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Il lavoro gratis è sfruttamento, non “opportunità”

Condividiamo la nota del collettivo fotografico outofline rilanciando l’invito ad aprire una riflessione ed un dibattito sullo sfruttamento che grandi riviste, ma anche giornali, programmi tv, case editrici e si, anche università, mettono in atto attingendo e saccheggiando a piene mani dalle competenze e risorse di tant* con il ricatto della speranza di farsi un nome o un curriculum. Tra i commenti alla nota su fb si è già accesa una discussione a proposito. Come Femminismo a Sud da anni mettiamo in circolo idee, riflessioni, analisi politiche di forma totalmente volontaria e gratuita. La nostra è militanza, lavoriamo sulla comunicazione per creare controcultura e stimolare spirito critico. Siamo consapevoli che questo nostro lavoro che facciamo con passione è stato più volte malamente saccheggiato, distorto e reso appettibile per click di giornali e riviste di cui non condivideremmo nemmeno un titolo. Quello che il movimento crea come informazione e cultura è spesso visto come risorsa gratis da sciacallare senza nemmeno citare fonti o attribuire crediti. Oppure, come è successo alle compagne di outofline, da chiedere semplicemente in regalo per pubblicare su una rivista che nulla ha di politico ma esiste solo per il proprio profitto.

Buona lettura!

Chi è outofline photo collective?

OUTOFLINE rompe la linea,

quella per cui certe storie non vengono mai fuori,
quella mistificante dei direttori di giornale,
quella della fotografia falsamente oggettiva.

Siamo di parte,
nasciamo dal movimento ed esso vogliamo narrare,
in tutte le sue sfumature.
Metteremo in luce situazioni oscurate dall’informazione, raccontandole a partire da chi le vive ogni giorno.
Fotografie che  scoprono  spazi bui,
li mostrano, li raccontano.
OUTOFLINE è prendere parola.

Dal 27 Settembre, giorno della sua riapertura, abbiamo seguito e documentato la vita del Teatro Rossi Aperto. Un teatro chiuso da anni è stato rimesso in funzione, la funzione che dovrebbe essere propria di ogni spazio di cultura, quella di mettere in relazione persone, competenze e capacità, con l’obiettivo di creare un luogo di libertà, come possibilità di sperimentazione e di fruizione.

L’abbiamo seguito come fotografe e come militanti, e questo ci ha permesso di creare un archivio abbastanza cospicuo e rappresentativo di ciò che quello spazio, a circa sei mesi dalla riapertura, sta diventando ed è.

Il nostro collettivo ha sempre considerato come una pietra miliare del suo lavoro quella della condivisione delle esperienze e del materiale che esse producono, e quindi da sempre mettiamo le nostre fotografie a disposizione dei militanti, delle riviste, dei blog indipendenti. E non chiediamo ovviamente un compenso a chi, come noi, fa dell’informazione e della rappresentazione audiovisuale un terreno di lotta. Il discorso invece cambia nel momento in cui le nostre foto vengono richieste e utilizzate da chi invece ne trae profitto, da chi dal nostro lavoro e dalle nostre competenze guadagna. A quel punto chiediamo un compenso. Chiediamo un compenso perchè dietro quelle foto ci sono ore e ore di lavoro, di alzatacce, di freddo, di occhi che diventano rossi nel fare la postproduzione.

E allora questo è lavoro, e in quanto tale deve essere retribuito.

E però questa non è l’opinione di Vogue.

La rivista, di tiratura mondiale, decide di fare un articolo sul Teatro Rossi Aperto, e ci chiede [tramite una collaboratrice alla rivista] le foto. Noi, contente di poter pubblicare su una rivista prestigiosa, rispondiamo chiedendo a quanto ammonterà il compenso. Ci rispondono che il compenso non c’è.

Una rivista di tale tiratura e con un fatturato milionario, che per un servizio di moda arriva a spendere cifre a tre zeri, quando intravede la possibilità di creare guadagno gratis, non si tira indietro. Appare evidente anche dal sito internet della rivista, dove ci si può iscrivere a “photovogue”, una sorta di vetrina online per “giovani fotografi”, e caricare le proprie fotografie, senza compenso e cedendo i diritti sull’utilizzo delle immagini.

Vogue, come tanti altri, non paga i fotografi, e non li paga perchè -dicono- “è un’opportunità” pubblicare su una rivista con quel nome.

Il problema è che di queste opportunità ne abbiamo molte, anche troppe.

Il prolema è che la fotografia è una professione.

Il problema è che questa non si chiama “opportunità”, bensì sfruttamento.

Sfruttamento di chi è perennemente ricattabile perchè precario, perchè la pubblicazione “fa curriculum”, perchè “magari si apre qualche porta” perchè così “si ha visibilità”.

E ci si ritrova soli davanti a questi colossi dell’editoria, con la frase “se non sei tu è un altro” che rimbomba in testa. E quest’altro non necessariamente è un fotografo di professione, molto spesso un amatore che non si rende conto del valore che le foto acquistano nel momento in cui sono immesse nel mercato, svendendo di fatto la sua opera per una gloria che molto spesso è uno specchietto per le allodole.

il Teatro Rossi Aperto è uno spazio di condivisione, e siamo state contente di vedere come queste analisi, di fatto, abbiano accomunato molti dei fotografi che lo attraversano, che non hanno ceduto al ricatto. La consapevolezza del valore della propria opera e la determinazione a non essere sfruttati sono state e devono essere il punto di partenza per la creazione di un luogo di libertà.

Invitiamo chi condivide questa riflessione, ad approfondirla, commentarla, criticarla, in definitiva ad aprire e costruire insieme uno spazio di discussione.

outofline photo collective

Posted in Autoproduzioni, Comunicazione, Occupiamo tutto, Vedere.