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Contro il femminismo moralista: intro del libro!

La_libert___dell_4f513d47d75f8E’ l’introduzione ad un libro pubblicato nel 2011 dalla Casa Editrice Il Melangolo. La Libertà delle Donne – Contro il femminismo moralista, scritto da Valeria Ottonelli. Lei insegna Filosofia Politica ed Etica Pubblica all’Università di Genova. È autrice di diversi saggi su riviste italiane e straniere, e pubblica questo libro nel bel mezzo del dibattito che vedeva da un lato donne armate di fuoco mistico contro le donne permale e dall’altro quelle come me che promuovevano, organizzavano, partecipavano, iniziative con ombrelli rossi e ben chiarendo che non poteva esserci alcuna divisione tra sante e puttane.

Difficile forare il mainstream allora e fu difficile anche inserirsi con una critica che pure fu rivolta da più direzioni, come fosse espressione di un intento altro di chissà quale natura giacché all’epoca, un po’ come ora, il contesto del movimento delle donne era talmente omogeneo/uniformato/demonizzante tutto ciò che non gli somigliava che non si poteva parlare in maniera critica del fenomeno Snoq, ad esempio, senza incorrere in una sorta di ostracismo moralista.

Casa editrice e autrice mi hanno autorizzato a pubblicare in questo blog, a scopo divulgativo e militante, alcuni pezzi del libro. Comincio appunto con l’introduzione chiarendo che ci sono alcune cose che non condivido ma il ragionamento di fondo, l’intuizione critica mi sembra più che condivisibile. Buona lettura!

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Che cos’è il femminismo moralista?

Un femminismo che non promette nulla di buono.

Non ho partecipato ai movimenti che negli anni Settanta hanno cambiato in maniera radicale la condizione delle donne nella società italiana. Non ho neppure partecipato alla stagione critica e speculativa che ha dato tanto lustro al pensiero femminista nostrano. Però so che cosa significavano quei pensieri e pratiche messi in atto dalle donne, in quegli anni, allo scopo di sovvertire un ordine sociale che era oppressivo e mortificante per tutti. Un ordine fatto di gerarchie all’interno della famiglia, del mondo del lavoro e della società civile, che si sostanziavano in un’architettura barocca di usi e tic quotidiani e realizzavano, nella loro miserabile piccolezza, un controllo microscopico delle vite umane.

In altre parole, ho sempre inteso il femminismo come un movimento di liberazione, pensato principalmente per le donne, ma destinato necessariamente ad avere effetti emancipatori su tutti i membri della società: donne, uomini, vecchi, bambini.

Da un po’ di tempo a questa parte, però, vedo succedere qualcosa che va in direzione esattamente opposta, sebbene venga presentato come una battaglia fatta per le donne, dalle donne, e sotto il nome di femminismo. E’ stato già additato e denunciato da altri; l’etichetta che può essergli più facilmente attribuita è quella di “femminismo moralista”. Si tratta di un fenomeno culturale in crescita, soprattutto nel nostro paese. Esso merita di essere analizzato e compreso ma, soprattutto, denunciato e arginato il più possibile. Da questo tipo di femminismo non può venire nulla di buono. Nel migliore dei casi potrà essere semplicemente inutile e sterile, come gran parte, purtroppo, delle grandi ed effimere riscosse di popolo che hanno attraversato l’Italia in questi ultimi anni; nel peggiore, farà grandi danno, non solo materiali, ma anche culturali, contribuendo a inquinare ulteriormente le già torbide acque del discorso politico.

Che cos’è il “femminismo moralista”? E’ una posizione culturale e politica che, nel nome della libertà delle donne e della loro “dignità”, assume un atteggiamento sostanzialmente censorio, nei confronti degli uomini ma anche e soprattutto delle donne stesse. Secondo questo tipo di femminismo la liberazione delle donne deve avvenire attraverso una trasformazione intima di tutti i membri della società, che possa condurre ciascuno a capire quali sono i veri valori, il vero bene, il vero uso del proprio corpo, della propria sessualità e dei propri talenti. Nel fare questo si appella a un orizzonte simbolico e valoriale sostanzialmente conservatore e impone modelli di vita e di società che altro non sono se non rivisitazioni in chiave laica di vecchi miti familisti, religiosi e tradizionalisti.

Questo atteggiamento è doppiamente sbagliato e pericoloso: è sbagliato innanzitutto per il semplice fatto di essere moralista, e inoltre è sbagliato per il tipo di discorso morale al quale attinge con più frequenza.

L’accusa di “moralismo” è stata sbandierata parecchio in questi ultimi tempi nel dibattito politico nostrano. E’ stata usata ogni volta che Berlusconi, da presidente del consiglio, è stato scoperto a fare qualcosa di turpe, miserabile o anche semplicemente ridicolo. I suoi detrattori e nemici politici si sono ogni volta dichiarati indignati e scioccati dai suoi comportamenti, e ne hanno chiesto le dimissioni per queste ragioni. I suoi accoliti e difensori, dal canto loro, hanno replicato, oltre che con una salva di negazioni e falsificazioni della realtà, anche – una volta messi all’angolo – con una controaccusa: “non è il premier che è immorale, siete voi che siete moralisti”. Insigni esponenti della sinistra e intellettuali accreditati hanno semplicemente scelto di fare la contromossa più ovvia: rivendicare il moralismo come una virtù, anziché come un vizio.

In fondo, che cosa c’è di male nel moralismo? Avere più morale non è meglio che averne di meno? Una società fondata sui comportamenti virtuosi non è migliore di una che è fondata sulla corruzione e sul malcostume? E’ chiaro che i Tartufi che predicano bene e razzolano malissimo vanno condannati; se per moralismo si intende questo, va sicuramente bandito. Ma se invece per moralismo si intende un sano atteggiamento di denuncia civile non solo dei comportamenti contra legem, ma anche di quelli corrotti, immorali, turpi o miserabili, nella convinzione che siano l’humus su cui crescono l’ingiustizia politica e l’inefficienza delle istituzioni, non si tratta di un dovere sacrosanto di ogni cittadino, o almeno di ogni intellettuale che ami la giustizia e il proprio paese? Tanto più, come nel caso della morale sessuale, quando ad essere coinvolto è un gruppo sociale, quello delle donne, che nella società presente è oggetto di forme così palesi di oppressione e ingiustizia. I comportamenti immorali vanno censurati, in questo caso, anche perché offendono una classe di cittadini che è strutturalmente debole e che vede la propria posizione ulteriormente peggiorata in conseguenza di questi atti.

Queste osservazioni possono apparire di puro buon senso, ma in realtà il moralismo, anche in questa forma apparentemente nobile, è un pericolo. E lo è in particolare quando ad essere “difesi” dall’atteggiamento moralista sono soggetti che già vivono una condizione di marginalità e debolezza culturale, come sicuramente è nel caso delle donne italiane.

I pericoli del moralismo

Ci sono almeno quattro pericoli che discendono dal moralismo. Il primo è quello di tradursi in atteggiamenti censori e giudicanti, esponendo il prossimo alla disapprovazione o al disprezzo pubblico. La pubblica gogna è sempre un male, in una società civile e aperta, ma lo è in particolare quando riguarda la disapprovazione di comportamenti in cui sono implicate delle “vittime”. Un caso esemplare è stato, di recente, quello delle ragazze che sono state oggetto di scambio fra politici e faccendieri di vario genere e grado che popolavano la corte berlusconiana. In prima battuta, i bersagli della denuncia pubblica sono stati gli organizzatori dei traffici, e ovviamente anche i loro “utilizzatori finali”. La denuncia morale era rivolta in primo luogo alla pratica stessa e a chi al suo interno aveva una posizione di potere. E non aveva come bersaglio solo gli eventuali abusi e illeciti penali che potevano essere commessi in questi contesti, ma il fatto stesso che si ripetesse un trito e miserabile copione in cui uomini anziani e potenti pagavano giovani donne per soddisfare i loro desideri sessuali, o, più probabilmente, per soddisfare il loro bisogno di ostentazione di potenza virile e di potere sociale. A cadere nella rete del moralismo censorio, però, alla fine, sono state anche e soprattutto le ragazze implicate in questi traffici. Le facce e le vite che sono state più esposte al pubblico disprezzo e all’insistente importunamento di telecamere e giornalisti sono state le loro; sono loro ad essere state condannate perché si erano prestate al gioco e, fra l’altro, “per futili motivi”, ossia solo per amore del lusso, del denaro e della vita facile. Se l’intento di questa reprimenda morale era quello di essere dalla parte delle donne, si è trattato sicuramente di un pessimo risultato.

Questo aspetto della vicenda è subito saltato all’occhio di molte voci femministe e femminili, soprattutto dopo che si è condensato nell’appello lanciato da Concita de Gregorio dalle pagine dell’Unità, poi comparso in rete sotto forma di raccolta di firme. Lo spunto della chiamata alla riscossa di De Gregorio, infatti, è la parata di simboli di lusso materiale ostentati dalle ragazze che “entrano ed escono dalla Questura” nei giorni in cui scoppia lo scandalo: la goccia che fa traboccare il vaso è vedere quelle “borse firmate grandi come valigie”, quelle “scarpe di Manolo Blanik”, quegli “occhiali giganti che costano quanto un appartamento in affitto”. E’ un’immagine iperbolica, in realtà, che però rende bene il motivo fondamentale dello scandalo morale: queste donne non si guadagnano il pane onestamente; non sono come “le altre donne”, che invece “non sono in fila per il bunga bunga”. Sono queste “altre”, anzi questa maggioranza di “altre”, a cui si rivolge Concita De Gregorio: “Sono certa che la prostituzione consapevole sia la scelta, se scelta a queste condizioni si può chiamare, di una minima minoranza. E’ dunque alle altre, a tutte le altre donne che mi rivolgo. E’ il momento di rispondere forte: dove siete ragazze? Madri, nonne, figlie, nipoti, dove siete?” Lo stesso genere di distinzione fra donne perbene e permale si ripropone poco dopo, quando esce l’appello della rete Se non ora quando per la mobilitazione del 13 febbraio. Questa volta, se possibile, con un surplus di disprezzo e di acrimonia nei confronti delle ragazze coinvolte negli scandali berlusconiani. Di fronte alle obiezioni delle femministe più consapevoli, che ricordano a tutte che la distinzione fra sante e puttane non può essere ammissibile, per dimostrare la loro buona fede e il loro buon pedigree femminista le organizzatrici della manifestazione invitano a partecipare anche le rappresentanti dei movimenti per i diritti delle prostitute. Con l’esito paradossale e grottesco che adesso le ragazze di Arcore sono dei paria completi, e lo sono anche rispetto alle “lavoratrici del sesso”: queste ultime, come dice la parola stessa, dopotutto lavorano, sono delle professioniste, mentre le prime cosa sono? Solo cascami di una sottocultura materialista, carrieriste furbette “disposte a tutto”. La linea di demarcazione rimane; viene solo spostata più in basso, più vicina al fango.

C’è un’alternativa a questa conclusione, che rappresenta un opposto pericolo del moralismo. Nei casi come quello considerato, la condanna morale nei confronti della parte che di fatto è più svantaggiata può essere sospesa perché si ritiene che in realtà non ci siano gli estremi per la condanna: non ci sono perché le persone coinvolte sono troppo inconsapevoli, troppo indifese e troppo obnubilate per potersi rendere conto di quello che stanno facendo. Sono complici nel fare il proprio male perché non hanno gli strumenti culturali per fare diversamente. In questo caso non si ricorre alla gogna mediatica, ma a un atteggiamento di pena e comprensione. Si tratta di paternalismo della peggior specie. I soggetti implicati vengono rappresentati come incapaci di intendere e di volere in una forma praticamente irrimediabile: non si sbagliano solo su un punto o una questione particolare, perché in verità non hanno capito proprio nulla della vita; per via della loro educazione mancata e della loro psicologia malformata non riescono neppure ad afferrare che cosa ci sia di sbagliato nel modo in cui conducono le proprie esistenze. La via del recupero e della riabilitazione, in casi come questi, è lunga e tortuosa; tutto quello che si può chiedere, nell’immediato, è semplicemente che si stenda un pietoso velo su queste vite sprecate e non pensate. Anche questo esito mi sembra altamente indesiderabile. Il paternalismo di questo tipo non è mai una buona cosa, ma in particolare non lo è quando uno dei problemi in gioco, per esplicita dichiarazione di chi ha lanciato l’allarme, è il modo in cui vengono rappresentati i soggetti coinvolti. Ovviamente tutti noi possiamo essere vittime di torti ed abusi. Ma l’idea che ci siano vittime predestinate, persone che non sono dotate di quel minimo di cultura e di intelligenza che farebbe di loro individui autonomi e consapevoli, invece, è profondamente offensiva. Relega i soggetti in questione in una posizione di minorità che in una società democratica non dovrebbe poter più essere inflitta a nessuno, neppure a parole, e che è particolarmente pericolosa quando riguarda soggetti che – come le donne – appartengono a un gruppo sociale che tradizionalmente è stato bollato col marchio della minorità a vita, e della mancanza di autonomia e di capacità di autodeterminazione.

Ma i danni del moralismo non si fermano qui. Delegare alla morale quello che dovrebbe fare la legge o la politica è estremamente pericoloso perché porta a confinare problemi strutturali e materiali di ampia portata alla sfera delle decisioni private e personali. Ridurre l’oppressione femminile a una semplice questione di etica familiare o personale significa non aver capito che, laddove l’oppressione è veramente tale, ciò che deve essere cambiato sono le strutture portanti della società e questo può essere fatto solo con leggi e cambiamenti nella matrice delle opportunità aperte alle persone. E’ chiaro, ad esempio, che una delle fonti principali dello sdegno suscitato dall’affaire delle ragazze di Berlusconi è in realtà la sua stretta associazione con un giudizio di ingiustizia politica: la differenza di età e di sesso fra le persone implicate nelle “feste” di Berlusconi rimandano alla struttura asimmetrica e sbilanciata del potere all’interno della società italiana. Una struttura in cui le posizioni di prestigio sono occupate per la stragrande maggioranza da uomini anziani o maturi, e alle donne, specie se giovani, è lasciato uno spazio angusto e infestato da abusi, molestie sessuali più o meno aperte e sopraffazioni. Ma è altrettanto chiaro, una volta che si metta a fuoco questo legittimo motivo di preoccupazione, che non è dando l’esempio dell’immacolata virtù delle madri, nonne, figlie e nipoti a cui si appella De Gregorio che le ragazze di Arcore salveranno tutte le altre. Ci vogliono, come ci sono state in altri paesi, misure serie e perentorie per riequilibrare la redistribuzione degli spazi di potere e ci vogliono inoltre codici etici e di comportamento che limitino sul serio e per legge le molestie sessuali e le forme di abuso a cui sono soggette le donne nella nostra società, offrendo loro gli strumenti adeguati ed efficaci con cui difendersi dalle intimidazioni e dai soprusi.

Appellarsi all’etica e alla morale, nei casi di subordinazione sistematica come quello delle donne, ha effetti controproducenti anche quando non stigmatizza le vittime, ma chiede una trasformazione morale e un mea culpa da parte dei carnefici. Oltre a fornire una rappresentazione falsata del problema, e delle sue soluzioni, tende anche a minare le basi psicologiche e le risorse emotive che servirebbero per affrontarlo. E’ vero che le donne sono marginalizzate e oppresse nella nostra società, e che queste forme di ingiustizia passano anche per le micro-regole delle interazioni quotidiane. Ma chiedere che il passaggio a una società più giusta e più eguale avvenga in primis attraverso la modificazione morale dell’universo intimo degli uomini, o del modo in cui gli uomini – o la società tutta – vedono le donne significa rinsaldare l’idea che la nostra libertà e il nostro potere dipendano dagli occhi e dalla benevolenza degli altri; significa, in altre parole, rinsaldare un’immagine di dipendenza asimmetrica che non può far altro che mortificare ulteriormente il nostro spirito e perpetuare la nostra subordinazione. Le donne hanno bisogno di più libertà e di più potere, non di più stima, apprezzamento e simpatia da parte degli uomini.

Istinto totalitario e razzismo intellettuale

Dietro agli atteggiamenti e ai propositi del moralismo, in realtà, c’è un peccato più grave e generale, che consiste nell’immaginare che la giustizia sociale possa essere raggiunta solo a patto che tutti i nostri simili – o la maggior parte di essi – siano o diventino esseri umani decenti o virtuosi, o quello che definiremmo tale secondo i nostri parametri. Come ha dimostrato più volte la storia, questo sogno di palingenesi morale può generare veri e propri orrori se è coltivato da chi ha potere politico e sociale. Ma è pericoloso anche se è coltivato dai politicamente deboli e dagli oppressi, perché si traduce in speranze mal riposte e in richieste fuori luogo. La mia libertà personale, le mie prospettive di carriera, la mia sicurezza, la mia capacità di autodeterminarmi non possono dipendere dalla benevolenza o dall’intelligenza degli altri. Io sarò libera e sicura quando vivrò in una società a prova di imbecille. Sarò tale non quando non ci saranno più maschilisti, o razzisti, o cafoni, o stupidi, ma quando questi non potranno più danneggiarmi. E questo risultato si raggiunge con leggi apposite che mi proteggono contro i loro abusi e mi danno i mezzi materiali e politici per difendermi.

Dietro all’atteggiamento del moralista che ambisce a una trasformazione intima dei propri concittadini come condizione ineludibile di giustizia e di bene non c’è solo l’istinto totalitario di chi aspira alla virtù come fondamento dell’ordine sociale; c’è anche un altro atteggiamento, più superficiale ma non meno odioso, che è tipico di molti intellettuali: lo schifo e il disprezzo per le vite che non coltivano gli stessi valori estetici e spirituali che sono propri degli accademici benpensanti. E’ uno schifo di natura essenzialmente estetica, che si traduce in giudizio morale sulla “buona vita”; si tratta in ultima analisi di una forma di razzismo e di intolleranza, che rende inconcepibile la convivenza con chi conduce vite che non si capiscono, ma che si ritiene di capire fin troppo bene.

Sulla base di questi presupposti razzisti e classisti, di questo disprezzo per il popolo ignorante e in preda alle passioni più basse, si formulano giudizi assolutamente avventati, fantasiosi e inverosimili, ma non per questo meno capaci di entrare a far parte del senso comune di interi drappelli di patrioti illuminati: se la nostra politica e la nostra economia vanno male, è perché i nostri concittadini si fanno obnubilare da programmi televisivi come il Grande Fratello; se il lavoro femminile è sfruttato e sottopagato, è perché è pieno di donne che vanno vestite come stelline televisive. Il vero nemico di questa mentalità sono le masse di ignoranti che non sanno parlare, non sanno vestirsi e non sanno pensare, e per questo costituiscono il vero humus su cui cresce rigogliosa l’ingiustizia.

Su questi sentimenti si disprezzo classista tornerò nel primo capitolo. Per adesso vorrei semplicemente sottolineare che sulla base di tali presupposto non è possibile alcuna convivenza civile. Un atteggiamento di questo genere avvelena la vita quotidiana di tutti, producendo danni sociali estremamente gravi, perché crea un clima di avversione e divisione sociale che disgrega la fiducia di fondo che costituisce la trama necessaria delle relazioni fra pari. Ma soprattutto danneggia irreparabilmente la vita democratica di un paese.

Immaginare di essere in balia di una massa scriteriata di ignoranti è in verità il segno distintivo, la matrice originaria dell’odio per la democrazia stessa. Tutto il pensiero antidemocratico, almeno da Platone in poi, si alimenta precisamente di questa retorica e di questo immaginario. Dietro gli appelli di De Gregorio e di Se non ora quando, falsamente bipartisan, c’era esattamente questa idea: le ragazze di Arcore sono una “minima minoranza”, ma sono solo la punta di un iceberg, fatto di corruzione dei costumi, della perdita del senso del lavoro onesto e di ciò che veramente conta nella vita; si tratta di un degrado molto più ampio che pervade la società tutta. Quegli scandali sono la dimostrazione, l’esito ultimo di un sistema di vita andato a male. Ma è il sistema di vista scelto e coltivato dagli elettori di Berlusconi. Poveri cristi, magari, ma incapaci di rendersi conto dello squallore, anzi, del “baratro” culturale – per usare le parole di De Gregorio – in cui è caduto il paese: “il vuoto, il volo in caduta libera verso il medioevo catodico, infine ridotta a un bordello”.

Il moralismo è tutto questo, anche quando accarezza sogni nobili e alti. Ma il femminismo moralista di cui ci occupiamo qui fa ancora peggio, perché gli ideali e i sogni che abbraccia non sono né nobili né alti. Sono gli ideali più triti e stantii della vecchia famiglia borghese; sono i richiami alla “coscienza civile, etica e religiosa della nazione”, incarnata dalle donne che lavorano e si sacrificano, “creano ricchezza” e si prendono “cura delle relazioni affettive e familiari, occupandosi di figli, mariti, genitori anziani”. Ideali legittimi, forse, se presi uno a uno, ma che messi insieme in un unico medaglione e imposti come unico modello consentito, pena la decadenza e la caduta nel baratro della Nazione, diventano incredibilmente opprimenti. Si tratta di valori che, una volta assunti come unica opzione possibile, fanno apparire vili, inutili e persino pericolose tutte le vite che non sono dedicate a famiglia, lavoro e sacrifici.

La loro funzione, per molto tempo, d’altra parte è stata esattamente questa. Ma in particolare sono serviti a rendere meno sicure, meno libere e meno felici le vite delle donne. Potranno diventare non oppressivi, sia per le donne sia per il resto di noi, solo quando perderanno il carattere egemone e l’ambizione normalizzatrice che hanno avuto per troppo tempo.

Questo breve saggio non ha la pretesa di fotografare e classificare tutte le manifestazioni del femminismo moralista, né di indagare tutte le pieghe del suo discorso, i suoi antecedenti e rimandi teorici, o i suoi presupposti storici e sociologici. Quel che ho cercato di fare, piuttosto, è dare libero sfogo alle mie perplessità e riserve riguardo a quattro temi caldi, veri e propri “cavalli di battaglia” di questo fenomeno politico e culturale. Sono stati selezionati per la loro risonanza mediatica e anche, di riflesso, perché li ho trovati particolarmente fastidiosi e preoccupanti. Ogni volta che si alza l’indice del moralista, bisogna essere poco puntato anche contro di noi. Ma nel caso di questi quattro temi, per me, il brivido è stato quasi immediato.

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