Questa cosa che ti sto scrivendo, Samuele Caruso, non potrai mai leggerla. Non potrai, perché sei rinchiuso in una galera. Te lo avessero detto una settimana fa, che oggi domenica venti ottobre la avresti passata in una cella di un carcere, chissà che cosa avresti pensato; oggi sei, a ventitré anni, chiuso là dentro con la prospettiva di passarci una non lieve parte della tua vita. E lo sai. Inutile distogliere il pensiero da questa cosa; la tua vita, così com’era fino a poche ore fa, non esiste più.
Chi ti scrive senza che tu possa leggere, ha visto e continua a vedere amici e compagni finire in galera. Ci si finisce, là dentro, anche per essersi opposto a qualcosa e a qualcuno. Ci si finisce per una manifestazione, per una lotta, per aver dato noia a qualche potentato politico e finanziario. Ci si finisce, non di rado, per il capriccio di qualche procuratore asservito. Ci si finisce combattendo, a modo proprio, contro delle ingiustizie e contro un sistema intero. Ci si finisce, certo, anche impugnando un’arma, e usandola. Non so, e non potrò mai sapere, se a tali cose tu abbia mai pensato, anche una sola volta, nella tua vita; forse, chissà, stai pensando adesso di essere finito in galera per amore. Bisognerebbe, e ne va della tua salvezza, che tu non pensassi mai una cosa del genere. In galera ci sei per aver ammazzato una ragazza più giovane di te, colpevole esclusivamente di essere la sorella di un’altra ragazza che amavi. In galera ci sei perché questa ragazza ti aveva lasciato. In galera ci sei perché un giorno d’ottobre sei uscito per andare da lei in compagnia di un coltello, e lo hai usato su una ragazza che voleva difendere sua sorella quando ha visto che la avevi aggredita, armato. In galera ci sei, e non hai affatto “perso la testa”, come vai ripetendo pensando di autoassolverti. Altrimenti, occorrerà fare il percorso di quel coltello.
Dov’era? In un cassetto, su un tavolo, in una borsa? Ovunque fosse, non poteva muoversi da solo. C’è stato qualcuno che lo ha cercato, che lo ha preso, che lo ha sollevato e che se lo è messo in tasca; e quel qualcuno sei tu. E’ “perdere la testa”, questo? Andare da una ragazza che ti ha lasciato scomodando un coltello? Si può perdere la testa a volte, certamente; e quando la si perde, spesso, non importa nemmeno avere un’arma. Quel che si può fare con le mani e con i piedi, e con la propria forza (specialmente quando si è un uomo, magari giovane, contro una ragazza cui non è mai passato per l’anticamera del cervello di frequentare corsi di difesa personale o roba del genere), lo avrai magari visto anche tu sui giornali. Quante donne, quante ragazze ammazzate a calci e pugni? Quante strangolate con un semplice nastro? Quante prese di peso e scaraventate da una finestra o in un burrone? E si può anche uscire con questa precisa intenzione. Si può trovare persino un pugile che ti massacra in mezzo di strada perché “ce l’ha con tutte le donne”, e tu sei la prima che ha la sventura di incrociarlo. Ecco. Tu hai, Samuele Caruso, bypassato tutto questo. Tu sei uscito con un coltello per andare dal tuo amore. Non continuare a raccontare questa menzogna agli altri e a te stesso. Non cercare di basartici sopra per vedere se un qualche avvocato ti tirerà fuori. Non ammazzare quella ragazza un’altra volta.
Continued…