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Il corpo nudo

[Video contro i tagli al sociale realizzato dalla commissione Femminista di Sol – Madrid]

Spogliarsi fa paura. Anche quando lo fai solo per te stessa è difficile scrollarsi di dosso lo sguardo esterno. Ci si sente totalmente derubate del proprio punto di vista, della propria opinione, del proprio occhio amorevole che non sminuzza ma dà forza. Riuscite voi a guardarvi, magari rappresentat* in una foto o in un video, e sentirvi compiaciut* e serenamente distaccat* da qualsiasi altro punto di vista? Quanto è forte il valore e la pressione sociale nel momento di manifestare liberamente il proprio corpo, primo strumento di socialità?

Di che ragioniamo di relazioni, violenze, disparità se è sulla nostra stessa materia che è costruito il primo recinto di paura e repressione? I nostri corpi nudi non sono solamente reclusi, sono sottratti. La volontà di vedersi e piacersi (o no) liberamente, senza il timore di qualsiasi giudizio, per la maggioranza delle persone è un lusso irraggiungibile. I nostri occhi alla ora di incontrare la nostra carne si trasformano in obiettivo svuotato e riprogrammato.

Ci si domanda se è sessista che alcune femministe prendano il proprio corpo e lo trasformino in veicolo di lotte. Io vorrei che queste stesse persone che si interrogano sul tema si mettessero davanti ad uno specchio, nude, e si facessero una fotografia. Non vale tirare la pancia, abbassare le luci, o stendere meglio il collo di tre quarti. Siete voi, nude.

Di chi è lo sguardo che tiene in mano la foto?

Non ho la pretesa naif che tutte le persone si piacciano. L’autocritica può essere molto utile o necessaria a volte. Non è proprio questo il punto. Mi fa incazzare a morte che la propria imperfezione diventi vergogna, ansia, inadeguatezza o malattia perché sappiamo solo guardarci con occhi non nostri.

Questa secondo me è una premessa necessaria per affrontare questo tema, interessantissimo tra l’altro e che reputo necessario sviscerare più e meglio di come sento fare e di come posso fare io. Questo è un discorso che merita una riflessione personale e un dibattito pubblico acceso e onesto.

Prima di qualsiasi lotta o messaggio che si voglia lanciare passiamo dalla persona, dall’attivista, dall’individuo che sceglie il proprio strumento di comunicazione. E se questo strumento diventa il corpo nudo stesso, non posso non tenere in considerazione la volontà radicale di ribaltare lo sguardo esterno imponendo il proprio.

Rappresentare e mostrare se stesse è già un prendere in mano la propria soggettività e trasformarla per l’occhio altrui. Perché abbiamo paura a riconoscere la forza che questo comporta, svilendola con l’ennesima solfa della collusione col sessismo?

E’ una forza e potenza comunicativa che riesce, appunto, cavalcando il voyeurismo e l’ipocrisia di chi impone lo sguardo unico, a veicolare messaggi altri, femministi e antiautoritari.

Imporre il corpo nudo come strumento di lotta non sminuisce ne si contrappone alla parola, all’arte, alla protesta, a tutti gli altri mezzi comunicativi o di rivendicazione “onorevolmente” accettati e stimati.

Si somma a questi e si origina proprio nello stesso contesto.

Quello che mi lascia perplessa è che per muovere una critica a questa pratica di lotta ci si appelli al femminismo degli anni Settanta: io, come la stragrande maggioranza di queste nuove femministe “discinte”, negli anni Settanta non ero neanche nata. Il femminismo l’ho scoperto parlando, leggendo, facendomi domande. E quello che io da “autodidatta” del femminismo ho trovato negli anni Settanta sono due cose: la prima è che il personale e politico e la seconda, per me diretta conseguenza, è che il corpo è al centro del nostro discorso. Ah e l’autodeterminazione ovviamente. Autodeterminazione che, partendo da sé, dalle proprie necessità e dal proprio vissuto, rivendica libertà e diritti che sono nostri e che non devono essere semplicemente richiesti, implorati, contrattati o svenduti. Vanno scelti e conquistati spezzando catene una dopo l’altra.

Il nostro corpo, autodeterminato, corrotto, imperfetto, indecoroso, potente e nudo è una tenaglia che arriva ovunque, perché ora sappiamo come renderci visibili, e per una attivista scegliere questa lotta è già aver tolto il primo anello, quello che ci nega il nostro sguardo.

Noi abbiamo lanciato un corteo virtuale di video, foto disegni dove ci autorappresentiamo per veicolare un messaggio di forza e scomoda presenza contro la violenza sulle donne e di genere. L’appello è aperto a tutti e a tutte. Se volete unirvi con immagini o riflessioni lo spazio c’è.

Posted in AntiAutoritarismi, Corpi/Poteri, Critica femminista, Iniziative, Occupiamo tutto, Personale/Politico, Vedere.

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3 Responses

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    […] Visto che si invoca la “stanza tutta per sé” (in una sola delle declinazioni femministe possibili di questa metafora) dove difendersi e proteggersi dalle invasioni esterne, mi sembra un po ipocrita giudicare chi invece si è imbarcat* in una delle lotte che maggiormente espongono; chi invece ha deciso che questa idea di stanza tutta per se  che si è fatta Marzano confondendola con lo spazio privato, sotto sotto è un po una fregatura se fuori da li non si può mai uscire davvero libere, a partire, banalmente, dal proprio corpo nudo usato come strumento (non fine!) di lotta. […]

  2. Postporno: quando l’unico linguaggio maschile è il moralismo « Al di là del Buco linked to this post on 4 Febbraio, 2013

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