni messaggio che presenta le donne mai con ruoli attivi, arrabbiati, come soggetti legittimati a esigere diritti. Possiamo solo piangere, accettare consolazione formale e basta.

Il principio che stabilisce questo punto di partenza va rivendicato sempre sebbene sia assolutamente necessario che le donne abbiano luoghi protetti in cui rifugiarsi per sfuggire alle violenze. Avere rifugi, che non a caso lo stato non finanzia, significa stabilire con nettezza la separazione tra chi va tutelata e chi va perseguito.

Caterina ha diritto a vivere pienamente, come vuole, quanto vuole, la realtà esattamente come il web. D’altronde è quello che noi abbiamo sempre detto: abbiamo diritto di attraversare il mondo e il web senza essere costrette al silenzio.

Un abbraccio a Caterina e a tutte le donne che vivono una situazione come la sua.

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Posted in Corpi, Fem/Activism, Misoginie, Omicidi sociali, Storie violente.


One Response

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  1. Chiara says

    Aggiungo il mio abbraccio a Caterina….
    Un abbraccio di solidarietà tra donne, un abbraccio perchè le donne devono continuare a credere in se stesse e nella loro sorellanza…

    Chiara