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Cinquanta Sfumature Di Borromeo

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Da LaPrivataRepubblica:

Sta facendo molto discutere l’incredibile inchiesta di Beatrice Borromeo sul sordido mondo del sesso adolescenziale. Del resto, era inevitabile: non solo abbiamo scoperto che le nostre ragazzine non vanno a messa e non giocano con le Winx, ma che addirittura zompettano nelle palestre al grido di «Finalmente mi hanno stappata!» e terrorizzano i maschietti scagliando loro addosso pompini e tonnellate di verginità.

Nelle polemiche, tuttavia, c’è qualcosa di sbagliato – qualcosa che non inquadra bene il fenomeno. In pochi hanno colto che gli sconvolgenti racconti di angelici fanciulli con la faccia di Johnny Depp devastati dalla voracità sessuale delle loro coetanee non hanno nulla di giornalistico. Ci troviamo di fronte, infatti, a un formidabile romanzo popolare che ibrida alla perfezione la pruriginosità di Harmony, la poetica popolare dei Cesaroni e le misere perversioni di un regista come Todd Solondz.

Dal momento che mi sembra profondamente ingiusto unirsi al coro dei detrattori di Beatrice Borromeo, ho deciso di rendermi utile scrivendo le prossime tre puntate – con tanto di apposito stile scandalistico e grassetti «Dove Siamo Finiti, Signora Mia» – di «Sex and the teens», per arricchire l’encomiabile lavoro di fiction letteraria inventato dalla valida giornalista/romanziera.

Spero solo che il regalo sia gradito.

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Dai “lavori di mano” nei bagni del liceo all’estrema destra: «Così ho ritrovato l’amore per me stessa e per la Patria»

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I ragazzi del Presidio arrotolano gli striscioni, lucidano i pavimenti, sistemano con cura i volantini. Francesca, che ha un look un po’ da punkettona («però nazionalista!», puntualizza con il raggiante sorriso dei suoi 16 anni) è indaffarata: deve fornire alla radio del Movimento il resoconto della manifestazione xenofoba appena svoltasi.

Un anno fa Francesca non aveva ancora incontrato la politica o, come la chiamano i Ragazzi In Nero, la «Militanza». Un anno fa Francesca non sapeva che farsene, della sua giovane vita. La gettava via, come se fosse una cartaccia. «Insieme alle mie compagne di classe del vecchio liceo – ricorda Francesca, che stringe i pugni quasi come se volesse scacciare un passato indicibile – avevamo deciso di fare un ‘gioco’ particolare». Che tipo di “gioco”? «Aveva a che fare con il sesso», dice la ragazza tutto d’un fiato, con il groppo della vergogna in gola. «Con il sesso e i cessi della nostra scuola».

Francesca faceva qualcosa di cui non è troppo opportuno vantarsene in giro. Eppure, all’epoca lei e le sue amiche non facevano altro che pubblicizzare la loro “attività”. «A scuola lo sapevano tutti», ammette con un sospiro sofferto. «Tutti sapevano che noi “smanettavamo” i maschi nei bagni». Francesca si ferma un attimo. Abbassa lo sguardo. Cerca le parole. In un primo momento non le trova, poi raccoglie il coraggio e sciorina l’indicibile: «Sì, hai capito. Facevamo le segacce ai ragazzi, e ci facevamo pagare cinque euro. Dieci se riuscivamo a farli venire. E non era per niente difficile farli schizzare».

La ragazza confida che, a volte, il “gioco” si spingeva molto più in là. «Se c’erano ragazzi che ci piacevano, non esitavamo a farci sbattere sulla tazza. Per noi non era un problema, anzi: era un modo molto facile di cuccare e di farci aprire». Francesca è in difficoltà, nel raccontare queste avventure. Ma sa che deve farlo, perché è l’unico modo di mettersi alle spalle la dissoluzione. «I soldi che facevamo li spendevamo alla disco, in giro. Offrivamo sempre ad altri ragazzi per farceli. Eravamo delle assatanate».

Il “gioco” di Francesca è finito nella ricreazione di una piovosa giornata d’autunno. Anche quel giorno – come tutti i santi giorni – la ragazza aveva preso possesso della sua postazione di lavoro. «A un certo punto è entrato lui», dice Francesca indicando un ragazzo ben piantato, seduto qualche metro più in là. «Lui, Matteo», sussurra Francesca. Il giovane è rasato e ha un aspetto truce, ma il suo volto tradisce un carattere dolce e amorevole. «È lui che mi ha salvata. Quella mattina è venuto in bagno, ha tirato fuori i soldi e mi ha detto: “Preferisci continuare a fare la puttana o vuoi fare la Rivoluzione?” In un primo momento non ho capito, e mi sono arrabbiata parecchio. Poi ho capito tutto».

Dopo l’incontro fatale con Matteo, Francesca ha abbracciato a tutto tondo la Causa Nazionalista. «Sono una persona molto cambiata, sai? Ho capito che stavo sbagliando tutto. Che mi stavo perdendo. Che non era quello il modo di esaltare la mia femminilità, il mio ruolo di donna per la Nazione. Ora sono attiva, consapevole, partecipo a tutte le manifestazioni e voglio che l’Italia torni a essere una grande Nazione, com’eravamo una volta. Pensa che ogni tanto i ragazzi mi portano fuori con loro a picchiare gli immigrati: è troppoooo forte

Progetti per il futuro? «Tantissimi!», squittisce Francesca. «Il mio sogno più grande è quello di regalare alla Patria tanti piccoli nazionalisti!» Con Matteo, magari? Francesca strizza l’occhiolino, e la sua risata illumina la stanza tetra e buia. «E chi lo sa? Magari!»

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L’odissea di Patrizio: «Io, toyboy per caso rovinato dalle ragazzine indemoniate»

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Patrizio è un giovane in fuga.

Patrizio non ha commesso reati, non è un truffatore, non ha una condanna passata in giudicato. No: Patrizio ha solo 16 anni, ed è quello che in inglese si definirebbe un toyboy. Ma Patrizio toyboy lo è diventato per caso.

Fissare un incontro con lui è più difficile che rintracciare Julian Assange ai tempi di WikiLeaks. Patrizio vive nell’ombra, come un animale braccato. La sua colpa? Essere il “belloccio” della scuola che frequenta. Patrizio, infatti, ha un fisico scolpito, assomiglia a Brad Pitt e, soprattutto, coltiva una smisurata passione per i fiori e il cioccolato.

«È questo che mi ha fregato», sorride amaramente il ragazzo. Non appena si è sparsa la voce di queste due passioni letali, frotte di teenager indemoniate hanno preso d’assalto il povero Patrizio. «Me la tiravano letteralmente dietro, ti giuro. Una volta una tipa si è spogliata nel corridoio della scuola e ha cominciato a masturbarsi di fronte a tutti, lanciandomi addosso i suoi umori. Voleva che usassi un particolare tipo di fiore per una strana pratica sessuale. Sono scappato in bagno a piangere di fronte a tutta questa violenza».

Patrizio è affranto dalla piega degli eventi. Lui, che non ha mai avuto problemi con le donne, non  nasconde il suo disagio esistenziale: «Io sono fondamentalmente un romantico. Mi piace portare le ragazze a vedere i tramonti, regalar loro rose e stuzzicarle con il cioccolato». Un modo raffinato di far sesso facile? No, tutt’altro: il candido Patrizio avrebbe solo voluto rimanere vergine e amare qualcuno. «Non ho ancora trovato quella giusta, purtroppo, e penso che ormai non la troverò mai più. Comunque, sono sempre stato convinto che la mia verginità fosse troppo importante per regalarla a qualche svampita che mi vuole solo esibire come un trofeo».

Quelle che lui definisce «predatrici», purtroppo, gliel’hanno «strappata a forza». È successo tutto all’improvviso, dopo la fine di una lezione. «Stavo per uscire dalla classe, quando loro mi sono parate davanti. Con tono minaccioso mi hanno detto che dovevano “buttarmela addosso“, altrimenti avrei passato un brutto quarto d’ora. Mi hanno legato a un banco e mi hanno fatto qualsiasi cosa. Da quel momento sono diventato il toyboy della scuola. Una marionetta. Un uomo-oggetto a disposizione di chiunque. O meglio, a loro disposizione». Patrizio si ferma un attimo per asciugarsi una lacrima che sgocciola sul suo viso angelico. Poi continua: «Tu non hai idea a quanti tentativi di maschicidio sono sopravvissuto per un pelo. La verità è che non ho più una vita. Perché questo, te lo posso assicurare, non è vita».

Il racconto di Patrizio cambia diametralmente la prospettiva consolidata sui rapporti di forza tra i sessi. «Ma quale gentil sesso!», si scalda il ragazzo.  «Non ne potevo più di bocchini. Non ne potevo più di godere della gioia della carne. Ero ormai nauseato dall’idea di intrattenere una regolare vita sessuale – la stessa vita sessuale che fa il 99% dei teenager non intervistati in modo scabroso dal Fatto Quotidiano. Fisicamente ero al collasso. È per questo che mi sono ribellato e ho deciso di scappare, così, di botto, senza dare spiegazioni a nessuno. Ora mi sento quasi come un pentito di mafia». 

Subito dopo aver finito questa frase, il cellulare del ragazzo inizia a squillare all’impazzata. Patrizio diventa bianco come un cencio. È come se un lampo gli avesse attraversato gli occhi, il cervello, l’anima. La sua mano comincia a tremare. La sua palpebra comincia a tremare. Anche le orecchie di Patrizio cominciano a tremare.

Patrizio è richiesto da “Giuly”, che reclama i suoi «servizi» con una certa insistenza. Patrizio deve volatilizzarsi, perché potrebbero localizzare il suo segnale e avventarsi su di lui. Patrizio si rimette gli occhiali, si cala il berretto sulla fronte e scompare nell’oscurità di una notte che più buia di così non potrebbe essere.

Patrizio è un giovane in fuga, rovinato dal demone del sesso pre-matrimoniale che si è impadronito delle sue coetanee.

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«Gesù Cristo mi ha affrancato»: la parabola di Benedetta, 15 anni schiava (del sesso)

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A prima vista sembra un semplice parcheggio. Un lembo di cemento sospeso tra i campi e la zona industriale di un anonimo paese del profondo Veneto. Un fazzoletto grigio che incarna sia il miracolo economico dei padroncini che la desolazione dello schianto neoliberista.

Ma questo parcheggio è anche qualcosa di più. In questo parcheggio si sono simbolicamente celebrati un funerale e un matrimonio.

Benedetta è una graziosa quindicenne, con i tratti duri e tipici della bellezza del Nordest e un’irresistibile chioma bionda a contornargli il viso. Prima di iniziare il suo sconvolgente racconto, la ragazza indica il muretto e trattiene a stento l’euforia: «Mi sono sposata con Gesù Cristo proprio lì. Il figlio di Dio mi ha salvato dall’abisso in cui ero sprofondata».

«L’abisso» di cui parla Benedetta è proprio sotto ai nostri piedi. «L’abisso» è il parcheggio. «Qui me li sono passati tutti», esclama Benedetta. «Ma proprio tutti tutti». Anche se il suo aspetto è quella di una normalissima ragazzina di provincia, la sua storia è la cartina di tornasole della depravazione in cui è piombata la nostra disgraziata gioventù. O meglio: della depravazione che solo qualcuno di estremamente moralista, superficiale e scollegato dalla realtà – com’è chi sta scrivendo questo articolo – è in grado di individuare in questo inverosimile spaccato di vita adolescenziale.

«Limonate, lavori di bocca, scopate: per me non faceva nessuna differenza!», esclama innocente Benedetta. Di solito gli amplessi si consumavano all’interno delle auto, di notte. Ma qualche volta è capitato che ci si «desse dentro» anche sul nudo asfalto: «Ecco, in quei casi non era piacevolissimo. Mi grattava parecchio la schiena e mi sbucciava le ginocchia, ma sentivo che andava fatto comunque». Il motivo di questa mania? Ignoto. Benedetta, infatti, non sa spiegarsi il perché della discesa in questa spirale. Forse la noia, o forse la corruzione dei costumi. «Sul serio, non saprei proprio dirti perché lo facevo: per me era naturale come bere uno spritz o fare i compiti».

L’illuminazione – è proprio il caso di dirlo – è venuta all’improvviso, durante l’ennesima serata di ingordigia. «Ero sbracata nel sedile posteriore di una Punto quando ho sentito bussare al finestrino. Ammetto che ero terrorizzata», ricorda Benedetta, «pensavo che fosse la polizia o mio padre. È stato allora che ho visto Gesù Cristo. Lui mi ha sorriso e mi ha invitato a fare una passeggiata. Il ragazzo con cui ero, che non aveva il dono di vedere quello che vedevo io, mi ha liquidato come se fossi una pazza».

Quella sera la ragazza è stata con Gesù fino all’alba. I due hanno parlato tutta la notte, fino a sentire il canto dei galli e il frastuono dei tir. «A un certo punto Gesù mi ha chiesto la mano. È stato bellissimo, il miglior momento della mia vita. Mi ha detto: “perché vuoi continuare a buttarti via così, Benedetta? Io posso offrirti di meglio delle ‘bombate’ nel parcheggio. Posso garantirti l’accesso privilegiato al Regno Dei Cieli“. Non ho resistito».

È stato un autentico colpo di fulmine: amore a prima vista, come non se vedono più in questi tempi aridi. «Ero una schiava – scuote la testa Benedetta – Ma Cristo mi ha affrancata. Ora sono completamente libera».

Da quel giorno Benedetta non è più tornata al parcheggio degli «orrori sessuali», come lo definisce lei. Per il resto, non ci sono dubbi: questo è il lembo di cemento dove la vecchia Benedetta è morta per far spazio ad una nuova, sfolgorante persona. Dal campanile del paese, nel frattempo, si odono i primi rintocchi. Benedetta entra in fibrillazione. «Ecco, mi sta chiamando! Perdonami proprio, ma devo andare da mio marito

La ragazza sgambetta e attraversa a passi lesti e ricolmi di gioia il maledetto parcheggio. Già, il parcheggio: qui è dove tutto è cambiato. E qui è dove tutto dovrebbe cambiare: non solo la traiettoria di vita di una singola ragazza, ma quella di un’intera generazione che ha smarrito la retta via.

Perché, dopotutto, la redenzione di Benedetta dimostra che un altro mondo è possibile.

Posted in Comunicazione, Pensatoio, R-esistenze, Satira, Sessismo.


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