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Quella scomoda solidarietà

Quando mi hai detto che avevi perso il lavoro t’ho guardato male. Ho pensato, parlato, agito da egoista. Mi sono detta che non fosse un mio problema. Io e te, oramai, avevamo così poco da dirci. Poi ti sei addormentato sul divano di quella camera in affitto, pagata a rate, vissuta a rate, dove pure avevamo respirato, cospirato, chiacchierato, progettato, e ho visto la tua mano penzolante che sfiorava quasi il pavimento, dita frantumate, calli, unghia sporche, non era stato un gran lavoro il tuo, perché a nessuno interessava la tua laurea, la tua intelligenza, ti sei trovato la prima cosa che serviva, come d’altronde anch’io, volevi vivere un po’ meglio, avevi smesso di sognare e l’unico tuo sogno resisteva qui, con me, dove guardavi avanti e dicevi che si, un giorno, forse, tutto sarebbe andato meglio.

Non dormivamo assieme da settimane, forse mesi, resistevamo come si resiste alle intemperie aggrappandosi a chiunque fosse lì vicino. La cosa buffa è che ci capivamo e ci capiamo ancora. Non sai neppure che io ti osservo e ti capisco. Quasi in silenzio. Senza far rumore. E nel frattempo vivo mie paure che consoli con una lettura, una battuta, mentre indichi qualcosa verso l’alto, una fessura che rompe il cielo, come sapessi addolcire anche quella crepa.

Senza certezze non sai cosa fare. Un naufrago. A dormire chissà dove. Stanco. Io lì, ferma, ho recitato il mio copione da donna indipendente. Indipendente un cazzo. T’ho detto che non sono la tua balia, che se volevi una madre non dovevi cercare me, che ho diritto alla mia vita, e ho parlato, straparlato, come se io avessi scelta, come se ce l’avessi tu, dimenticando le volte in cui m’hai incoraggiato, m’hai stretto a confortarmi, quando hai fatto quadrare i conti perché io avessi un libro, quando m’hai visto delirare con la febbre, quando ti chiedevo “resta” e tu “restavi”.

Non c’è futuro per gente come noi. Le relazioni vanno in frantumi. Vite precarie, amori precari, per compensare le mancanze devi farti finanziare da genitori che non ce la fanno più, e non ci resta neppure l’orgoglio. Almeno la dignità, però, quella si. Quando vedi che è finita e lei non puoi mandarla via. Ne vedo tanti, amici, che dividono la stanza con la donna che non toccano da tanto. Ci sono le mie amiche che non negano una pasta o un posto letto all’ex amante, compagno, amico, quel che sia.

Fa piuttosto freddo. Ti copro con un plaid. Una carezza sulla fronte, aggrottata, ché non riesci neppure più a dormire come vorresti. Penso “non è giusto”, perché hai dato, ho dato anch’io e nessuno ci restituisce niente.

Noi due non abbiamo niente e non ci amiamo neanche più ma c’è che sei il mio migliore amico e questa cosa conta. Conta molto. Mi sposto un paio di metri a preparare per la cena. Ti svegli, mi sorridi, prendi un coltello e affetti una patata. E’ così malinconica e dolorosa la solidarietà. La pietanza in cottura. La sera che è arrivata. La ruga sulla fronte si è rasserenata. T’ho fatto bene. M’hai fatto bene. Non ti lascio solo. Senno’ che cazzo di compagna militante sono.

Posted in Narrazioni: Assaggi, Precarietà, R-esistenze, Storie Precarie.


3 Responses

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  1. Olympe says

    giusto. anche l’amore è diffcile quando nn si hanno speranze. Mi si tiene duro! altrimenti che razza di compagne militanti saremmo? mi sn venute le lacrime agli occhi a leggere questo post.

  2. roz says

    bellissimo, lucido, disarmante!

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  1. Quella scomoda solidarietà. | Informare per Resistere linked to this post on 17 Aprile, 2012

    […] da Femminismo a Sud […]