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Il leaderismo assoluto

Se vi capita a tiro un bel volume di Storia delle Dottrine Politiche troverete senz'altro cenni o interi capitoli dedicati alla "leadership carismatica" e riferimenti a Max Weber,
sociologo di fine ottocento/primi novecento che su questo ha scritto un
po' di cose semplici e comprensibili. Dal modello di leader esaltato
per la sua purezza si è passato ad altri modelli "assoluti" in cui non
c'era (o c'e') nessuna mediazione tra il leader e la massa (chiamiamolo
popolo, seguaci, proseliti o come vi pare). Uno di questi modelli era
Hitler. Nei giorni nostri frequentemente si fa invece – per quello che
ci riguarda – riferimento a Berlusconi.

Fui sollecitata a
interessarmi di questi temi molti anni fa – era il lontano 1992/93 – da
una carissima amica e compagna di avventure politiche. A quell'epoca in
Sicilia c'era il movimento antimafia e io ne facevo parte in maniera
attiva. Quel movimento era in gran parte slegato dai partiti perchè lo
scenario siciliano era fatto di una democrazia cristiana frantumata in
correnti che erano una peggio dell'altra, il pentapartito in tutto il
suo splendore e un partito comunista miseramente "rinnovato" in PDS (la
"cosa" l'avrebbe chiamata Nanni Moretti durante le fasi congressuali
del 1989 che videro la vittoria della mozione Occhetto in cui si
sanciva la fine del PCI e l'ingresso di tutti i vecchi volponi e
feudatari del partito nel PDS) che era consociativo e colpevole tanto
quanto la DC.

I leader nascono da un evento traumatico (una guerra, una crisi economica o politica, una aggressione fisica e/o sociale, un periodo di grosse privazioni, etc etc) e
immediatamente vengono investiti di massima fiducia e poteri perchè
essi rappresentano la speranza di un cambiamento e la certezza di una
novità, almeno in senso apparente. Nel 1991 in Sicilia erano accadute
tante cose e altre ne accaddero durante quei primi anni novanta che
hanno profondamente segnato la vita sociale, politica ed economica
dell'isola e non solo. Il Messia tanto atteso fu dunque individuato,
per autoimposizione e capacità strategica politica nell'uomo Leoluca
Orlando. Lui e altri uomini del cambiamento (pezzi dell'ex PCI delusi,
pezzi di sinistra DC, qualched'uno dell'MSI, aree di associazionismo
cattolico e laico, una grossa fetta della corrente di Mario Capanna di
Democrazia Proletaria, alcuni anarchici o sedicenti tali e poi
giornalisti come Claudio Fava e l'intera banda de I Siciliani,
intellettuali e antimafiosi) fondarono il "Movimento per la Democrazia
La Rete"
.

Io e la mia amica facemmo parte di quel movimento
perchè in quel momento e in quella fase precisa era per noi un mezzo
utile per potere fare delle cose che altrimenti non saremmo riuscite a
fare: battaglie che nessuno appoggiava, alle quali nessuno dava voce.
Per uscire da una solitudine politica e sociale che da antimafios*
soffrivamo in maniera tremenda. Il Movimento si autodefiniva "a tempo".
Il tempo, cioè, di realizzare pochi punti e alcune importanti
iniziative che avevano come oggetto la questione morale e l'antimafia
(e lì ci si divideva tra chi la intendeva in termini di battaglia
culturale e chi invece in termini giustizialisti). Cose che quindi già
stavamo facendo anche se ciascuno per proprio conto.

Alcuni di
questi punti
erano: l'abolizione dell'immunità parlamentare, quella del
finanziamento pubblico dei partiti, la storia delle due legislature
oltre le quali un deputato o un senatore non poteva andare… Poi
parlavamo di mobilità dei dirigenti funzionari (quelli che in realtà
rappresentavano ruoli e poteri forti all'interno delle strutture di
riferimento per i cittadini), di legge sulla trasparenza (che non
veniva ancora applicata, almeno non in Sicilia) e altri punti simili
che alcuni avevano contribuito a stilare. Sul piano locale invece continuavamo ad agire come gruppi territoriali che raccoglievano dati, documenti e poi facevano denunce precise, dettagliate, mirate. Un mezzo, per fare politica
come volevamo noi senza farci ammazzare, che non presupponeva il
lasciarsi incantare dal fascino di Orlando. Allora ci paragonavano alla
Lega di Bossi che partiva più o meno dagli stessi presupposti e
raccoglieva gente stanca e incazzata per altri motivi (tangentopoli) o
per gli stessi in forma diversa. Ma noi ci sentivamo diversi.

Un
po' perchè lo
eravamo, dato che stavamo a sinistra e invece che di
populismo vivevamo di pallottole e fiori secchi spediti in casa per
ogni battaglia pensata e portata avanti, e immaginavamo – e lo abbiamo
immaginato davvero per un po' – di essere davvero quell* che avrebbero
cambiato "il volto della Sicilia", salvo poi renderci conto di essere
nostro malgrado funzionali ad altri progetti di altre persone e persino
a veri e propri processi di normalizzazione successivi le stragi del
1992 e lo sfacelo dei partiti i cui componenti furono investiti da inchieste e procedimenti giudiziari di ogni tipo (un altro errore del movimento è stato, infatti, l'aver attribuito, per debolezza, compromesso, incapacità e talvolta per fede, ai giudici e alle forze di polizia – quindi altri leader – il potere e l'onnipotenza di apparire come unici fautori del cambiamento perchè in grado di mettere in galera i vecchi e "cattivi" della politica", come se questo fosse utile e soprattutto sufficiente. Tenete conto comunque del contesto e dei morti ammazzati e di che tipo di arietta si respirava… Questa cosa si continua a fare e soprattutto viene tenuta in vita ad arte con la retorica dei giudici caduti per mano della mafia, eroi per i quali i siciliani ancora vengono spinti a "non" elaborare il lutto). Anche in quel caso si faceva spesso riferimento ai vecchi della
politica che se ne sarebbero dovuti andare ("E Andreotti è ancora lì! –
tuonava Orlando dal palco dei comizi) e si fomentava – detto con il senno di poi – il nuovismo che
tanto poi ha aiutato quella bella faccia "nuova" di Berlusconi.

Si
fecero delle cose
buone ma poi ci accorgemmo che tutto doveva ruotare
attorno a Orlando (ma il problema non era solo lui ovviamente, sarebbe troppo banale e semplicistico) che da leader carismatico era diventato o aspirava a
diventare un leader assoluto. Nelle assemblee, pseudo congressi annuali
di rielaborazione delle statuto e di elezione del coordinamento
nazionale e dei gruppi dirigenti locali, Orlando faceva fuori – con capacità tattiche, mobbing e strategie di cordata (la cordata è quella cosa fatta di uomini vicini al capo, che stanno nelle grazie del capo e che godono di qualche privilegio, del riflesso del suo prestigio e ambiscono a conservarli) – chiunque
gli contendesse la leadership o potesse rappresentare un pericolo
perchè magari più popolare di lui (come Claudio Fava). E già lì – nonostante la corresponsabilità e la complicità inconsapevoli con tanti elementi di involuzione culturale – il
disamore e la disillusione furono per noi evidenti.

Quel
movimento, che
riuscì a portare 12 (o giù di lì) rappresentanti in
parlamento e molti amministratori (sindaci, assessori, consiglieri
comunali e provinciali, deputati regionali all'assemblea regionale
siciliana, qualche deputato europeo), in realtà non era "a tempo" (Da
"La Rete" – e già lì molti di noi erano tornati a fare politica in
strada lasciando quel partitino al suo destino – si trasformò poi
infatti per un periodo ne "L'Asinello" assieme al "nuovo" Di Pietro –
altro messìa – e poi tentò di entrare nei comitati Prodi. Infine si è
spaccato in mille pezzi alcuni dei quali stanno ora nella Margherita,
in Rifondazione, ne L'Italia dei Valori, nei DS, in Forza Italia,
nell'UDC, nell'Udeur, in AN, in nessun posto.).

Alla fine si
autoalimentava
perchè per molti, troppi, era si un mezzo ma non come lo
intendevamo noi, quanto piuttosto per raggiungere una poltrona o per
stare sulla breccia e continuare a sedere nei tavoli nazionali della
politica a stabilire quorum e livelli di candidabilità dei propri
uomini nelle regioni e poi nei collegi elettorali. Noi non avevamo
abbastanza strumenti critici per distinguere e capire bene quello che
ci rendeva funzionali ad un progetto che non condividevamo. Così mille
segnali (tipo una diatriba sulla questione dell'aborto), la delusione
delle persone amministrate male e i contributi culturali della mia
amica mi portarono alla lieta conclusione che la politica basata sul
leaderismo è una forma di partecipazione illusoria e fasulla.

Che
la gente che si affida
ad un messìa perchè cambi le cose e faccia i
miracoli in realtà non si assume la responsabilità di agire in prima
persona o lo fa se sobillata, al seguito di un pifferaio che in fondo
agisce sempre e solo per se stesso. All'epoca pensavo che la Sicilia in
fondo aveva voglia di essere governata dall'alto, che non si era mai
liberata dal feudalesimo e dalla monarchia e che la mafia, con le sue
gerarchie e i suoi domìni, era in effetti la forma più adeguata a quel
tipo di cultura. In fondo cos'e' un gruppo con un leader dentro: solo
una platea di ascolto che applaude quando il leader respira o agisce
quando quello ordina.

Non c'e' crescita collettiva, non c'e'
elaborazione collettiva, non c'e' coscienza collettiva. E' solo quello
che viene prima del dispotismo, del totalitarismo (con tanto di machismi che a me fanno un po' senso ovunque) e mi dispiace davvero
per una volta (e una volta soltanto) esser d'accordo, sicuramente per
motivi diversi, con D'Alema (che dovrebbe comunque imparare che dopo il
leaderismo esistono anche le oligarchie che fanno schifo altrettanto e
lui le pratica egregiamente.) Ciascuno di questi sistemi è destinato a
implodere o a incancrenirsi in una "normale" (che sta nella norma)
struttura con gerarchie e funzionariati. Lo stesso accade in ogni tipo di movimento, nei centri sociali, nelle comunità online. Se impari a capire dove sta il trucco, capisci anche dove si va a finire (e vi assicuro che è una grande sofferenza rivivere gli stessi identici meccanismi ovunque con la consapevolezza che tutto finirà esattamente allo stesso modo). Nulla di rivoluzionario
quindi.

Da cosa mi viene questo pippone? Dall'aver ascoltato
tante fesserie sulla faccenda di Grillo. Non è un politico ma solo un
comico e quindi è probabile che non abbia il pelo sullo stomaco che
aveva Orlando o ha Bossi  e Berlusconi circa le questioni del come
sopravvivere per fare il mestiere della politica. Ciò però non vuol
dire che la gente che lo sta a sentire sia meglio attrezzata. Come in
America, dove abbiamo visto un presidente e un governatore tirati fuori
dall'elenco degli attori pseudo eroi nazionali. Funziona un po' per
identificazione: lui parla e tu applaudi.

O: se dietro Grillo
(che dice una serie di cose che non condivido manco alla lontana)
stanno i cosiddetti comitati territoriali che lo hanno scelto come
leader allora non spererei in tutta questa rivoluzione di ingenuità e
di trasparenza politica. Mi pare anche una grande scemenza dire in
politichese che "va colto il segnale". E questo vale per chi fa
politica e per quella casta dei giornalisti (compresi i sinistrorsi
radical chic) attenti a favorire solo questioni in cui non si mette in
discussione il meccanismo che li tiene in vita (fatto di protagonismi,
altri leader "buoni" tra comici e colleghi che sono più bravi degli
altri e vanno in giro a spiegare al mondo perchè loro sono i giusti e
invece gli altri solo dei fetenti. Roba quindi che alimenta lo
stesso meccanismo del: "ce l'ha solo lui" o "solo lei").

Di quale
segnale si parla?
Che forse non si sapeva che la gente è incazzata? Il
segnale va colto solo quando rimbalza nelle tivvù e sulle pagine dei
giornali? E di tutte le manifestazioni, i disoccupati che si incendiano
per povertà, i lavoratori che sfidano i manganelli della polizia, i
sindacalisti espulsi perchè dicono la verità, non bisogna coglierlo il
segnale? Quindi si tratta di un messaggio in codice: il segnale va
colto nel senso che c'e' un'altra specie di forza politica che sta
facendosi avanti (e la si può criticare ma non criminalizzare come si
fa con quelle forze definite "eversive") e rompe il progettino di
rinnovamento fasullo del Partito Democratico? La cosa triste in tutto
ciò comunque è che la gente non cresce e se è cresciuta ha solo
imparato a utilizzare gli elementi della "società dello spettacolo" per
inserirsi nel dibattito politico: dunque si è berlusconarizzata. Che
bella evoluzione e che grande novità!

 

—>>> La tela – "Il Potere" è di Vincenzo Conciatori e viene da QUI 

Posted in Pensatoio.


2 Responses

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  1. Denise says

    Eh la televisione…è lei il Parlamento, oggi.

  2. mujeres libres says

    Perfettamente in linea con te sulla questione Grillo.
    Aggiungosull’argomento ”gente”: si cresce (quindi si cambia) sempre ed inevitabilmente solo se ne si hanno i mezzi ,le possibilità ma per prima di tutto il desiderio e la volontà. C’è una grossa responsabiltà sociale, ma anche individuale delle persone.
    ciao