Di questa cosa ci occupiamo da tanto e continuiamo ad approfondire.
Scrive di questo oggi Luisa Betti su Il Manifesto e su Giulia Globalist che parla della reintroduzione della patria potestà. Mentre su La Stampa Mara Corbi ci dice che l’Istat fotografa un quadro della situazione totalmente diverso da quello che ci mostrano i padri separati. Dai dati si evince infatti che ad essere più povere dopo una separazione siano le donne. Barbara Spinelli parla di violazione delle raccomandazioni ONU, quelle che si occupano di violenza assistita e che indicano al Governo una precisa via da percorrere a garanzia della salute psico fisica di donne e bambini per preservarli da episodi di violenza.
Bisogna fare un passo indietro e raccontare da quale propaganda questo progetto di legge e la sua discussione in Senato siano stati preceduti.
La vittimizzazione dei padri separati. I padri poveri per contrapporre un argomento alla imposizione del mantenimento e alla questione dell’assegnazione della casa. Le cosiddette false accuse e la Pas come elementi di opposizione alle denunce per violenza domestica.
Elemento costante della propaganda è stato ed è l’intento di demonizzazione di donne e femministe (definite nazifemministe) le quali si oppongono di volta in volta ad alcune questioni o alle quali viene imputata la volontà di esasperare i conflitti familiari vittimizzando le donne e regalando loro strumenti di offesa (leggasi di difesa) attraverso i quali queste agirebbero le relazioni da profittatrici, bugiarde, avide, e chi più ne ha più ne metta.
Estremizzazioni che ricorrono per alcune ragioni precise o quanto meno questa è l’idea nel corso del tempo che ci siamo fatte. Il divorzio è un istituto da correggere perché lungo, perché risponde ancora ad una assegnazione di ruoli di ordine patriarcale che vedono le donne in quanto dipendenti e mantenute perché sempre incastrate nei ruoli di cura, anche dopo la separazione e gli uomini ad assumersi il carico di mantenimento prima e dopo. Un quadro anacronistico che andava bene tanti anni fa, quando le famiglie, forse, erano fatte di donne che non lavoravano e che si realizzavano nel fare le casalinghe e gli uomini ambivano al controllo/potere economico.
Quello che non va bene è l’organizzazione del welfare che insiste nell’assegnare gli stessi ruoli ancora oggi e che si ispira chiaramente ad una impostazione cattolica. Continuare a perpetuare un regime di controllo/dipendenza economic@ sulle vite delle donne significa avallare le soluzioni che ci tolgono lavoro, reddito, possibilità di realizzare prospettive altre a parte il matrimonio. Non è grazie al matrimonio che ci emancipiamo dal bisogno e non è grazie ad un mantenimento che possiamo continuare a esistere.
Non è l’ex marito che ci deve soldi per risarcire il lavoro di cura. Semmai è lo Stato che deve riconoscerci quella prestazione gratuita che rifocilla il PiL di una nazione intera e che costituisce l’ammortizzatore sociale per eccellenza sul quale si regge l’intero impianto del welfare italiano.
Le sentenze in Italia che parlano di mantenimento – giusto per dire – spesso si riferiscono al tenore di vita passato e quelle che parlano di assegnazione della casa usano l’affido del figlio come assicurazione per ottenere un immobile.
