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Le ferie di Licu. Ci si può amare senza essere scelti?

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Le ferie di Licu, è un film di Vittorio Moroni. Sottotitolo: "Ci si può amare senza essere scelti?". Qualche tempo fa avevo raccontato un paio di storie che riguardavano italiani che avevano importato donne straniere perchè era più facile trovarne di soggiogate e pronte alla sottomissione se in altri contesti dominati da altre culture.

Taglio ampio e realista, senza fronzoli. Lo stesso per una volta mi è sembrato di vedere in un film diretto da un uomo che è riuscito attraverso la sua silenziosa telecamera a registrare la complessità di una situazione abbastanza frequente senza scaraventare alla nostra attenzione dei mostri contro i quali possiamo scagliarci.

Moroni ci lascia vedere con discrezione i dietro le quinte di un matrimonio combinato. Licu è un ragazzo musulmano di ventisette anni del Bangladesh, Fancy è la ragazza diciottenne che la sua famiglia sceglie per lui. Lui vive in italia da diversi anni. Ha un regolare permesso di soggiorno, fa due lavori per vivere, ama vestirsi con abiti griffati e divide un appartamento con altre otto persone. Quando riceve la lettera che comunica della scelta della famiglia con allegata foto della ragazza lui si organizza per andare in ferie nel suo paese, sposarsi e poi tornare in italia con la moglie.

All’arrivo, della sua occidentalizzazione apparente resta poco o nulla a parte il telefonino usato per fare foto digitali e per stupire con effetti speciali i nipotini. Quello che racconta di se’ è una visione esagerata, estremamente ottimista della sua condizione di immigrato. Come se avesse scoperto l’america e volesse darne conto per avere più rispetto dagli altri.

La sua famiglia segue le regole di una cultura fortemente patriarcale. Dominano valori maschili e le donne fanno da tramite per la loro piena realizzazione. Inizia la contrattazione per il matrimonio. C’e’ un tira e molla. Poi la richiesta di un tot di soldi per sistemare la questione. Infine la cessione della ragazza seguita dalle parole "Ora puoi farne ciò che vuoi, appenderla al soffitto, darle da mangiare, è tua". Una compravendita che è stata preceduta da una attenta valutazione del prodotto. Ha bei denti, se non li ha belli glieli fai aggiustare in italia, non ha brufoli, non è grassa. Ne più e ne meno che quello che farebbe un qualsiasi acquirente di cavalli o mucche.

Licu e Fancy non si conoscono. Si sposano in fretta e lei riceve come regali di nozze una enorme quantità di saponette da mercatino all’ingrosso. Partono per l’italia dopo pochissimi giorni e la loro vita ricomincia in una situazione abbastanza surreale.

Continuano a vivere nell’appartamento collettivo. La loro vita sta tutta in una stanza. Fancy resta lì chiusa fino a che lui non torna dal lavoro. Lui a volte resta fuori anche dopo i suoi turni, dodici ore in tutto, e manifesta una grande gelosia. Lei rimane chiusa in quella stanza e il suo punto di vista rimane uno spicchio di mondo. Tutto ciò che può guardare attraverso una finestra. Nulla di più. Guarda la televisione, prova ad imparare l’italiano. Licu non vuole che lei frequenti una scuola perchè ha paura che lei si lasci attrarre da altri uomini. Non vuole che esca da sola e che abbia delle amiche. Segue gli insegnamenti che vengono dalla sua cultura che sono perfettamente riassunti nei consigli che gli da uno dei suoi datori di lavoro: "le donne quando arrivano qui si sentono più libere. qui le leggi sono diverse. se gli dici qualcosa possono perfino chiamare la polizia. bisogna fargli capire che siamo sempre noi a comandare".

La segue dappertutto. La accompagna persino dal parrucchiere. Per comprarle un paio di scarpe non la porta in negozio. Gliele porta in casa senza fargliele provare. Non vuole che lei lavori e si renda indipendente. Decide che lei dovrà restare a casa in vista di un futuro nel quale è destinata soltanto a fare da moglie e madre.

Il film termina senza una risposta. Non ne vuole dare. Lascia tanti dubbi e tante domande aperte. Una innanzitutto: nella grave situazione economica nella quale si trovano – la condivisione dell’appartamento, la difficoltà a far fronte ai debiti – come faranno a far crescere la loro famiglia? Poi ce ne sono altre: Licu e Fancy discutono, lei vorrebbe uscire, fare anche solo qualche passeggiata ma non può, lui la tiene in casa, vincolata ad un accordo. Semmai lei manifestasse il desiderio di cambiare la sua sorte che fine farebbe? Tornerebbe in Bangladesh sotto la protezione della suocera? Tornerebbero in Bangladesh entrambi? Potrebbe accaderle qualcosa?

Nella presentazione del film il regista chiude dicendo che nonostante i dubbi lui in qualche modo si pone il problema, senza sospendere il giudizio mi è parso, mettendo l’accento su quella cultura. Di fatto quella donna è stata educata proprio per servire un uomo e per fare la moglie e la madre. Quindi chi siamo noi per dire che è tutto sbagliato?

Quello che non dice Moroni però posso dirlo io. Siamo state educate per essere ottime mogli e madri. Io come tante altre siciliane. So bene che ribellarsi alla propria cultura di riferimento può costare la vita. So anche che quello che dovrebbe esserci attorno a noi però deve rendere evidenti le contraddizioni e i conflitti e non rimuoverli per paura di una palesata invasione culturale. Quello che conta è che siano queste donne a volersi ribellare.

Ma se non sanno che ci sono delle alternative, se non sanno parlare neppure l’italiano per fare una telefonata al telefono rosa, se non possono contare su un permesso di soggiorno in caso di scissione dei presupposti del ricongiungimento familiare, come possono fare a cambiare la propria sorte? E’ una domanda aperta. Parlarne è doveroso perchè, nel pieno rispetto della integrazione e delle culture altrui, come già scritto mille volte, affezionarci tanto all’idea della difesa dei diritti dei migranti senza valutare il fatto che le loro donne subiscono spesso angherie di ogni genere, non è una cosa carina.

Quando pensiamo all’integrazione perciò dovremmo pensare anche a delle strutture che supportino le donne in questo senso. Che possano offrire una alternativa di reddito, casa, vita, senza la minaccia dell’espulsione che le esporrebbe al ripudio e forse alle vendette delle famiglie di provenienza. E’ quello che serve a qualunque donna che si sente in grave situazione di dipendenza dal coniuge.

Dovremmo pensare ad una formula diversa dal "ricongiungimento familiare". Le donne straniere dovrebbero poter disporre di strumenti per decidere di vivere in italia al di la’ del vincolo familiare. Dovrebbero forse essere autorizzate a vivere in italia con l’opzione, se lo vogliono, di frequentare corsi di italiano e di formazione professionale gratuiti. Perchè abbiano strumenti che consentano loro di poter essere indipendenti, di avere delle alternative, e non per i motivi patriottici che vengono imposti dai leghisti. In fondo il problema serio, che sta alla base di tutto è questo dannato filtro ai confini degli stati che non permette la libera circolazione delle persone e che crea meccanismi che agevolano le schiavitù e le dipendenze. Non ci fossero flussi, permessi, filtri, le donne non avrebbero bisogno di restare sposate ai loro mariti aguzzini.

Perchè se sei emigrata non è poi così vero che vuoi tornare indietro. Non sei ne carne e ne pesce. Semplicemente capita che una donna migrante non voglia più stare con il marito ma non voglia neppure tornare nel proprio paese d’origine. Ma se non ha un lavoro e non ha i requisiti del ricongiungimento che le permettono di restare in italia non potrà farlo. Quindi che fare?

Non provo a instillare la paura del diverso. Vale lo stesso per gli uomini di ogni parte del mondo. Sono uomini, di ogni razza e cultura. Il punto è che le donne italiane conoscono la propria lingua, hanno qualche alternativa in più. Una donna straniera conosce solo l’uomo che l’ha condotta qui e se resta relegata in casa non è semplice per lei cambiare la propria vita. Spesso l’unica occasione per avere contatto con l’esterno, per queste donne, avviene per merito dei figli, che vanno a scuola per adempiere all’obbligo…

Milioni di domande e forse altrettante possibili risposte. Vedetevi il film. Ne vale la pena.

Posted in Pensatoio, Precarietà, Vedere.


One Response

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  1. Fra says

    Non riuscirò mai a capire perché noi dobbiamo tollerare i loro costumi, la loro cultura e loro, invece no. Mi sembra un’assurdità e una incoerenza nonché una sorta di lassismo, pigrizia, sadismo e cattiveria nei confronti di una categoria di persone.
    Se loro decidono di venire nel nostro paese devono adeguarsi alle nostre leggi e ai nostri costumi, come siamo obbligati a fare noi da loro, diamine (e se non lo facciamo rischiamo anche di brutto!)! Ma possibile non si vede quanta incoerenza e ipocrisia vi siano dietro il rispetto a senso unico?

    Per non parlare poi di questo:
    “Quindi chi siamo noi per dire che è tutto sbagliato?”

    Cosa? Che razza di domanda è? Ma andiamo! E’ la nostra cultura che lo dice! Ecco perché parlo di ipocrisia e incoerenza! Se dobbiamo rispettare la cultura in generale, perché dobbiamo rispettare soltanto la loro? E’ incredibile. Io invece dietro questo “rispetto” ci vedo, nuovamente, un tentativo di annullare la donna, renderla schiava. Infatti, nessuno in occidente, se fosse sano di mente e amasse le donne, potrebbe mai ammettere anche soltanto l’esistenza di una schiava educata ad ubbidire ad un uomo. IN OCCIDENTE CON UN SANO AMORE PER I PROPRI SIMILI, IVI COMPRESE LE DONNE.