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Dialoghi intorno all’affidamento condiviso: l’origine della riforma!

Secondo appuntamento con Marino Maglietta che racconta tutto ciò che riguarda l’affido condiviso. Voci disinformate ne attribuiscono l’origine a soggetti molteplici, misteriosi, segretissimi, oscuri. In realtà non c’è nulla di misterioso, nulla di segreto o di oscuro e se volete ragionare di questa materia, come già anticipato, Marino Maglietta è la persona giusta con cui confrontarsi. Gli ho chiesto di rispondere a molte domande. Potete trovare il suo primo intervento QUI. In basso racconta l’origine della riforma e dal prossimo appuntamento in poi risponderà a quesiti che gli porrò, un argomento alla volta, affinché tutto sia chiarito a chi vuole saperne di più. Gli altri interventi, come già anticipato, avranno cadenza settimanale. Buona lettura!

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L’origine della riforma: padri e madri insieme

Intanto mi presento: l’affidamento condiviso sono io che l’ho pensato, che l’ho scritto, gli ho dato il nome e l’ho accompagnato fino alla sua approvazione, combattendo perché a forza di emendamenti fosse annacquato il meno possibile, che l’ho difeso successivamente dagli stravolgimenti della giurisprudenza e che oggi, constatata la sostanziale inutilità degli sforzi in tal senso, chiedo al Parlamento di tornare alle origini, introducendo anche alcuni indispensabili aggiornamenti.  Quindi, se ne sentono dire tante, ma si può essere sicuri, leggendomi, di essere risaliti alla fonte e di avere informazioni sicure.

La riforma, dunque, nasce dalla banale constatazione che la rottura del legame di coppia non può e non deve trasformarsi in rottura del legame del figlio con il genitore “non affidatario”; quanto meno, non deve essere il sistema legale stesso a prevederlo. Viceversa, prima della riforma per legge e per giurisprudenza la frattura era pressoché totale e obbligatoria: i figli stavano con genitore, investito dell’obbligo di provvedere a ogni loro necessità, assumendo tutte le decisioni della vita quotidiana, mentre l’altro doveva solo corrispondere del denaro e fruire, se voleva, di un “diritto di visita”. Un modello ideale per madri arrabbiate e vendicative e per padri estraniati: pessimo per padri presenti e madri in affanno.

Crescere Insieme, l’associazione fondata nel 1993 proprio per cambiare questo stato di cose, si propose di ribaltare la situazione, conservando ai figli l’apporto educativo e affettivo di entrambi i genitori, gravati entrambi da medesimi obblighi, poteri e responsabilità. Le linee guida del progetto – rispettate purtroppo solo sulla carta – si ritrovano nel primo comma della legge sull’affidamento condiviso: “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.”

Allora, una legge contro le donne? Stiamo ai fatti e continuiamo a leggere la storia.

Al diverso approccio di Crescere Insieme fece seguito l’avvio di una collaborazione con i gruppi di madri separate che andavano nascendo, che si mossero con gioia nello stesso senso. Non più steccati e contrapposizioni tra genitori di sesso maschile e femminile, secondo lo sciocco messaggio mediatico di allora (e in parte di oggi) e a involontaria conferma della discriminazione dei tribunali, ma solide intese tra buoni genitori contro cattivi genitori.

Il primo e più forte segnale venne dall’Associazione Donne Separate, fon­data ad Agrigento nel 1996 nel segno del desiderio di staccarsi, di separar­si, non solo da un coniuge non più amato, ma da un insieme di stereotipi che in Sicilia continuano ad affliggere la donna. Il rifiuto dei luoghi comuni a proprio carico portava infatti le iscritte, in modo del tutto naturale, ad estendere la contestazione a quel concetto della famiglia che fa ritenere i figli “cose da femmine”, alle quali vanno quindi sistematicamente ed esclusivamente affidati in caso di separazione, affermando per prime che la donna non è l’unico essere in grado di accudirli e che non sempre e non in tutto l’affidamento esclusivo è un privilegio.

Queste intelligenti ammissioni nascevano dalla consapevolezza di un pro­prio personale interesse ad una diversa e più equilibrata ripartizione di diritti e doveri tra i genitori, in armonia con il principio delle pari opportunità. Ve­niva dunque, curiosamente, dal profondo sud, la più moderna e avanzata visione del problema, in accordo con le posizioni delle donne nordeuropee che da tempo rivendicavano spazi adeguati per la propria vita privata e pari pos­sibilità in ambito lavorativo, secondo i principi sanciti dalla Convenzione sul­l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti della don­na, fatta a New York, il 18.12.1979 e ratificata dall’Italia con legge 14.3.1985 n. 132. Vi si legge, tra l’altro:  “Gli Stati parte della presente Convenzione,  … consapevoli del fatto che il ruolo procre­ativo della donna non deve essere all’origine di discriminazioni e che l’educazione dei fanciul­li richiede una suddivisione di responsabilità tra uomini, donne e società nel suo insieme; consapevoli che il ruolo tradizionale dell’uomo nella famiglia e nella società deve evolversi insieme a quello della donna se si vuole effettivamente addivenire ad una reale parità tra uomo uomo e donna;…

Art. 16… prendono tutte le misure adeguate per eliminare la discriminazione nei confronti della donna in tutte le questioni derivanti dal matrimonio e nei rapporti familiari e, in particolare, assicurano in condizione di parità con gli uomini: … d) gli stessi diritti e le stesse responsabilità come genitori, indipendentemente dalla situazione matrimoniale, nelle questioni che si riferiscono ai figli”. Concetti confermati nel testo conclusivo della IV Conferenza Mondiale sulle Donne (Pechino, 1995).

Né il caso restò isolato, assumendo posizioni simili a quelle di ADS le Mamme Separate (Como) e il Centro Italiano Femminile (CIF).  Né si rimase sul piano della pura teoria, scendendo nelle piazze le mamme separate a raccogliere firme insieme ai padri per una petizione a favore della riforma, negli stessi giorni in cui Crescere Insieme pubblicava sulla medesima un articolo dal titolo “Con le donne, per le donne”. In sostanza, la comparsa di associazioni femminili specificamente interessate alla sepa­razione fece chiarezza nella lettura delle posizioni delle forze in campo rispet­to alla riforma che nel frattempo era giunta al­l’at­ten­zione del paese, spazzando via la tesi di chi voleva ricondurre la battaglia pro e contro la nuova legge ad un confronto maschi-femmine e dare al movimento a favore della bigenitorialità il senso di una mera rivendicazione dei diritti dei padri. Diventò sempre più evidente che a favore o contro il cambiamento ci si poneva non in virtù di una inessenziale differenza di genere, ma in conseguenza di una diversa concezione dei diritti e dei doveri dei genitori, nonché di una diversa collocazione dell’interesse dei figli nella scala dei valori da tutelare. Si comprese che i padri poco responsabili, che approfittava­no della condizione di non affidatari per defilarsi o scomparire del tutto erano ostili alla riforma tanto quanto le madri possessive che approfittavano dell’affidamento esclusivo per consumare vendette o attivare ricatti. Così come i padri obbligati per legge all’assenza scoprivano come naturali alleate quelle sagge madri affidatarie, permanentemente impegnate a sollecitare la presenza e il contributo di ex partner in fuga.

Concludo questo veloce riepilogo storico riportando integralmente un articolo da me scritto a quel tempo e uscito su una rivista siciliana (Green Club Magazine”, p. 9, 1997), che documenta l’attenzione, la reciproca sensibilità e lo spirito di collaborazione che ha animato padri e madri separati fin dal nascere della riforma. Appuntamento fra altri sette giorni.

Penelope, ieri e oggi

Separazione per la donna è termine dai molti significati, potendo indicare ad esempio, come l’Associazione Donne Separate ci ha recentemente ricordato, non solo separazione personale da un compagno non più gradito, ma anche volontà di superare una quantità di sgradevoli luoghi comuni. Altre volte, però, la separazione è distanza non voluta da cose profondamente amate, da altri esseri che hanno scandito per lungo tempo i ritmi felici della nostra esistenza. Un distacco che impone dolorosi e difficili adattamenti, dei quali la donna è costretta a sperimentare da sola la quotidiana valenza. Ci interessa dunque proprio di questa ultima situazione ritrovare gli archetipi, ricercando nel mito le figure che meglio possono aiutarci a leggere e comprendere le vicende di oggi.

Non è tra il vasto esercito di donne abbandonate (Medea, Arianna, Didone ecc.) che potremo trovare il modello più calzante per illustrare il disagio della condizione della separata, ma presso quella regina così a lungo impegnata nell’educazione solitaria di un figlio e nella gestione di un sia pur piccolo regno: Penelope.

La conosciamo tutti, sappiamo della sua lunga attesa di uno sposo che scompare per vent’anni lasciandola a sostenere da sola la cura dello stato. E sappiamo della folla di pretendenti che ben presto la circonda, che le invade la casa e la logora con pressioni per nuovi legami che nulla hanno di romantico, ma che rappresentano solo il tentativo di approfittare della sua situazione.

E la Penelope di oggi, la donna separata, si trova anch’essa alle prese con una schiera di aspiranti seduttori volgari e arroganti, non di rado sfacciatamente ricattatori.  Essa infatti, non appena il distacco dalla vita precedente si concretizza, e resta senza un uomo al fianco, per “amici” o anche solo conoscenti alla lontana diventa una facile preda da non lasciarsi scappare! Perché realmente questa donna incontra grosse difficoltà nella vita sociale, e quindi sicuramente è un soggetto esposto alla tentazione di farsi aiutare. E più il personaggio è potente, maggiori sono le sue possibilità di intervento: sotto condizione, beninteso. “Banchieri, pizzicagnoli, notai, dai ventri obesi e le mani sudate” si scatenano nella caccia. Ma anche ai pesci di minor taglia l’occhio si fa piccolo e cisposo, e non meno degli altri diventano scorretti e molesti.  E’ così che si innesca lo squallido rituale di assillanti telefonate, di inviti “a cena” dal ben diverso significato, di “regali” che tutto sono meno che gesti gratuiti, di richieste di “uscire” che tutto intendono meno che il desiderio di prendere aria. Iniziative, ovviamente, di cui si parla limitatamente al caso in cui non sono gradite. Perché è allora che Penelope 2 scopre che un “no” non basta, e neanche quattro o cinque, – certo, deve cedere: come può fare da sola, senza un protettore? – ma che i suoi rifiuti addirittura rischiano di provocare l’irritazione, per non dire il desiderio di vendetta, del maschio respinto, che non di rado “si tutela” dallo smacco vantandosi falsamente di avere ottenuto ciò che voleva. Così, in una totale povertà non solo di sentimenti, ma anche di fantasia amatoria, si consuma il “corteggiamento” (dispiace sporcare una parola che in natura ha ben altra dignità).

La vera Penelope ha però un vantaggio: la speranza del ritorno di Odisseo, che la sosterrà e le darà la forza di resistere. E Odisseo  tornerà, e col suo arco farà giustizia dei Proci.

Ugual fortuna non ha Penelope 2, per definizione priva di uno sposo e per frequenti imposizioni sociali spesso condannata a celare un nuovo compagno. Così dunque una ulteriore atroce beffa si sovrappone alle già descritte difficoltà: perché non di rado le “avances” dei nuovi Proci avvengono proprio sotto gli occhi di questa persona, costretta al silenzio come Ulisse in veste di mendicante in casa propria.

Ma, in questa situazione, che si può fare? Ben poco. Si può solo sperare che alla lunga prevalgano le buone qualità di quegli uomini che non si propongono alle donne solo perché in condizioni di inferiorità, e che quando sono veramente interessati a una di esse hanno il coraggio di venire allo scoperto e soprattutto la dignità di accettare quello che viene loro risposto.

Troppo semplice e onesto per certe persone?

Allora Zeus, ti prego, dammi un arco.

Marino Maglietta

[Pubblicato anche su Abbatto i Muri]

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di Marino Maglietta: Uomini contro donne?

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