Siamo alla vicenda “violenza sulle donne” e “vampirizzatrici” (sulla pelle delle donne, vive e morte) atto secondo. Ovvero: di quelle che non sanno fare rete ma che usano la rete per trovare nuove idee.
Vorrei attirare l’attenzione su un pezzo, l’ultimo, della Terragni, che da quanto sappiamo sebbene interrogata in pubblico sul perché non abbia degnato di una risposta un uomo, uno di noi, e sulle tante questioni rimaste in sospeso sull’appello Snoq, ha riservato al primo un monosillabo e per le seconde si è dichiarata “sfinita”. Dopodiché per il suo ultimo post Terragni prende una immagine nota per essere diffusa dal blog Bollettino di Guerra (inclusa la conta delle vittime salvo trascurare che in quella conta sono compresi uomini e bambini vittime trasversali dei delitti contro le donne) e l’analisi pare ispirata a quella messa in circolo ieri pomeriggio dalle Dumbles e tutto ciò senza riportare una fonte.
Le Dumbles scrivono:
“un altro con il nome di Matilde, 63 anni uccisa dal marito che poi si è ucciso a sua volta.
Sentite come ne parla il Corriere: “La malattia, le operazioni al cuore e un forte stato depressivo. Umberto Passa, sarto in pensione di 65 anni, era entrato in un tunnel da cui non è più stato in grado di uscire, se non uccidendo la moglie Matilde con più coltellate e poi togliendosi la vita con la stessa arma…”, cioè, ripetiamo: “…era entrato in un tunnel da cui non è più stato in grado di uscire, se non uccidendo la moglie…”.
Come si può formulare un pensiero del genere? Ma non è come scrivere che da quel tunnel si esce uccidendo la moglie? E poi, eventualmente, ma in subordine, suicidandosi.”
In quanto all’analisi dei testi e alla Guida ai giornalisti che si occupano di violenza sulle donne alla quale alcune di noi stanno lavorando ci fa molto piacere che la questione abbia finalmente contaminato e che altre abbiano appreso lo stesso metodo. Quello che proprio non funziona è il fatto che da un lato queste signore ci denigrano sminuendo e vanificando il nostro lavoro salvo poi copiarlo per riempire il proprio vuoto di contenuti.