Skip to content


Comunicazione politica, pratiche di esclusione e narrazione antiviolenza imposta

Da Abbatto i Muri:

Premetto: io sto sempre dalla parte delle vittime di violenza. Non sto dalla parte dei tutori. E questa cosa non è una banalità perché cambia proprio la prospettiva. Se fai antiviolenza in istituzionale/mode quando sarà un tutore a opprimere qualcun@ sarai dalla sua parte e giammai da quella della vittima. Dunque non ho problemi con l’antiviolenza. Io critico fortemente una certa antiviolenza egemone che giudico dannosa e che non è l’unica possibile anche se si autodefinisce tale. Con essa critico un pezzo dei femminismi istituzionali e anche quelli non sono gli unici possibili anche se si autodefiniscono tali. Vado perciò a raccontarvi un po’ di analisi.

L’antiviolenza che legittima il patriarcato (buono)

Quello che vedo in atto, è in generale, una pratica di esclusione contro soggettività e femminismi autodeterminati. Nulla di nuovo, in realtà, ma trovo comprensibile, perché già previsto, che il femminismo filo/istituzionale e moralista abbia sdoganato alcune distorte pratiche di attivismo accreditandole come si trattasse del più lieto e lungimirante femminismo del mondo. E trovo comprensibile che conseguenza ne sia, appunto, il tentativo di esclusione di femminismi non istituzionali, non moralisti e dunque autodeterminati.

Da quei femminismi istituzionali deriva anche una antiviolenza che legittima il patriarcato (buono) e che trova giusto che le donne siano definite “soggetti deboli” private della possibilità di scegliere se revocare una querela o meno, consegnate a tutori  dall’alto di una logica che ripropone uno schema vecchio quanto il cucco.

Nelle discussioni di questi anni ci siamo abituate a un altro paradosso. Non si parla più di libertà delle donne ma di dignità. La storia della difesa della dignità delle donne, dove non si capisce perché mai le donne dovrebbero essere “dignitose”, ovvero rispettose delle convenzioni sociali, la storia dell’allarme sull’uso del corpo delle donne e la incessante campagna che coinvolge gli uomini come destinatari di una rieducazione, ha rilegittimato infatti un patriarcato che altrimenti non avrebbe avuto grande spazio.

La donna come corpo/oggetto sociale e proprietà di Stato

La “donna” è ora corpo/oggetto di interesse sociale, che poi vuol dire che si torna indietro al tempo in cui i reati contro le donne erano reati contro la morale. Nel 1996 il reato di violenza sessuale fu rinominato contro la persona e non a caso la discussione che precedette quel cambiamento quasi copiava toni e impostazioni che vediamo oggi. Strenui oppositori al fatto che fosse la donna, autodeterminata, a ritenersi offesa e dunque a poter decidere se denunciare o meno, furono paternalisti che all’epoca erano democristiani, soprattutto, e signore conservatrici che disconoscevano perfino il concetto di autodeterminazione.

L’atteggiamento di una certa militanza che evidentemente il femminismo lo conosce e lo ha praticato poco, ché indignarti su facebook per il culo esposto in una pubblicità sessista non ti fa decisamente consapevole, ricalca esattamente quello stile che poi si esaspera quando arriviamo al fascismo che esterna crudamente un “giù le mani dalle nostre donne“.

Paternalismo vuole infatti che la “donna” sia oggetto sociale e dunque che il bene (inteso in quanto proprietà di Stato) della stessa debba essere garantito a prescindere dal fatto che quella donna dichiari di voler essere salvata. A questa visione delle cose aderisce quel filone reazionario, moralista, filo/istituzionale femminista che appunto invece che rabbrividire brinda alla notizia della approvazione della legge francese contro la prostituzione.

Il femminismo dell’antiviolenza

Si unisce al coro, di quelli che giudicano utili gli interventi autoritari sulle questioni che riguardano le donne, quel femminismo, oramai istituzionalizzato, che si occupa di violenza sulle donne.

La visione delle cose di persone che attraversano quegli ambiti e con le quali talvolta mi sono confrontata fa di paternalismo e patriarcato (buono) una virtù. Preferisce l’uomo a salvare la donzella in pericolo esercitando cavalierato con in premio un riconoscimento sociale che lo riclassifica in quanto degno, e lo preferisce a perorare un approccio istituzionale e securitario perché “ci sono donne in pericolo e bisogna aiutarle” (così una donna mi ha detto).

Per “aiutarle” si intende che si confonde la repressione con la prevenzione e si interviene in senso repressivo anche in altri ambiti sociali e culturali. Quello che succede in Spagna con il libro di Costanza Miriano ne è la riprova. Arrivare a immaginare di impedirne la pubblicazione consegnando al magistrato una accusa di apologia di violenza, vuol dire che pur di “salvare” una donna si è disposte a mutilarla del diritto di parola, a prescindere dal fatto che quanto scrive lo si condivida o no. E questo è, ne sono convinta, un atteggiamento neofondamentalista che porta a legittimare Armate del Bene che vanno in giro per il web 2.0 a concepire linciaggi.

Problematizzare il conflitto con femminismi/istituzionali alleati a tutori e paternalisti

C’era una volta Finchè Morte Non Vi Separi: esplorazione di un terreno narrativo come tanti che ho intrapreso. Ricordo per esempio il progetto di comunicazione politica Malafemmina. La narrazione decostruisce e approccia la questione della violenza in senso antiautoritario e non istituzionale. La protagonista traccia una linea di demarcazione tra la sua elaborazione personale e la narrazione che invece le viene imposta. Altro non fa che mettere di fronte alla realtà chiunque legga o ragioni di violenza: c’è una donna che subisce violenza ma torna con chi gliela infligge, percepisce come intrusivi gli interventi autoritari di istituzioni e familiari e infine si libera da sola con una propria soluzione che non esige né interventi tutoriali né demonizzazioni del violento.

Il racconto pone una questione sostanziale: se una donna non vuole lasciare l’uomo violento cosa fai? La psichiatrizzi? La rinchiudi? La imprigioni in obblighi giuridici e istituzionali? Fino a che punto sei dispost@ ad arrivare per “salvare” quella donna? Fino a che punto le riconosci capacità di elaborare una propria soluzione? Fino a che punto i tuoi interventi si asterranno dall’essere autoritari?

Le reazioni a quel racconto furono atroci. Paternalisti che patologizzavano la protagonista. Sedicenti femministe in processione a esigere una scomunica ufficiale di quella narrazione. La definirono “pericolosa“, “irresponsabile” e in molti altri modi ancora più insultanti. E quella reazione era quasi prevista, devo dire, ché certo non mi aspettavo di trovare tutte quante a rispettare l’autodeterminazione delle donne. Ma il fatto che arrivò da contesti sedicenti femministi mi chiarì moltissime cose che poi hanno motivato altre mie analisi politiche in futuro.

Senza quelle reazioni non avrei capito come la società usa le donne vittime di violenza per legittimare autoritarismi e repressione. Come un certo femminismo filo/istituzionale sia diventato neofondamentalista. Come dell’autodeterminazione delle donne a chi si occupa di violenza per molti versi in tanti casi proprio non importa. Come la vittimizzazione delle donne sia giunta a un livello tale che c’è perfino chi vuole proteggerle dalle “parole”. Da un racconto. Da un libro. Come se le donne non fossero altro che una gran massa di idiote incapaci di intendere e volere. Mi aprì gli occhi su quale sarebbe stato l’umore politico, la deriva autoritarial’approccio da panico morale, l’imposizione normativa di chi altro non sapeva fare che brandire cadaveri, brandelli di carne vittime di violenza per raccontare in forme esasperate una emergenza.

Quelle reazioni erano il motore primario che produceva culturalmente panico morale, emergenzialità che poi è stata utile al provvedimento paternalista, la legge sul femminicidio, che rientra perfettamente in questo schema. Ancora oggi quel progetto mi chiarisce moltissime cose perché sottoposto a una donna che di violenza si occupa, lei dice, dopo aver letto solo un brano, che bisognava aggiungere con chiarezza passaggi pedagogici e di indirizzo ai centri antiviolenza.

Dunque resta impossibile una narrazione che indaghi mezzi soggettivi per salvarsi dalla violenza e che non faccia in qualche modo marketing istituzionale a tutte le componenti che vuoi o non vuoi fanno parte della rete che legittima l’industria del salvataggio.

Si può raccontare la violenza soltanto se metti accanto alla notizia di cronaca la foto della macchina della polizia ovvero se concludi indirizzando ai Centri come unica soluzione possibile. E voglio dire che potrebbe certo essere una soluzione di buon senso ma d’altro canto se su indicazione e approccio paternalista chi si occupa di violenza non riesce a intercettare altri possibili disinneschi preventivi in quella narrazione se non quella che porta a una “denuncia” e a una richiesta tutoriale direi che la censura, la moralizzazione, non giovano all’antiviolenza.

Le donne non sono tutte uguali. La vittima non deve necessariamente essere raccontata come la narrazione istituzionale impone e se si censura con apposite e autoelette commissioni tutoriali la narrazione differente quel che si fa è solo inibire la possibilità di esplorare altri disinneschi e altre possibili soluzioni. E questo è, nei fatti, un atteggiamento di conservazione di un’area di competenza che finisce per rappresentare un potere quando usi quella competenza per dire alle donne cosa dovranno scrivere e cosa no.

Non solo. Si compie così la colpevolizzazione della vittima. Se non sei vittima come istituzione ordina allora sei colpevole, irresponsabile, te la sei cercata, insomma. Il primo victim blaming viene perciò realizzato a cura di un paternalismo che non investe sull’autostima della donna ma impone un marketing che carezza e regala autostima ai ruoli tutoriali. Impone la “delega” come prassi, perché sostanzialmente, il punto vero è che non ci si fida delle donne. Non si riconosce loro forza, autodeterminazione, libertà per poter decidere per se stesse. E da quel che leggo, purtroppo, vedo che anche tante, troppe donne che si occupano di violenza hanno deciso di passare dalla condivisione di esperienza, com’era nei gruppi di autocoscienza in cui ci si aiutava l’un l’altra, alla imposizione di una visione dogmatica che deve calzare bene su tutte.

La lotta alla violenza sulle donne si è fatta scienza, ha proprie “esperte” (non si capisce sulla base di che) in una materia difficilissima che non può risolversi in termini accademici, ha una visione direi psichiatrica degli interventi sociali e individuali da realizzare e le conclusioni le vediamo nella sottrazione del diritto alle donne di revocare la querela o nel progetto di rieducazione dell’uomo se cliente di una prostituta così come si prevede in Francia.

Qualche anno fa queste visioni ci sarebbero sembrate pura follia. Oggi c’è chi le accredita come giuste e anzi come le uniche possibili al punto tale che si insinua un atteggiamento respingente e autoritario nei confronti di qualunque altro tentativo di approccio.

L’antiviolenza perciò diventa luogo in cui si consolidano posizioni che hanno molto a che fare con il controllo sociale, il securitarismo e la repressione. E l’istituzionalizzazione di iniziative di donne che vogliono aiutare altre donne per me è preliminare alla legittimazione di un sistema in cui altre istituzioni totali si aggiungono a quelle già esistenti. Ché in fondo, se lo schema che si impone è solo uno, quel che si impone alle vittime di violenza non è un percorso di liberazione ma di adesione a un dogma. Ed è la laicità che in certi luoghi, contesti, e in tante discussioni bisogna secondo me recuperare. La laicità. E forse anche un minimo di umiltà sociale e ascolto nei confronti delle donne. Tutte quante. Incluse quelle che hanno pensieri altri, inafferrabili, non addomesticabili, non schematizzabili, complessi, senza etichettarle e liquidarle con facilità come nemiche del popolo, sovversive e terroriste.

In quanto ai paternalisti che supportano prospettive non laiche e che “sanno loro qual è il bene delle donne” direi che in questo non c’è nulla di nuovo. Non dichiarano che ciò che impongono è quanto a loro piace, ma, nella migliore tradizione patriarcale, o imputano l’esigenza di talune soluzioni alla “natura” o la spacciano per necessità sociale che esige interventi che le donne stesse realizzeranno.

Si chiama PinkWashing ed è strumentalizzazione delle questioni di donne per realizzare un modello sociale patriarcale. Un modello sociale che si vuole calare dall’alto senza discutere con le parti interessate. I soggetti, le donne, le sex workers, tutte quelle che secondo i patriarchi (buoni) avrebbero bisogno solo di essere salvate d’ufficio senza rispettare e ascoltare il loro parere.

Questo è il presente come lo vedo io. E questo è il futuro se non facciamo nulla per cambiarlo.

Posted in AntiAutoritarismi, Comunicazione, Critica femminista, Pensatoio, R-esistenze.