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Erano più belle le lotte di una volta?

Le femministe non seguono percorsi diversi rispetto a quelli di altri pezzi di movimento.

Una volta c’erano il corteo, il presidio, il sit in, le bacheche, il volantinaggio, le assemblee, le riunioni, etc etc.

Oggi ci sono tutte queste cose ma fondamentalmente le piazze si svuotano e le lotte seguono dinamiche molto coerenti alla “società dell’immagine”.

Il corteo funziona se è organizzato. Se ci sono bus e posti treno di grosse organizzazioni a traghettare tesserat* e se alla radice ci sono chilometri di accordi preventivi tra tutte le parti che scenderanno in piazza.

Le riunioni solitamente sono tra capi (o capesse). Ciascuna consta di un tot di persone delle quali può variamente assicurare la presenza. Quasi mai ci sono sorprese o folle di persone ignare che si aggregano per manifestare senza aver ricevuto una chiamata.

A parte i moti di indignazione contro il premier, che non sempre sono spontanei, si può dire che in italia l’esibizione di persone che viaggiano in corteo è un po’ una prova muscolare, per rappresentare quanto si conta e come si conta in un panorama politico che nasconde le rappresentanze dell’opposizione o le trincera dietro definizioni come “quei 4 facinorosi”.

La partecipazione alla vita dei movimenti comunque è sempre più scarsa e non di rado capita di assistere a rappresentazioni di manifestanti che sono perfettamente consapevoli del fatto che per esserci devi apparire. Fumogeni inclusi.

Le lotte sono diventate una specie di prova del nove della singola o collettiva capacità di auto rappresentazione e comunicazione.

Il presidio diventa un flash mob, il corteo diventa una azione che esiste perché qualcuno fa una foto e un video e li divulga su internet. Altrimenti non esisterebbe. La povertà di mezzi e la scarsa presenza si sostituisce con “comunicati stampa” a nome di quello o del tal altro gruppo che sul piano pubblico e dell’efficacia contano meno di niente.

La difficoltà consiste nel fatto che, a parte i soggetti organizzati, che ruotano attorno alle organizzazioni sindacali o ad altre strutture più vicine ai partiti, mille pezzi di movimento sono rappresentate da pochissime persone.

Pochi corpi che in sede di riunione si scoprono essere in 4, 5, al massimo 6 e che alla fine di quella riunione hanno perfino la presunzione di fare documenti conclusivi che dovrebbero regalare all’universo mondo verità incontestabili che solo quei sei dicono di aver capito.

Contemporaneamente nascono gruppi che superano le distanze e che vivono il web, ovvero uno dei regni dell’immagine, producendo politica, controinformazione, cultura.

Sono forse in numero di cinque in una città ma sono centinaia in un tot di regioni. La rete dice che anche quando tu e il tuo amico o la tua amica fate una singola azione, attaccate un manifesto, addobbate di rosa la torre eiffel o simulate la presenza di corpi morti in una iniziativa pacifista, in realtà non siete sol@.

Le immagini di quella azione passeranno di pagina in pagina, di link in link. In definitiva se non esistesse il web e l’attivismo militante del web tanti movimenti e tanti gruppi conterebbero meno di niente.

Non di rado l’attivismo in web viene realizzato da persone che comunque partecipano alla vita di piazza e che però conoscono i limiti delle antiche forme di rivendicazione.

Nonostante questo non è raro assistere a diatribe tra soggetti differenti, tra i quali possiamo riconoscere quelli dell’accademia della crusca delle mobilitazioni, corpo a corpo, e quelli che vivono il presente e sono proiettati nel futuro e che assumono le lotte a 360 gradi con la precisa consapevolezza, appunto, che se non appari non esisti.

Perfino le lotte più tragiche, quelle per il lavoro o per il diritto di cittadinanza degli individui, hanno assunto metodi che si pongono l’obiettivo di arrivare sui media.

Lavoratori e migranti sulla gru. Lavoratori su un’isola per fare l’isola dei cassintegrati, e via di questo passo sono tante le formule e tanti i pretesti che vengono usati prescindendo dal numero dei partecipanti.

Tre uomini su una gru fanno molto di più di un intero sciopero generale. Se quegli uomini sulla gru non avessero qualcuno che materialmente fa circolare la notizia potrebbero restare sulla gru senza che nulla cambi.

Le due cose si equivalgono. Anzi. La comunicazione la vince su tutte e senza quella la militanza dura e pura cesserebbe di esistere.

Pochi sono i casi di piccoli gruppi che quando fanno le cose usano i mezzi a pubblicazione libera per pubblicizzarle. Indymedia, i blog, la condivisione sui social network.

Alcune persone pensano, e tra queste purtroppo troppe donne, che quello che fanno sia corrispondente all’apertura delle acque del mar rosso e che tutt* dovrebbero fermarsi in un minuto di silenzio per ammirare la meravigliosità dell’azione.

Il massimo che queste persone fanno è piazzare una immagine o alcune righe di comunicato incazzate, dure e pure sullo stile del partito centrale, su una pagina online.

Al meglio che può accadere quel comunicato viene sfanculato abbondantemente tra i commenti. Su indymedia, che è un grande progetto retto da persone lungimiranti che però viene usato malissimo da chi potrebbe fruirne, è la regola.

Sul blog, se ne hai uno, puoi anche scegliere di segare i commenti. Ma quel che è certo è che quel blog, di cui non conosci il rank, che non sai quale livello di indicizzazione abbia, che praticamente non legge nessuno a parte te e la tua migliore amica, al massimo ti serve per procurarti una denuncia per diffamazione. Per il resto non ti serve a niente.

E non ti serve perché possibilmente hai una concezione autoreferenziale della comunicazione in rete. Perché pensi che la tua cacatella di mosca piazzata su una pagina sconosciuta che leggeranno in venti, considerato che 15 click sono i tuoi che vai a rimirarti il prodotto del tuo upload, possa bastare a se stessa. Perché ignori il fatto che nella rete esiste una circolarità positiva. Non per niente si chiama “fare rete”.

Questo genere di gap è soprattutto generazionale. E appartiene spesso a quella stessa casta di individui e individue che ancora oggi parlano di grandi lotte e poi si piegano a mettere un bollino proprietario (copyright, targato SIAE) sul proprio libretto antagonista.

Sono quelli e quelle che per leggere quali fulgidi pensieri hanno espresso devi comprarti il libro, anzi ordinarlo perché normalmente il loro libro in libreria non lo trovi.

Sono quelli che hanno una visione accademica della diffusione delle idee e che mai e poi mai metteranno online i propri testi con una licenza, anche vincolata, in creative commons.

Sono quelli e quelle che immaginano possa esistere ancora oggi un monopolio dei saperi e della conoscenza, monopolio del quale si servono per ricavarne prestigio personale o semplicemente qualche momento pubblico in cui esibirsi con pensieri e dettagli che sul web trovi gratis e in certi casi definiti perfino in maniera più interessante.

Sono quelli e quelle che hanno un grande problema con la gratuità delle lotte nel senso che ti fanno pagare tutto. La presenza, l’aforisma, la metafora, perfino i predicati verbali.

Vale a dire che vivono le relazioni di movimento non in senso circolare. Come potrebbero dunque viverle sul web?

Ci capita spesso di trovare compagne e compagni che pubblicano ottimi libri e che devono sottostare all’accordo con le case editrici per un preteso copyright. Sono testi importanti, cose che vale la pena rendere attendibili e che compriamo volentieri.

Capita però che a volte in un tot di pagine sono scritte cose, per l’appunto, che puoi tranquillamente copiare altrove. Quando non anche cose che sono pensieri che traggono forza da un sapere collettivo che non puoi privatizzare o pensieri sparsi raccolti da libri già esistenti di soggetti ben più illustri.

In generale riteniamo che chi fa pratica di movimento conservando abitudini cattedratiche e accademiche non abbia davvero idea di quali siano le incredibili risorse, in termini di democrazia, partecipazione e condivisione, che nel web si possono e in un certo senso si dovrebbero utilizzare. Inclusa quella delle relazioni tra persone che in un modo o nell’altro comunque riflettono le stesse dinamiche del mondo reale.

Perché scrivo questo? E’ una riflessione che inizia da uno scambio di opinioni che sarebbe interessante approfondire. Se è più efficace il gruppo tal dei tali costituito da 4 persone che ogni tanto realizzano una azione la cui fotografia in questo blog viene condivisa e veicolata, o se lo è l’attività di decine e decine di persone che ogni giorno e ogni momento agiscono politicamente, socialmente, culturalmente, per piazzare manifesti ovunque e per realizzare quella circolarità, quel fare rete, indispensabile in qualunque lotta.

Vi rigiro la domanda. Semmai aveste voglia di ragionarci su.

Posted in Anti-Fem/Machism, Fem/Activism, Pensatoio, Personale/Politico, R-esistenze, Satira.


2 Responses

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  1. J says

    Ringrazio chi ha pubblicato il post “Erano più belle le lotte di una volta?” (mi
    ero perso la discussione in mailing list)
    che tocca un tasto per me dolorosissimo: il copyright sui testi di teoria e lettura critica della realtà

    Sulla pubblicazione a prezzi salatissimi di testi critici ho fatto parecchie
    litigate.

    Ad esempio sulla pubblicazione a cura della la Fondazione Badaracco di un antologia di scritti del movimento femminista degli anni ’70 scelti dagli archivi femministi milanesi. Mi riferisco a:
    “Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a
    Milano dagli anni ’60 agli anni ’80” , a cura di Anna Rita Calabrò e Laura
    Grasso (Fondazione Badaracco-Franco Angeli Editore);e a “Una visceralità indicibile.La pratica dell’inconscio nel movimento delle donne degli anni Settanta” a cura di Lea Melandri

    L’incazzatura più recente me la sono presa per la riedizione degli scritti di
    Carla Lonzi. Alla presentazione alla casa internazionale delle donne sembravano
    tutte così contente che non me la sono sentita di guastare la festa.
    Ma mi chiedo: Non erano di tutt* quegli scritti? Non è una vergogna dover pagare 20 euro per rimettere in circolazione idee e materiali di 30 – 40 anni fa, per di più prodotta
    collettivamente?

    Precari come siamo, veniamo privati della possibilità di accedere agli strumenti
    di lettura della realtà in modo fraudolento

    Questo naturalmente vale per tutte le produzioni di teoria critica, non solo per
    i femminismi…. (globalizzazione, nonviolenza, decrescita, consumo critico,
    antispecismo, ecologia, etc. etc.)

    Ma se è dimostrato che il copyleft è in grado di promuovere la vendita della
    pubblicazione cartacea (vedi casi letterari come wu-ming, kai-zen etc…) perchè
    non pubblicare in queste forme le teorie critiche, specialmente se si tratta di
    ripubblicare quelle di 30-40 anni fa?

    Io sono il primo che se legge in rete delle cose interessanti, prima le scarico
    e poi appena ho i soldi e me le posso comprare, lo faccio (a volte sono rimasto
    per anni con le fotocopie negli scaffali) .
    Mi piace avere e conservare i libri che hanno cambiato il mio modo di pensare.
    mi piace sfogliare la pagina e rifletterci sopra. e’ un esperienza che non ha
    niete a che fare con lo stare davanti a uno schermo (anche se non ho mai provato
    un lettore di e-book)…

    …A volte poi pesano le arretratezze culturali, l’ignoranza delle forme di
    condivisione in rete e sul copyleft.

    E in più molti editori sono dei veri banditi. A volte ad esempio banalmente dopo che hai guerreggiato con l’editore per dare al tuo libro la forma che vuoi tu non hai più la forza di aprire un altro fronte di scontro sul copyright, perchè magari sono 3 anni che stai cercano di chiudere e pubblicare il tuo libro

    Quindi l’unica è piratare e diffondere. Scannerizzare e pubblicare in rete in forma
    anonima.
    Scaricare, leggere, formarsi. discutere.

    …scusate ma sti sassi dalla scarpa me li dovevo proprio levare

    J.

  2. Valerio says

    Hai disegnato tutte le empasse che i movimenti e i movimentini si trovano ad affrontare nella società dello Spettacolo… Io credo che l’atomizzazione sia ottima per imparare e confrontarsi sulla qualità delle relazioni e l’intensità emotiva delle decisioni minimali ma “politiche” (e non vanno sminuite per un difetto di ranking o di non presenza, ANZI!… solo queste esperienze incidono nella biografia individuale)… Quanto all’attività simbolica ripresa mediaticamente ed organizzata come evento è ovvio che sia preda di tutti i cliché del caso… manganellatori, manganellati, amplificazione di gesti, uso delle immagini per incriminare… creazione di vittime e nemici (e conseguente reazione identitaria dall’una e dall’altra parte)… A mio avviso, il corpo a corpo lo si fa in massa o non c’è (ci sono solo cariche e sconfitte)… la partecipazione massiva (la confluenza a valle dei mille rivoli) con la scusa qualunque di una delle tante manifestazioni in favore di questa o quella particolare causa, la tracimazione degli intenti è la sola risposta efficace… Il disordine non calcolato, solo quando è massivo e improvvisa tattiche in modo intelligente, fa il successo (strategico) di una manifestazione (diversamente si viene fagocitati dalle dinamiche dello Spettacolo o si deve ripiegare nella riflessione sulla propria azione, sulla sua infinita “ripresa” e sperare tuttalpiù in un “contagio virale”)… Ma se è vero che la massa non capisce niente di strategia, potrebbe controbilanciare con la determinazione e col CORAGGIO… Fiaccato di recente (oltre che dalla ricerca affannosa e competitiva, “meritocratica” ovvero clientelare, di un reddito sempre più precario) dalla SPERANZA che tutti continuano ad evocare di un cambiamento atteso e disatteso ad arte, posto nelle mani di questo o quello… Ecco: siamo alla sussunzione della speranza… Attribuita alla FIOM-CGIL, se non addirittura a Fini, ecc…
    Insomma io sarei dell’idea di non dividere le proteste in mille rivoli, che possono inaridirsi come fiumiciattoli nel Sahara, e confluire nella prima occasione nazionale (es: uno sciopero generale che la Camusso ha timidamente sbriciolato in un paio di ore…) utile per seminare le contraddizioni e le differenze (come anche le analogie…) e rendere imprevedibile e ingovernabile il movimento (anche per i PR e gli “organizzatori dell’evento” che, dalle descrizioni fatte, sembrano essere il “contenitore” in tutti i sensi, l’avamposto del “dispositivo” di neutralizzazione dello scontro: le individualità che emergono, ahimé, sono in tutto e per tutto “reazionarie”, leaderistiche e personalistiche… i professionisti della protesta). Parole orrende come “protagonismo”, “successo della manifestazione” come se ci fosse un palcoscenico, un botteghino e uno share, fanno il resto…