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Una normale sacra famiglia italiana

Non ho avuto una infanzia semplice. Mio padre era un uomo severo e mia madre quando non finivo di fare i lavori di casa mi dava botte col bastone. Dovete farci caso, il legno è una componente fondamentale delle punizioni in famiglia. Si dice infatti, legnate, mazzate.

Ho sposato un uomo abbastanza violento. Era inevitabile. Per lui io ero una ignorante, con un diploma scarso di terza media, ero quella che non aveva capacità di gestire i soldi. Spendacciona, mi chiamava, perché i soldi che mi dava per la spesa non bastavano mai e in realtà era lui che non aveva idea di quanto fosse costoso quello che era necessario per campare.

A tavola io ero la serva, la mia opinione non veniva mai presa in considerazione. In questo mio marito era d’accordo con i figli, tutti studenti. E dire che ne avevo cura come fossero gioielli. Non gli chiedevo neppure di sparecchiare perché una mamma deve fare la mamma e i figli devono crescere bene, questo dicevo a me stessa, questo avrei preferito avesse fatto con me mia madre.

Persino la figlia femmina mi si rivoltava contro, eppure la proteggevo da suo padre e lei neppure se ne rendeva conto. In quella casa io ero solo una sguattera e tutto quello che cercavo di fare per la mia famiglia era deriso, bollato come cosa ridicola, sorpassata, senza valore.

Ho cercato di amarli, eccome se ho cercato. A mio marito cucivo l’orlo dei pantaloni, rammendavo calzini e riattaccavo bottoni. Le sue camicie erano sempre stirate e il pranzo pronto in tavola quando lui ne aveva bisogno. A mia figlia non permettevo di bagnarsi le mani neppure per lavare un piatto, le cucivo vestiti che le stavano d’incanto e mi mangiavo gli occhi per ricamare il suo corredo. Io non ne avevo mai avuto uno. Mia madre non aveva abbastanza soldi per comprarmi niente e non volevo che mia figlia avesse bisogno di lenzuola, tovaglie, coperte, asciugamani, nel caso in cui avrebbe deciso di andare a vivere lontano da noi.

Mio figlio a volte mostrava un po’ di gratitudine. Mi dava un bacio sulla guancia e poi usciva. “Quando torni?” “non lo so ma’…” e se ne andava scocciato, sbattendo la porta. L’altro figlio, il piccolo, stravedeva per suo padre e lo imitava in tutto, perché i figli vuoi o non vuoi somigliano sempre ai padri. Alle madri no, soprattutto se sono meno che comparse, serve silenziose che non devono disturbare.

Aveva appena 5 anni e già imitava il tono che usava mio marito per dirmi di correre a prendergli una maglia dal cassetto, quello solito, che avrebbe potuto perfettamente aprire da se.

Per anni ho dovuto sorbirmi anche la suocera. Mi si piazzava in casa e dovevo servirla e riverirla perché “aveva fatto tanti sacrifici per i figli, poverina”. E io? Non facevo forse dei sacrifici io? Quando ero piccola mia madre mi diceva sempre che avrei potuto considerarmi fortunata se fossi riuscita ad avere la mia famiglia e ora che ce l’avevo mi sembrava tutto meno che una fortuna.

Mio marito mi terrorizzava. Quando lui tornava tutti dovevano fare silenzio. Non doveva volare una mosca, non si doveva ridere, scherzare, cantare, ballare, ascoltare musica. La regola valeva per tutti e dunque era ovvio che prima o poi i figli si sarebbero ribellati. Man mano che crescevano stranamente me li ritrovavo complici. Mi sentivo la loro sorella maggiore, quella con più responsabilità. Finalmente aveva un senso anche tutto il lavoro che facevo per loro e lo facevo volentieri perché meritavano tutto il mio impegno. Avrei fatto di tutto per farmi amare da loro. Per farmi considerare qualcosa di più che una stupida, come spesso mi chiamava mio marito.

Ogni volta che c’era una discussione mia suocera si metteva in mezzo e quando morì, grazie al cielo, ebbi una nemica in meno. Non se ne andò in modo discreto, no. Mi fece sputare sangue fino al suo ultimo respiro. Persino da malata, completamente rincoglionita, bagnata fradicia di piscio e talvolta piena di cacca che le usciva dalle mutande, continuava a darmi ordini. Al suo funerale dovetti consolare mio marito che era tanto dispiaciuto della perdita e anche suo fratello, dispiaciuto pure lui, venuto a gettare lacrime di coccodrillo e a pretendere la sua parte di eredità assieme alla consorte. Né lui né sua moglie si erano visti durante tutto il tempo della malattia della vecchia. “Mi impressiono e ho la pressione alta!” – raccontava l’altra nuora e nel frattempo faceva la signora. La incontravo al mercato imbellettata come una diva e mi guardava dall’alto in basso. Anche lei mi considerava stupida, ci scommetto. Anche lei pensava che io fossi solo una serva.

I rapporti tra mio marito e i figli cominciarono a deteriorarsi e fui quasi felice quando per loro cadde il mito e diventarono seguaci del mio personale clan: quello degli stupidi che non capivano niente. Certe scene erano insopportabili: lui che controllava l’immondizia per vedere cosa buttavamo e cosa avremmo potuto consumare ancora; lui che ci chiedeva di spegnere la luce dopo una certa ora perché eravamo degli spreconi, io cucivo fino a tardi e i miei figli studiavano in realtà; lui che diventava addirittura ridicolo quando misurava la carta igienica e ci porgeva due rettangoli per la pipi’ e tre per la cacca; lui che metteva in croce mia figlia perché era diventata una bella ragazza e ne era geloso; lui che urlava al figlio per farlo svegliare presto e fargli rassettare tutto il garage; lui che picchiava in testa mio figlio piccolo se lasciava qualcosa nel piatto. Doveva mangiare tutto, anche i resti, le viscere, il grasso, le bucce di pomodoro che gli restavano attaccate in gola.

Facevo quanto potevo per evitare quelle scene: coprivo mia figlia, le ero complice quando usciva, inventavo malori per risparmiare il lavoro a mio figlio e rassettavo tutto il possibile tentando di prevenire le manie di mio marito, cucinavo tutto in modo da evitare che il mio bambino venisse picchiato.

Certe volte ho temuto che li ammazzasse. Provò a strangolare mia figlia perché aveva osato prendere una cosa dal suo armadietto personale, quello che teneva chiuso a chiave. Tramortì con una bastonata in testa mio figlio perché di ritorno a casa la sera reagì male quando suo padre gli fece trovare la porta chiusa. Fece cadere dalle scale il piccolo che tentava di sfuggirgli per chiudersi da qualche parte. Il gesto più folle lo fece quando tentò di dare fuoco alla porta della stanza di mia figlia. Lei si era chiusa a chiave e lui voleva costringerla ad uscire perché doveva sfogare ancora la sua rabbia.

Il mio ruolo in quella famiglia era di soccorso. Questo mi veniva chiesto di fare. Che alternative avevo d’altronde? Non avevo voce in capitolo su nulla. Lui si era appropriato di tutto, persino del pezzetto di casa che mia madre mi aveva lasciato in eredità. Io non potevo decidere niente, non avevo la possibilità di gestire niente. Lui decideva per me, per noi, come vivere, se vivere, quanto vivere, se smettere di vivere.

I miei figli crebbero e quando la figlia trovò un lavoro e per prima cosa mi regalò una lavatrice perchè non sopportava più di vedere le mie mani rovinate dall’acqua gelida con la quale lavavo i panni, suo padre la chiamò sprecona, le disse “sei come tua madre!” e giù con insulti perché non avrebbe mai combinato niente nella vita, era una fallita e in ogni caso non doveva ficcare il naso nelle cose di famiglia. D’altronde le donne erano abituate a lavare i panni al fiume, così la pensava, e non gli veniva in mente che da allora fossero trascorsi almeno 50 anni. Era lui a decidere quando e cosa comprare, mobili ed elettrodomestici inclusi.

Il figlio fu quello che ebbe qualche problema in meno. Mio marito gli faceva portare l’automobile e ogni tanto lo trattava da uomo, con la cura riservata da un padre ad un figlio maschio. Non di rado però lo umiliava esattamente come faceva con chiunque tra noi.

Il piccolo era il più ribelle e prese tante di quelle botte da restare stordito a vita da un orecchio. Mio marito aveva la pessima abitudine di dargli colpi a mano aperta, una mano grande, di quelle che fanno male solo a guardarle.

Tutto quello che io tentavo di fare non serviva a niente. Neppure essere più disponibile a letto lo rendeva tranquillo e dio solo sa quanto odiassi fare sesso con lui. Mi saliva sopra come su tutto il resto, per usarmi e comandarmi. Poi si dichiarava fragile e qualche volta il suo sguardo diventava tenero: “lo sai che sei la vita mia” – mi diceva. E io gli credevo perché era vero. Senza di me lui non sarebbe stato niente. Ero io, assieme ai suoi figli, che lo facevo sentire potente, in grado di dominare il mondo. Su di me esercitava la forza mentre faticava ad apparire come un normale borghese, una brava persona, fuori. Non ci si crede per quante volte lui abbia inventato delle storie per apparire migliore. La lavatrice che mi regalò mia figlia? Disse a mezzo mondo che me l’aveva regalata lui e lo disse immaginando fosse un gesto tale da meritare un applauso. Tantissime donne avevano la lavatrice e i loro mariti accolsero la notizia che gli diede il mio con il sentimento dedicato ai personaggi patetici: la commiserazione. La stessa cosa fece quando mio figlio montò un piccolo scalda acqua collegato al lavello della cucina. Così d’inverno potevo lavare i piatti con l’acqua tiepida. Mio marito raccontò ai colleghi la sua prodezza fasulla immaginando di essere il primo uomo sulla terra a poter narrare fatti del genere.

I miei figli crescevano e avevano bisogno di essere sostenuti. Io non avevo un lavoro e quando cercai di procurarmene uno comunque mio marito disse che avevo già il mio bel da fare a casa. Non che ci fossero delle possibilità per me ma lui mi impedì persino di tentare.

Non potevo aiutare il sangue del mio sangue: mia figlia a pagare le rate della macchina che lei aveva dovuto comprare per andare al lavoro; mio figlio a comprare altri libri per completare gli studi; il piccolo per provare a mettere in piedi qualcosa di utile per la sua vita.

Mio marito disse che loro dovevano cavarsela da soli, proprio come aveva fatto lui, dimenticando tutti i sacrifici che avevo fatto io per mantenerlo in vita. Disse che erano viziati e che avevano avuto tutto perché non avevano mai conosciuto la fame. Li vedeva affaticati e talvolta sconfitti godendo in modo sadico di ogni piccolo errore, addebitandogli ogni sfortuna e proferendo in tono autoritario i suoi “te l’avevo detto che saresti finito/a in mezzo alla strada”. Tutti dovevano in un modo o nell’altro tornare da lui per chiedergli l’elemosina, un aiuto, un piatto di pasta. Tutti dovevano tornare da lui col capo chino in segno di resa per dargli soddisfazione e riconoscere la sua assoluta magnificenza. Lui accentrava le risorse che pure io mi ero guadagnata in tanti anni di vita e di cui non disponevo mai. Lui accentrava le nostre vite.

Fu in quel periodo che i miei figli cominciarono ad odiare anche me. “Dovevi lasciarlo” – mi dicevano. “Sei stata una vigliacca, hai permesso che lui ci facesse questo…”, “non ci vedrai mai più” – minacciavano. E correvano lontano il più possibile accettando di fare di tutto pur di non chiedere soldi al padre e di non dovergli dire grazie.

Nel frattempo mio marito continuava ad accumulare risparmi e a comprare terreni e case che non servivano a nessuno. Spendeva i nostri soldi in tutti i modi meno che per dare una mano ai suoi figli.

Pochi anni fa mia figlia ebbe un incidente. Andava al lavoro. Era l’alba e lei aveva dormito poco perché aveva finito le sue faccende per essere più preparata il giorno dopo. Un camion le andò incontro a tutta velocità e a fari spenti. Lei provò ad evitarlo e si gettò nella scarpata. Morì all’istante. Così mi dissero. In quello stesso istante morii anch’io.

Fu in quel momento, credo, o forse qualche giorno più tardi, quando lui sostenne che la morte della mia creatura in fondo era dipesa dalla sua distrazione, dalla sua incoscienza, dal fatto che lei non era in grado di fare nulla di buono, che decisi di fare quello che forse avrei dovuto fare molto tempo prima.

Aspettai la notte, perché di giorno non sarebbe stato possibile, e gli spaccai la testa. Lo feci con tutte le mie forze per non dargli il tempo di reagire, per non permettergli di chiamarmi ancora una volta stupida e per non vedere i suoi occhi supponenti e odiosi che non si erano commossi neppure al funerale di mia figlia.

I miei figli al processo sostennero la legittima difesa, l’avvocato chiese l’infermità mentale. Non mi concessero niente. Sconterò in carcere tutta la vita tranne qualche giorno che il giudice, comprensivo, mi concede per andare a fare visita ai miei nipoti.

Ma credetemi, non mi sono mai sentita libera come ora tra queste donne qui rinchiuse assieme a me che hanno occhi pieni di dolore come sono i miei. Non mi sono mai sentita amata come ora. Ora che quasi non m’importa. Ora che mia figlia non c’è più. Ora che i miei figli proveranno ad essere mariti e genitori diversi e migliori.

E se non riusciranno sarà perchè non ho fatto in tempo. Se non riusciranno sarà anche per colpa mia. 

—>>>La prima immagine è opera dell’artista Botero 

Posted in Corpi, Narrazioni: Assaggi, Omicidi sociali, Storie violente.


4 Responses

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  1. ALittaM says

    Un bel racconto, scritto alla perfezione. Una scelta estrema su come rompere il circolo vizioso.
    Però i figli non avevano tutti i torti, c’è sempre la via della fuga, del divorzio, della causa, senza per forza dover ricorrere alla violenza e all’omicidio.

  2. vanda says

    Un abbraccio

  3. maria grazia says

    la sacra famiglia in italia è intoccabile. peccato che i peggiori mali si annidino proprio li.
    tutta la mia solidarietà a questa donna, ennesima vittima fra le vittime.

  4. Serena says

    Non ho parole.

    Potrei essere banale… quindi mi limito a mandarti un abbraccio di solidarietà.