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#56 – Come vampirizzare contenuti invisibilizzando chi li produce

Siamo alla vicenda “violenza sulle donne” e “vampirizzatrici” (sulla pelle delle donne, vive e morte) atto secondo. Ovvero: di quelle che non sanno fare rete ma che usano la rete per trovare nuove idee.

Vorrei attirare l’attenzione su un pezzo, l’ultimo, della Terragni, che da quanto sappiamo sebbene interrogata in pubblico sul perché non abbia degnato di una risposta un uomo, uno di noi, e sulle tante questioni rimaste in sospeso sull’appello Snoq, ha riservato al primo un monosillabo e per le seconde si è dichiarata “sfinita”. Dopodiché per il suo ultimo post Terragni prende una immagine nota per essere diffusa dal blog Bollettino di Guerra (inclusa la conta delle vittime salvo trascurare che in quella conta sono compresi uomini e bambini vittime trasversali dei delitti contro le donne) e l’analisi pare ispirata a quella messa in circolo ieri pomeriggio dalle Dumbles e tutto ciò senza riportare una fonte.

Le Dumbles scrivono:

“un altro con il nome di Matilde, 63 anni uccisa dal marito che poi si è ucciso a sua volta.
Sentite come ne parla il Corriere: “La malattia, le operazioni al cuore e un forte stato depressivo. Umberto Passa, sarto in pensione di 65 anni, era entrato in un tunnel da cui non è più stato in grado di uscire, se non uccidendo la moglie Matilde con più coltellate e poi togliendosi la vita con la stessa arma…”, cioè, ripetiamo: “…era entrato in un tunnel da cui non è più stato in grado di uscire, se non uccidendo la moglie…”.
Come si può formulare un pensiero del genere? Ma non è come scrivere che da quel tunnel si esce uccidendo la moglie? E poi, eventualmente, ma in subordine, suicidandosi.”

In quanto all’analisi dei testi e alla Guida ai giornalisti che si occupano di violenza sulle donne alla quale alcune di noi stanno lavorando ci fa molto piacere che la questione abbia finalmente contaminato e che altre abbiano appreso lo stesso metodo. Quello che proprio non funziona è il fatto che da un lato queste signore ci denigrano sminuendo e vanificando il nostro lavoro salvo poi copiarlo per riempire il proprio vuoto di contenuti.

Continued…

Posted in Comunicazione, Corpi/Poteri, Critica femminista, Pensatoio.


Perché si chiama Femminicidio

Dal blog di Barbara Spinelli autrice del libro “Femminicidio”:

Pubblicato su: http://27esimaora.corriere.it/articolo/perche-si-chiama-femminicidio-2/#more-4542

Nota introduttiva dell’autrice
Letto l’articolo di Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera, e vista la diffusione del termine anche tra i media mainstreaming, ho ritenuto imprescindibile inviare una nota esplicativa sul concetto di femminicidio, pubblicata sul blog del Corriere “La 27ma ora”.
Il neologismo “femminicidio” è sconosciuto ai più ma ha una sua genesi come categoria concettuale politica, criminologica e giuridica.
Le categorie concettuali del femicide e del feminicidio, anche se poco conosciute in Italia, sonoaccreditate internazionalmente. Vengono utilizzate da criminologi e criminologhe accademici, dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea, dal Consiglio Europeo.
Dunque, la valenza scientifica di queste categorie non necessiterebbe di una strenua difesa, se solo anche in Italia venisse accettata la rilevanza degli studi di genere non solo negli studi umanistici, ma anche in campo giuridico e criminologico.

Posted in Critica femminista, Omicidi sociali.


Bologna, 5 maggio: Queering #Occupy

Riceviamo e volentieri condividiamo:

la rete PutaLesboTransFemministaQueer vi invita a partecipare a:

QUEERING #OCCUPY! Una giornata di co-spirazione lesbica, frocia, trans e femminista nella crisi Bologna_5 maggio 2012_dalle 10 alle 18 @ Bartleby, via san petronio vecchio 30

Molte donne, lesbiche, trans e froce nella crisi vivono uno stridente paradosso: molto spesso discriminate e invisibili, quando non sono estromesse dal mercato del lavoro, si ritrovano a essere ricercate e sfruttate nelle nuove forme del lavoro biopolitico proprio in quanto donne, trans e froce. Veniamo as-soggettate e ci as-soggettiamo perche’ si dice che siamo piu’ creative, piu’ comunicative, piu’ disposte all’ascolto e alla mediazione, che sappiamo presentarci meglio e sorridiamo di piu’. In quanto gay e lesbiche, si presuppone che non abbiamo legami familiari che ci distolgano dalla dedizione al lavoro, mentre ci viene richiesto di estrarre plusvalore dalle nostre reti di relazioni per poi regalarlo al capitale. In quanto donne, sia dalle pelose retoriche pari opportuniste di governo sia dal neoperbenismo femminile alla *se non ora quando*, veniamo trasfigurate in icone sacrificali di madri eroiche e docili mogli in grado di conciliare produzione e riproduzione, per poi scaricare integralmente sulle nostre spalle il peso dello smantellamento del welfare, dimissionarci se rimaniamo incinte e appesantire la gerarchizzazione tra donne native e migranti nel lavoro di cura. In quanto trans, siamo ancora estromesse/i dal lavoro o incluse/i in ruoli ipersessualizzati.

Ma quello che ci colpisce, in particolare, e’ come, nel contesto della disoccupazione di massa, le retoriche di genere siano utili solo a dare una patina di responsabilita’ sociale a un governo tecnocratico che esegue i dettami della BCE e della finanza, e come, in definitiva, servano a camuffare la spietata transizione in atto, ora sul versante delle politiche di ristrutturazione del capitale, ora sul versante del controllo delle condotte sessuali. Sappiamo bene, per averlo sperimentato sulla nostra pelle, che il blablabla sul “fattore donna” come volano della crescita e dello sviluppo e sul “diversity management” come strumento di inclusione sociale, non porta affatto un maggiore riconoscimento delle differenze ma soltanto un’intensificazione dello sfruttamento e dell’impoverimento per il 99 per cento di donne e queer. E lo sappiamo da molto prima che la mancanza di diritti e tutele diventasse una condizione generalizzata del lavoro “femminilizzato”.

Continued…

Posted in Fem/Activism, Iniziative, R-esistenze.