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Appunti per una tecnologia tranfemminista

Da Mundijenn:

Quella che segue è una traduzione fatta tra compagne: molteplici occhi, dita, teste, fiche … in vari tempi, in rete e supportate dal  pad di riseup,  un software open source di scrittura collettiva.

Si tratta dell’intervento di Lucía Egaña Rojas  durante le giornate  Porno Post-apocalittiche   che si sono tenute a barcellona questa primavera, un tripudio di performance,  incontri stimol-azioni e scambi.

Ecco gli appunti per una tecnologia transfemminista in pdf   mentre il pdf del testo originale lo trovate qui

Alcuni appunti per una tecnologia transfemminista.

Lucía Egaña Rojas1

Giornate Porno Post-apocalittiche, 10 anni di PostOp

“Si racconta ciò che si utilizza, non i modi di usarlo.

Paradossalmente questi diventano invisibili nell’universo della codificazione

e delle trasparenze generalizzate”

de Certeau, (2000, 41)

“La forza della parodia consiste proprio

nel trasformare la pratica delle ripetizioni in una posizione che politicamente ci dia potere”

Rosi Braidotti, Cyberfemminismo con una differenza (1988)

Ho visto cose a cui gli umani si abitueranno:

giocando via internet al cyber-sesso, ho visto siti porno,

migliaia di pagine a un megabyte al secondo.

Tutti questi momenti si perderanno… nell’era eteropatriarcale…

come orgasmi…nella pioggia” parafrasi di Blade Runner

La gestazione di questi appunti inizia nella doccia di casa mia, dopo che Elena2 chiama dal suo iPhone 4 il mio Samsung (Galaxy Y Pro Young) GT-B5510 per dirmi, tra le varie cose, che mi proibisce di leggere un testo durante il mio intervento per queste giornate3.

Nella doccia penso alla scrittura come tecnologia di fissaggio discorsivo. Quali potrebbero essere i metodi di insediamento discorsivo del transfemminismo? Mentre evito il più possibile l’uso di saponi e prodotti chimici che non so bene cosa contengano sotto il codice chiuso della parola petrolio, realizzo: una scrittura transfemminista dovrebbe includere, oltre a testi, anche blog, performance, aggiornamenti di status e tatuaggi, umori/lacerazioni/squarci vaginali.

Esiste una metodologia nella tecnologia?

A Puerto Hurraco Majo4 mi chiese di ripetere l’intervento presentato all’incontro “dones implicades amb tecnologies”, però ovviamente ripeterlo per il compleanno n. 10 di PostOp sarebbe cagare fuori dal vaso. Quell’intervento fu realizzato nel contesto di una associazione di ragazzi che riempivano il loro programma (con le migliori intenzioni del mondo) con alcuni “esempi” di ragazze che lavoravano con le macchine. Un gesto nobile (e forse per lo stesso motivo conservatore) per dare visibilità al lavoro delle biodonne nell’ambito delle tecnologie. In quella occasione citai la conferenza di Audre Lorde, letta all’Università di New York nel 1984, nella quale si sostiene che “gli attrezzi del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone” (Lorde, 1984). Con “attrezzi” Lorde si riferiva alla classificazione di “femminista, lesbica e nera” che produceva, all’interno del femminismo (e a partire dalla nobile intenzione di darle uno spazio di visibilità specifica per la sua condizione), una divisione in categorie che la escludeva dal potersi riferire ad altri ambiti vitali che non fossero unicamente quelli che la sua condizione di femminista, lesbica e nera le dava la possibilità di enunciare.

Questo testo segue quindi una logica “re-utilitarista”, nel senso che lo costruirò a partire dal materiale presente in quel testo. Qui, in queste giornate post-apocalittiche, non voglio annoiarvi con cifre5 , né con le esperienze di formazione tech di biodonne, né con la mia stessa auto-formazione, sempre insufficiente, nell’ambito delle “nuove tecnologie”. La meccanica reutilitarista  di questo testo sarà quindi quella del femminismo, del software libero e delle molte resistenze contemporanee, che costantemente riutilizzano se stesse perché, in fondo, non è che ci sia qualcosa di totalmente nuovo6.

Io parlo dalla precarietà delle macchine rotte, parlo dallo stato alterato dell’errore, parlo come pornoOperaia del codice, come paria. Parlo dallo smartphone che comprai con i miei primi guadagni di prostituta; scrivo con Open Office lettere d’amore ad hackers che non conosco. Tecnologia e scienza sono parole prese controvoglia dalla stessa definizione del dizionario. Parlo con questo linguaggio mediato dal computer e dai dizionari online come se rigurgitassi latte acido dalla bocca. Tecnofilia e teconofobia sono due forze che si scontrano dentro di me. Sono come i batteri della vagina: il pericolo risiede nello sconvolgimento del suo equilibrio (e in questi casi uso iniezioni di kefir). Parlo come spammer, streamer, blogger e switcher.

Parlare di tecnologia è come parlare di quei concetti che hanno 2 milioni e mezzo di interpretazioni e che perciò diventano potenzialmente tutto. Si può dire “tutto è tecnologia”, così come “tutto è soggettivo”, senza, alla fine, arrivare a molto.

Quindi il problema è ridefinire il concetto, togliergli di dosso qualsiasi rumore di fondo che non sia il nostro. Ricondurlo, coccolarlo affinché raggiunga un amorfismo applicato alla nostra mostruosità contingente

Preso singolarmente, l’intreccio tra genere e tecnologia offre numerosissime letture possibili (come accesso alle tecnologie, breccia di genere, come costruzione disciplinante, come discorso tecnicizzante, etc).

Dare una definizione è in sé un gesto politico, sovvertire le leggi con cui sono state costruite le parole, cambiare i componenti del loro circuito, e, come conseguenza, farle funzionare in un altro modo.

In questo senso, partire dalla definizione di un media mainstream è il primo passo e uno dei più semplici. Iniziare dalla definizione di tecnologia riportata da Wikipedia, un media che spesso consideriamo legittimo per la sua metodologia collettiva di costruzione, anche se non per questo è salvoda ideologie tendenziose e convenzionali7.

Da Wikipedia8:

Tecnologia è l’insieme di conoscenze tecniche, organizzate scientificamente, che permettono di disegnare (progettare?) e creare beni e servizi che facilitano l’adattamento all’ambiente circostante e soddisfare sia le necessità essenziali sia i desideri dell’umanità. È una parola di origine greca τεχνολογία, formata da tékhne (τέχνη,arte, tecnica o capacità che può essere tradotto come destrezza) e loghìa (λογία,lo studio di qualcosa). Nonostante ci siano numerose tecnologie molto differenti tra loro, si usa frequentemente il termine alla forma singolare per riferirsi a una di esse o al loro insieme.

Vorrei fissare alcuni punti su cui si basa questa definizione:

  1. Presuppone   una divisione tra l’ambiente e ciò che ha o crea la tecnologia, e  anche se è molto interessante  porsi/pensarsi come qualcosa di non-naturale, la definizione continua a  presupporre che ci sono cose che naturali lo sono (come l’ambiente), instauranando una relazione quasi  antagonista tra le due parti. In questo senso non si  prenderebbe in considerazione il fatto che proprio la natura potrebbe  essere costruita dalla tecnologia (Preciado,  2002, 2013) bensì si imposta una relazione di conflitto  tra l’una e  l’altra. Dove sembra che una non permetta all’altra di vivere bene

  2. Presuppone un ordinamento scientifico delle conoscenze prodotte dall’umanità. E anche se possiamo relativizzare  ciò che è considerato scientifico, oggi come oggi esso continua ad essere  qualcosa di molto concreto e un metodo fortemente costrittivo nel quotidiano, come se fosse l’unico valido per ottenere legittimità.

  3. Si tratta di una descrizione abbastanza utilitaristica e progressista (nel senso che si muove verso il “progresso”), orientata all’industrializzazione, e, nonostante l’industria  affermi che la tecnologia può operare protesicamente sul corpo,  circoscrive sempre queste operazioni all’ambito della  produttività capitalista, riservata agli organi del lavoro  industriale (per esempio rimpiazzare la mano rotta dell’operaio  con un’altra meccanica affinché possa continuare a lavorare)  (Preciado, 2002, 131)

  4. Introduce il tema dei “desideri dell’umanità”, ma poi lo pianta in  asso.

Ci sono vari tipi di tecnologie (così come ci sono vari tipi di femminismi), e le compagne di PostOp lo affermano nel loro statement9“tutte le persone sono costituite (operate) da tecnologie sociali molto precise che le definiscono in termini di genere, classe sociale, razza”10.

Come non cadere in pratiche neoluddiste di completo annullamento di ciò che è tecnologico? Come saper sfruttare ciò che è conveniente, che è tattico, come rivoltarlo? Come dovrebbe essere una tecnologia transfemminista, quali la sua definizione e il suo utilizzo?

Di seguito alcuni appunti su come potrebbe essere una tecnologia transfemminista:

  1. Una tecnologia transfemminista NON può essere una “gara di cazzi”.

Quella che chiamo “gara di cazzi” è, negli ambiti tecnologici, una pratica così abituale da essere ormai naturalizzata (come il “lust of results”). Nella gara di cazzi non importa cosa fai con il tuo ma quanto è grande e quanto ci mette a diventare duro. E’ una questione di efficacia e presenza da un’unica prospettiva. Nella gara di cazzi non conta nulla che non sia cazzo e di carne (nulla che non sia un gadget, un artefatto, un marchingegno, una macchina, nulla che non abbia almeno un circuito integrato, una cpu, un codice informatico). Nella gara di cazzi non contano i processi, né le osservazioni, né le narrazioni, né i sensi. Si tratta di una dinamica mercificante e materiale, e in certi casi di un aberrante essenzialismo tecnologico11. La gara di cazzi, come indica il suo nome, è una sfilata di capacità mercificate dove alla fine? potrebbe vincere una di quelle esposte (e qui la possibilitá di “vincere” si incrementa con macchinari disponibili, accessi a aggeggi, in definitiva, con la proprietà privata). La “gara di cazzi” NON serve come metodologia per imparare qualcosa, ma solo per ammirare le cose. E’ una dinamica basata sulla proprietà (“guarda che figo il MIO aggeggio”)) e pertanto questa pratica rimane esclusa da quelle che enunceremo come tecnotransfemministe (contraddice il punto 2).

  1. Una tecnologia transfemminista dovrà essere anticapitalista, deindustrializzata e basata sul principio della differenza.

La tecnologia capitalista é orientata alla perdita progressiva di autonomia. Il miglior esempio di questo è l’iPad, una tavoletta di plastica piena di fili prodotta in Cina da minorenni, che non ha nemmeno una porta USB e con la quale ti connetti unicamente a una nuvola immaginaria che non sai cosa contiene né come funziona, ma assomiglia a quelle che adornano il cielo nei coloriti prati di Heidi. Il capitalismo produce in serie, necessita della ripetizione perché necessita (e produce) l’abitudine e la fabbrica, e perché l’unica differenza tra un articolo e l’altro è il suo numero di serie, cosa che paradossalmente lo rende “originale”.

Una tecnologia anticapitalista non ha né numeri di serie, né fabbriche, né nuvole bianche su fondi celesti. Una tecnologia anticapitalista non sta nelle nuvole né in Cina perché sta, tra l’altro, nella fica ribelle che resiste al salvaslip come paradigma dell’omogeneizzazione castrante (perché sì, esiste la castrazione oltre la psicanalisi e la paura di perdere il fallo, come per esempio nelle tecnologie dell’olfatto che propone la Evax12).

Una tecnologia anticapitalista sarà transfemminista perché non starà sulle nuvole, perché quando si apre il codice appaiono tutte le immondizie della sua scrittura, appaiono i bugs, appare l’ingegneria sottile della monogamia come produzione della colpa, appaiono i lucchetti cinesi, i raggi X e i programmi di default, come se si dicesse: il sistema operativo di default è Windows, la sessualità di default è bianca e monogama, l’assuefazione è una nicchia del mercato, e quando i codici sono aperti niente di tutto questo è credibile perché sembra così banale e così “originale” che come minimo annoia di brutto.

La ripetizione è noia. Una tecnologia transfemminista si basa sull’irripetibilità del piccolo gesto, sulla serendipità, sulla sinergia e sulla casualità.

  3.  Una tecnologia transfemminista è analfabeta e promuove le metodologie queer.

Possiamo immaginare qualcuno che sia analfabeta delle tecnologie di genere? Qualcuno che adoperi male i dispositivi, che pronunci male l’identità, qualcuno che non ha mai imparato?Secondo le statistiche mondiali l’analfabetismo è un carattere proprio della povertà, c’è una relazione tra analfabetismo, scarso accesso alla tecnologia e popolazioni emarginate (nella cartina quelle che si vedono più grandi).

Una tecnologia transfemminista apprezzerà l’analfabetismo nella sua funzione improduttiva per l’industria, come una via per raggiungere cammini impensati dalla produttività e dalla velocità. L’afasia, più che una malattia, diventerà una strada per lo sviluppo di nuovi linguaggi e le metodologie su questo piano saranno queer o non saranno.

Le metodologie tradizionali (quelle non queer) prospettano una ricerca di risultati scarna, dove quanto studiato è un oggetto a cui si sovrappongono domande e ipotesi in un percorso che finirà (inevitabilmente) con il distruggere quello che rimaneva di vita in esso.

E’ così che la vita privata, l’esperienza, il corpo, diventano elementi che devono essere esclusi dalla ricerca, poiché è in questo modo che si manterranno queste clausole chiuse all’abietto, i codici chiusi della costruzione della soggettività

“Una metodologia queer è, in un certo senso, una metodologia accattona, che utilizza differenti metodi per raccogliere e produrre informazioni su argomenti che sono stati deliberatamente o accidentalmente esclusi dagli studi tradizionali del comportamento umano. La metodologia queer cerca di combinare metodi che spesso sembrano contraddittori tra loro e rifiuta la pressione accademica verso una coerenza tra discipline. (Halberstam, 2008, 32)”. Ecco.

    4 Alcune tecnologie transfemministe di PostOp.

4.1) Il potere intenzionale del contagio, la pedagogia e i laboratori.

Una delle forme che vedo possibili per la sovversione dell’obbligatorietà culturale del lavoro di cura è la pedagogia, né vittimizzante né altruista, ma intesa come una serie di competenze informali e probabilmente disapprovate dalla scienza, che si condividono fino ad acquisire un carattere virale. Una pedagogia contagiosa, che opera attraverso l’incarnazione, una specie di anti-pedagogia, perché non sarebbe mai riconosciuta come tale, perché lavora con la biografia e la vita del partecipante e perché i laboratori si trasformano in uno degli strumenti piú potenti per generare reti di resistenza, per il contagio soggettivo e per abbandonare in qualche modo questo concetto così fuori moda che è l’”io”.

4.2) I dispositivi della protesi parodistica.

C’è un’immagine di PostOp che ho visto più di 150 volte e che continua a colpirmi. Si tratta di una scena dove un esemplare con un pennello da make up in bocca “pulisce” o “ripassa” le “carni” di una bambola gonfiabile. C’è in questo gesto una parodia macabra dove, a partire dalla tensione di varie tecnologie di genere in un contesto cyberpunk, l’immagine mi porta a stati di alta commozione e nel frattempo si scopa gli ultimi 10 anni di iconografia dei videogiochi, compresa un’icona tradizionalmente lesbica come quella di Lara Croft. Lara Croft non è nessuno di fianco a Majo Pulido con il suo pennello da make up in bocca. Perdonatemi se lo dico cosí, però è Lara Croft la bambola gonfiabile.

Non è che non conosciamo le protesi, nasciamo avendole incorporate, la maggior parte delle volte le abbiamo anche naturalizzate. Ciò che dobbiamo ancora esercitare un po’, forse, è la loro parodia, esercitare il leva e metti, l’uso incoerente, e PostOp in questo ci regala esempi importanti.

4.3) Usare gli spazi pubblici e istituzionali per generare esperienze estreme.

Le pratiche postpornografiche di Barcellona hanno fatto un lavoro intenso occupando gli spazi pubblici. Performance ed esercizi pratici dopo un laboratorio si trasformano in strumenti per l’appropriazione dello spazio a partire della soggettività e in maniera collettiva. La mescolanza tra il pubblico e il privato risulta essere una pratica di disorientamento e destabilizzazione costante che deforma le divisioni castranti dello spazio, divisioni che in qualche modo salvaguardano categorie speciste e disciplinari limitando direttamente i percorsi del desiderio (o la generazione di nuovi desideri). In qualche modo il lavoro di PostOp prospetta la non differenziazione tra spazio pubblico e privato come una pratica dell’esperienza, perché mantenersi nel ruolo dell’osservatore sarebbe, in definitiva, mantenere questa divisione spaziale castrante.

  1. Una tecnologia transfemminista non ha paura.

Una tecnologia transfemminista cerca spazi di sicurezza che dovrebbero passare per le feste, gli incontri, gli after, e necessariamente cercherà di superare la vulnerabilità nello spazio pubblico del virtuale. Youtube non è uno spazio di sicurezza, Google non è uno spazio di sicurezza, Facebook non è uno spazio di sicurezza. I loro server sono iscritti nelle liste degli strumenti del discorso eteropatriarcale. Possiamo entrare e uscire da essi (e la maggior parte delle volte ci obbligheranno a uscire proprio), perché in qualche modo abbiamo sempre vissuto in spazi non sicuri, costruendo fortezze collettive e affettive di protezione, però chiedo una tecnologia transfemminista che generi i suoi spazi di sicurezza, in città e nella rete. Chiedo server liberi, senza censura, dove non ci tocchi mascherare contenuti né autocensurare video. Chiedo che ci organizziamo per ottenerli.

Una tecnologia transfemminista non ha paura, né delle macchine né dell’autoesplorazione del corpo, vediamo quel che c’è dentro, la cervice e l’aldilà. Una tecnologia transfemminista sarà un esercizio di perdita della paura, una ricerca per conoscere come si connettono i cavi (culturali o delle macchine) dentro alle casse grigie che sono a volte i corpi o i portatili. Una tecnologia transfemminista aggirerà l’obsolescenza programmata del corpo per programmare l’obsolescenza del genere, e nello stesso modo metterà le mani nelle macchine, riciclerà bulloni di vecchi aggeggi (cacharros), saprà come aprire il portatile o conoscere i piaceri dell’ano.

Chiedo che esploriamo le tecnologie artigianali, senza patenti, le tecnologie dell’errore, l’hacking, le tecnologie dissidenti, di basso profilo, tecnologie sociali, dei generi abietti e della controcultura. Chiedo, come un grido disperato illuminato da Haraway, che estraiamo senza paura i codici della scrittura, che apriamo le macchine e che non si sparga mai più una lacrima per un computer morto.

Barcellona 22 marzo 2013.

Bibliografía:

– De Beauvoir, Simone (2002), ¿Hay que quemar a Sade?,Madrid: A. Machado Libros.

– Halberstam, Judith (2008), Masculinidad femenina, Madrid: Egalés.–

– Haraway, Donna (1995), Ciencia, cyborgs y mujeres, Madrid: Cátedra.

– Lorde, Audre (1984), Las herramientas del amo nunca desmantelarán la casa del amo, Lima:Flora Tristán.

– Preciado, Beatriz (2002), Manifiesto Contra-sexual, Madrid: Opera Prima.

lucia

note

1Ringrazio per alcune idee e suggerimenti bibliografici Carlos López y @M_Langstrumpf. Questo testo fa parte di un processo in itinere nella pagina http://www.lucysombra.org/archives/category/textos/genero-y-tecnologia

2Membro del Collettivo PostOp, [ndt]

3Le giornate Porno Post-apocalittiche che si sono svolte a marzo 2013 a Barcellona per celebrare i 10 anni del collettivo PostOp, [ndt].

4Membro del Collettivo PostOp, [ndt]

5 È possibile consultare questa eccezionale raccolta realizzata da FemalePressure a partire dai principali festival di elettronica del panorama europeo: http://femalepressure.wordpress.com/facts/ (consultato nel marzo 2013)

6 In un certo senso, nessuna di queste forme di resistenza è sufficiente, dal momento che offrono una liberazione solamente procedurale (ed è già qualcosa). Come direbbe Simone de Beauvoir riguardo a de Sade “de Sade non ci offre l’opera di un uomo liberato: ci rende partecipe del suo sforzo di liberazione” (De Beauvoir, 2002, 74).

7Devo ammettere la mia relazione traumatica con Wikipedia, dove mi è stata rifiutata la maggior parte dei contributi con la  motivazione che “non si tratta di sapere enciclopedico”. Tra le definizioni rifiutate c’era ad esempio la voce in castigliano dell’artista guatemalteca Regina José Galindo, che vinse il Leone d’Oro alla Biennale di  Venezia del 2005. Com’è possibile che i redattori di Wikipedia  possano, tanto facilmente, definire un contenuto come “non enciclopedico”? Perché questa cosa mi è successa diverse volte con contenuti legati al femminismo e non con altri riferiti ad argomenti geografici?

9Lo “statement” è uno strumento usato in campo artistico per legittimare una serie di riflessioni o pratiche come artistiche. In ambiente ispanofono, is usa il termine inglese come si fa per concetti come “queer”, “egagement”, “flyer” o “cool”.

10Estratto dal loro sito http://postporno.blogspot.com.es

11 Quasi un anno fa, durante l’incontro LabSurLab, al tavolo dedicato a genere e tecnologia, alcune compagne di un collettivo audiovisuale indigeno argomentavano che le loro conoscenze tecnologiche erano millenarie. Si trattava di essere in grado di osservare il letto del fiume e i cicli della luna, per sapere quando coltivare, si trattava di ascoltare la terra per coordinare i ritmi vitali etc..Evidentemente questa tecnologia non sarebbe selezionata in una “gara di cazzi”.

12marca assorbenti spagnola, come dire la Lines [ndt].

Posted in Critica femminista, Fem/Activism, Iniziative, otro mundo, R-esistenze, Scritti critici.

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